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La traduzione della parola greca logos non è di facile impresa. Logos, o Verbum, non è “una” parola
come le altre ma piuttosto “la” parola,
sostanza o causa del mondo per la filosofia e persona divina per
la teologia.
Nodo è invece l’autorevolezza che accompagna
il logos, è la forza
con cui il logos si impone alla ragione e allo spirito, è il vinculum di ideale e reale, secondo M. Blondel, citato più volte
da Larocca.
Il Nodo di Salomone mette bene in evidenza l’intreccio
tra logos e nodo. Il
logos, per quanto forte, se non si avvale di un nodo resta vano.
Logos e nodo
non sono però due atti distinti se non nella riflessione. Infatti
il logos si esprime sempre in un nodo.
Si pensi ad esempio alla filosofia di Socrate per il quale il
dialogo è logos e nello stesso tempo nodo.
Ciò che costituisce il legame non è quindi solo un nodo, ma l’intima
unione di logos e nodo,
verità e autorevolezza, pensiero e azione.
La riflessione sul Nodo di Salomone è importante per capire
che la relazione educativa comporta non solo la presenza di un
logos, per quanto forte, ma anche la presenza di un nodo
senza il quale la relazione stessa o non si costituisce o non
si approfondisce.
Ma attenti! Non è la banale e scontata indicazione a riguardo
dell’importanza del mezzo al fine di raggiungere lo scopo. Il
Nodo di Salomone, nella sua semplicità e simmetricità mette in
luce, così come solo l’arte riesce a fare, l’intrinseca intimità
tra mezzo e fine, tra pensare e fare, tra credere e volere, tra
spiegare e agire, perché questa è la struttura epistemologica
dell’azione educativa.
Un logos senza
nodo è una relazione
umana nella quale è presente la risposta ma non è stata suscitata
la domanda. E’ come la soluzione offerta a chi non si pone il
problema.
C’è un “conoscere” e uno “spiegare” che si sviluppano e
si costituiscono attraverso “l’agire”.
Come osserva Larocca in L’educazione invisibile “l’azione in qualche senso precede la riflessione,
ma la motivazione è già dentro l’azione stessa più di quanto non
appaia. Certamente: l’azione è azione umana quando la luce dell’intenzionalità
motiva il gesto fisico, ma il gesto fisico esplicita e corregge
la stessa intenzionalità, permette di scoprire ulteriori aspetti
problematici allo stesso attore. Risolve mentre spiega e spiega
mentre risolve” (2).
Il superamento della contrapposizione epistéme-prassi comporta
sia una nuova interpretazione di epistéme che di prassi ed il
superamento della loro stessa contrapposizione.
Lo spunto per questo superamento ci viene ancora da M.
Blondel (1861-1949) che scrive: “L’azione contiene in se stessa
una epistéme, ovvero un sapere che è contemporaneamente
conoscenza e spiegazione… Essa è il “vinculum” di reale e ideale,
rivelatrice del potere architettonico dell’uomo, imitazione della
“potenza creatrice dell’onnipotenza divina” (3). L’azione, nella ricerca teoretica
di Blondel, è tale se e solo se dentro v’è un pensiero, “anzi
la vita stessa del pensiero è l’azione”.
La sua riflessione, poco conosciuta al di fuori degli specialisti
e non facile, è stata per decenni al centro di polemiche e sta
ora tornando d’attualità. L’esordio di Blondel fu nel 1893, quando
pubblicò "L'Action", tesi di dottorato alla Sorbona
che fece rumore quanto la sua discussione. Di lì a poco esplose
la crisi modernista e il filosofo, che fu avvicinato alle posizioni
dei novatori, fu poi accusato di posizioni diverse e tra loro
opposte, dal fideismo all'agnosticismo, dal pragmatismo all'immanentismo.
Un pensatore complesso dunque, ma che vale la pena leggere alla
ricerca di quella "filosofia dell'azione" che lo riassume,
nel solco sì d'una tradizione importante - da
Agostino a Pascal fino a Newman - ma anche in un confronto
con la modernità esplicito e consapevole che ha infatti esercitato
larga influenza sul pensiero del Novecento.
La sua filosofia si può interpretare come un viaggio nell'anima,
intesa come luogo più autentico dell'essere umano, dove la logica
non basta, dove lo stesso spirito trova contraddizioni profonde
e resistenze latenti, e dove invece è necessaria l'azione, quella
che indirizza la libertà. L'azione infatti si esplicita in mille
realtà (famiglia, società, patria, umanità), unite però nel fine
assoluto che costituisce la persona. Maurice Blondel è uno di
quei pensatori che non si riescono - o non si lasciano - facilmente
catalogare. Comunque la sua Action resta un libro importante, forse perché più di molti altri
è discutibile e discusso. Lui stesso ne scrisse: "Io ho concepito
la mia tesi come una lotta contro tutte le forme del dilettantismo,
del criticismo e dell'evoluzionismo immanentista, come una elucidazione,
una giustificazione, un'esaltazione dell'atto di fronte al fieri;
della lettera di fronte
allo spirito che non sarebbe che idealismo;
del dogma, della pratica, della disciplina cattolica di fronte
ad un sentimentalismo individualista, ad un'autonomia razionalista,
ad un pragmatismo morale e religioso". Parole inattuali che
oggi la filosofia non accetta se non arricciando il naso. Eppure
è proprio con Blondel che i tempi ci invitano a fare i conti.
Sempre sul versante di quello che possiamo definire un’innovazione
del pensiero pragmatico è utile il riferimento a Bogdanov
e Kotarbinsky. Quest’ultimo, in particolare, è l’inventore
del termine prassiologia
da lui utilizzato per designare “la teoria generale dell’attività
efficace” (4). Si tratta della disciplina che
si occupa di organizzare tutte le attività utili all’uomo allo
scopo di determinare le condizioni del loro massimo rendimento.
E’ un’applicazione di ciò che il russo A. Bogdanov ha chiamato
tectologia.
Questi autori hanno il merito di avere posto in primo piano
un problema che sembra essere sfuggito a coloro che hanno affrontato
separatamente il potere veritativo dell’epistéme
ed il potere esplicativo della prassi.
Se, da un lato, l’epistéme
mira a sviluppare un sapere vero
sulla realtà, che poi l’elaborazione teorica consacra in un perché assoluto e potente; dall’altro la prassi sviluppa un repertorio vasto di azioni potenti che, anche
se non sanno dare ragione del loro perché,
consentono di promuovere e sviluppare cambiamenti e trasformazioni.
Detto in altre parole ci troviamo davanti a perché non in grado di esplicare il perché
del come e a come non in grado di spiegare a se stessi
il perché dei risultati
avvenuti o mancati. Siamo incapaci di cogliere l’eccedenza di
perché e come di cui è portatrice l’azione ed a cui non sa dare risposta
né la teoria né la prassi. A questo sapere, contenuto nell’azione,
mira il modello teoretico della epistemologia prassiologica.
Questo è il nucleo teoretico, non ancora esplicitato, della
scienza dell’educazione che, dovendo spiegare dal punto di vista
scientifico il perché
ed il come dell’educazione, si rende conto
che questa spiegazione non può prescindere dall’azione ma, e questo
è il punto fondamentale, non tanto per approntare il proprio processo
di verifica o falsificazione (logica sperimentale) ma perché lo
richiede la comprensione stessa dell’azione. Secondo l’epistemologia
prassiologica l’azione è gravida di un logos (potere di spiegazione)
che non può in alcuno modo essere sostituito da una teoria per
quanto potente né, tantomeno, da un prontuario prassiologico.
Il circolo virtuoso teoria-prassi-teoria
trova quindi la sua sistematizzazione teoretica nell’assunzione
del modello teoretico di una epistemologia prassiologica.
L’errore più grande che a questo punto potrebbe fare il
lettore incauto è quello di credere che le riflessioni finora
fatte siano estranee ad un discorso introduttivo alla pedagogia
generale ed, in particolare, alla pedagogia speciale.
- seconda parte - |