Di fronte a qualcosa che non ci piace, che magari ci coglie
di sorpresa e ci disturba, spesso la nostra normale reazione è il rifiuto, la
chiusura. Ci sono situazioni nelle quali questo tipo di atteggiamento non
provoca conseguenze troppo negative: in fondo si tratta di una forma di difesa
e, come tale, ha un certo potere adattivo.
Quando però la "situazione" che ci si trova
davanti ha l’aspetto di un bambino arrabbiato, capriccioso, aggressivo,
impaurito… il rifiuto non è un atteggiamento senza effetto. Certamente tutti
noi preferiamo avere a che fare con persone (adulte oppure no, non fa qui grossa
differenza) serene, tranquille ed accomodanti; le espressioni emotive e
comportamentali di sofferenza ed aggressività ci mettono a disagio, ci inducono
a scostarci - fisicamente e psicologicamente – dalla fonte da cui provengono.
Quello che, però, è altrettanto certo, è che il sentirsi rifiutati è un’esperienza
difficile da accettare ed elaborare, non solo per l’adulto ma anche (e
soprattutto) per il bambino. Molte volte mi è capitato di assistere a
manifestazioni di disapprovazione e di collera da parte di un adulto, - spesso
il genitore - nei confronti di un piccolo, ad esempio, un po’ impetuoso o
arrabbiato.