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BAMBINI
E PREGIUDIZIO ETNICO
ipotesi
di lavoro per educare a superare le barriere
prima parte |
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di Marialuisa
Damini |
seconda
parte terza
parte bibliografia |
Premessa
Lavorare
sulla nozione di pregiudizio e stereotipo in relazione a bambini
e bambine del Terzo millennio assume oggi un valore ed un'importanza
ineludibili. Non parliamo naturalmente solo di pregiudizio etnico,
che è quello che sembra balzare più agli occhi in una società sempre
più "colorata", ma di tutti quegli stereotipi con cui
insegniamo ai bambini e alle bambine a non problematizzare e a non
problematizzarsi: le bimbe vestono in rosa e i maschietti in azzurro,
le donne amano spendere, i maschi sono più risparmiosi, i bambini
di paese sanno meno cose di quelli di città, esistono lavori umili
e lavori importanti… e così via.
Ora,
molte spiegazioni che in ambito psicologico vengono date del pregiudizio
sembrano condurre all'idea che questo fenomeno sia in qualche misura
legato alla natura umana e che, appartenendo al nostro modo di essere,
sia impossibile liberarsi. Ciò non è vero, o almeno lo è solo in
parte. Solo la conoscenza dei meccanismi che danno luogo al pregiudizio,
e che tra l'altro chiamano in causa fattori cognitivi, identitari
e di gruppo, linguistici e comunicativi, possono costituire il mezzo
privilegiato per avviare procedure valide di intervento sociale
(1).
Lavorare
su questi temi pur così "sottili" e "sommersi"
- naturalmente con metodologie adeguate all'età - già con bambini
e bambine molto piccoli della scuola materna non è solo possibile,
ma anche fondamentale. Si pensi ad esempio all'importanza, e al
tempo stesso alla semplicità, di obiettivi che mirano ad educare
a non esprimere giudizi alla prima impressione o a portare i bambini
e le bambine a comprendere che ciò che è ovvio per qualcuno può
non esserlo per tutti.
E'
facile dedurre pertanto, già da queste prime notazioni, come il
nostro lavoro, che si riferirà in particolar modo ai pregiudizi
etnici, possa essere esteso ad una concezione più generale di pregiudizio,
inteso appunto come giudizio "previo", basato spesso su
informazioni insufficienti e irrilevanti. Naturalmente, la differenza
tra pregiudizio e giudizio non è così chiara ed immediata per tutti,
anche se i pregiudizi hanno delle caratteristiche comuni:
-
Un
pregiudizio tende a basarsi più sul "sentito dire"
che sull'esperienza diretta (informazione insufficiente)
-
A
qualcuno con una certa caratteristica vengono attribuite altre
caratteristiche non deducibili dalla particolare situazione
(informazione irrilevante)
-
Il
pregiudizio tende ad essere confermato piuttosto che smentito.
Come
vengano appresi i pregiudizi e come influiscano sulla loro acquisizioni
i comportamenti familiari - anche a livello inconscio e non intenzionale
- lo vedremo meglio in seguito. Ciò che va rilevato attentamente
è come l'acquisizione di un determinato pregiudizio sia difficile
da sradicare perché spesso influenza in maniera pervasiva tutti
i vari atteggiamenti e comportamenti della persona. Un esempio in
proposito è l'insegnamento di comportamento secondo un determinato
ruolo: alcuni insegnanti/educatori e genitori si aspettano un comportamento
"maschile" da parte dei ragazzi e "femminile"
da parte delle ragazze. Conseguentemente approvano e stimolano il
comportamento maschile dei ragazzi e lo ignorano nelle ragazze e
vicecersa. I bambini e le bambine apprendono queste idee e si comportano
di conseguenza (2).
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Stereotipo
e pregiudizio
Che
differenza c'è tra stereotipo e pregiudizio? L'impressione comune
li "tiene insieme", ma si tratta di termini con un significato
profondamente diverso.
Stereotipo.
Già la comprensione etimologica del nome aiuta a comprendere e a
fissare quindi un sicuro riferimento concettuale. Stereos,
in greco, significa "rigido, fermo, stabile", mentre typos
significa "modello". Dunque lo stereotipo è un modello
fisso di conoscenza e di rappresentazione della realtà. È chiaro,
allora, come il processo che porta alla rigidità della semplificazione
e della generalizzazione si possa riferire a qualsiasi realtà sociale,
senza alcun limite apparente e senza alcuna possibilità, a primo
avviso, di dare un giudizio di valore sugli stereotipi in quanto
tali. Essi, infatti, funzionano come "guide" nella nostra
continua ricerca di informazioni. In un certo senso, essi possono
essere considerati come delle "etichette" che noi apponiamo
per semplificare la realtà. Il cervello ha infatti bisogno di caselle
per esprimere attribuzioni di significato. Ciò premesso, è semplice
passare dallo stereotipo al pregiudizio. Come osserva Scilligo,
"il pregiudizio può essere visto come un'immagine mentale
con una connotazione affettiva di segno negativo verso un gruppo
esterno. Si potrebbe considerare lo stereotipo come l'aspetto
affettivo o motivazionale che guida verso un certo tipo di azione.
Dagli stereotipi e dai pregiudizi possono derivare modi particolari
di agire verso le persone e i gruppi. A tali modi si può dare il
nome di discriminazioni" (3).
Potremo
sostenere, allora, che il pregiudizio è il passaggio logico attraverso
cui lo stereotipo si trasforma in razzismo (4).
Se
lo stereotipo è preceduto dalla categorizzazione che introduce ordine
e semplicità di fronte alla complessità dell'incontro con le Alterità,
ognuna delle quali, essendo caratterizzata dalla propria unicità,
è di difficile comprensione, la tendenza è quella di attribuire
ai singoli individui (di cui possediamo conoscenze vaghe, scarse,
ambigue) quello che crediamo sia caratteristico del gruppo a cui
appartengono. Il razzismo è allora un precipitato del pregiudizio,
per usare una felice espressione di Franco Di Maria, perché diventa
un accentuare la diversità per non accettare le somiglianze, per
trasformare l'Altro in un vuoto di somiglianze da riempire, perché
no appartiene a quell'insieme di convenzioni che ci danno sicurezza
e che apparentemente sostanziano il nostro essere. L'Altro è infatti
sempre il perturbante, quello che determina la fine dell'equilibrio
e dell'omeostasi, quello che scompiglia tutta la vita o anche solo
una classe di bambini e bambine.
L'Altro
è l'amore e insieme l'odio, quello che mette in crisi, nel senso
di cambiamento, il nostro esser-ci nel mondo. Ma se oggi dovunque
si sente ripetere a gran voce che questa è la società del cambiamento,
che è fondamentale imparare a imparare per tutta la vita,
che il senso del conoscere è imparare a de-costruire ogni conoscenza
per poi rimetterla in gioco, allora non può sfuggire l'importanza
di lavorare sugli stereotipi e i pregiudizi dei bambini e delle
bambine, cercando di comprenderne la genesi e gli aspetti, soffermandosi
sulle ricerche fatte in tal senso, ricordando che se qualsiasi gruppo
e qualsiasi persona può subire un processo di stereotipizzazione,
in un contesto di educazione interculturale ci occuperemo di stereotipi
"etnici", ricordando però che l'incontro con l'Altro non
è solo da intendere come qualcuno che viene da lontano e che le
culture che giorno dopo giorno ciascuno di noi, piccolo o grande,
deve mediare, conoscere, inter-connettere non sono solo quelle che
appartengono a popoli, persone diverse perché anche fisicamente
di altrove. L'incontro con l'Altro ci riporta ad ataviche dualità
ancora oggi difficili da gestire: Maschile versus Femminile,
giovane versus anziano, padre versus figlio…
Rendersene
conto è il primo modo per agire.
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L'autore:
Marialuisa
Damini è laureata in lettere classiche e perfezionata in Processi
formativi, didattica e ricerca interculturale. Collabora con il
Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona, con l’Associazione
"Le Fate", in qualità di coordinatrice di progetti, con
il CESTIM (Centro Studi sull’Immigrazione di Verona), in qualità
di consulente pedagogico-didattica e formatrice per insegnanti volontari
di italiano a bambini stranieri, nonché per progetti interculturali,
e curatrice del settore "Scuola e Intercultura" del sito
web del Centro. E' inoltre insegnante elementare di ruolo
specialista di lingua inglese, presso una scuola di Verona ed incaricata
come Funzione Obiettivo dal medesimo Circolo Didattico in qualità
di referente responsabile per gli Scambi Educativi con l'estero.
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Riferimenti bibliografici:
-
Cfr.
Bruno M. Mazzara, Le radici del pregiudizio, in "Psicologia
contemporanea", n. 165/2001, pp. 30-37
-
cfr.
M. Mezzini, T. Testigrosso, A. Zanini, La fabbrica del pregiudizio.
Per conoscere ed affrontare i pregiudizi culturali nella scuola,
Ed. Cultura della Pace, 1994 pp. 135 e ss
-
P.
Scilligo, L'incontro tra persone e gruppi: aperture e barriere,
in C. Nanni, Intolleranze ed educazione alla solidarietà,
LAS, Roma 1992, p. 106, cit. in A: Nanni, L'educazione interculturale
oggi in Italia, EMI, Brescia 1998, p. 61
-
cfr.
Franco Di Maria, Gioacchino Lavanco, Cinzia Novara, Barbaro
e/o straniero. Una lettura psicosociodinamica delle comunità
multietniche, Franco Angeli, Milano 1999, p. 12 e ss
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copyright © Educare.it - Anno
III, Numero 6, Maggio 2003
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