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STUDI E RIFLESSIONI

 

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Il circolo virtuoso Teoria - Prassi - Teoria:
L’EPISTEMOLOGIA PRASSIOLOGICA
prima parte

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 Seconda parte

di Angelo Lascioli

 

“Ogni affermazione di un logos (TEORIA) comporta sempre la presenza di nodo (PRASSI) (1)

 

La traduzione della parola greca logos non è di facile impresa. Logos, o Verbum, non è “una” parola come le altre ma piuttosto “la” parola, sostanza o causa del mondo per la filosofia e persona divina per la teologia.

Nodo è invece l’autorevolezza che accompagna il logos, è la forza con cui il logos si impone alla ragione e allo spirito, è il vinculum di ideale e reale, secondo M. Blondel, citato più volte da Larocca.

Il Nodo di Salomone mette bene in evidenza l’intreccio tra logos e nodo. Il logos, per quanto forte, se non si avvale di un nodo resta vano.

Logos e nodo non sono però due atti distinti se non nella riflessione. Infatti il logos si esprime sempre in un nodo. Si pensi ad esempio alla filosofia di Socrate per il quale il dialogo è logos e nello stesso tempo nodo. Ciò che costituisce il legame non è quindi solo un nodo, ma l’intima unione di logos e nodo, verità e autorevolezza, pensiero e azione.

La riflessione sul Nodo di Salomone è importante per capire che la relazione educativa comporta non solo la presenza di un logos, per quanto forte, ma anche la presenza di un nodo senza il quale la relazione stessa o non si costituisce o non si approfondisce. 

Ma attenti! Non è la banale e scontata indicazione a riguardo dell’importanza del mezzo al fine di raggiungere lo scopo. Il Nodo di Salomone, nella sua semplicità e simmetricità mette in luce, così come solo l’arte riesce a fare, l’intrinseca intimità tra mezzo e fine, tra pensare e fare, tra credere e volere, tra spiegare e agire, perché questa è la struttura epistemologica dell’azione educativa. 

Un logos senza nodo è una relazione umana nella quale è presente la risposta ma non è stata suscitata la domanda. E’ come la soluzione offerta a chi non si pone il problema. 

C’è un “conoscere” e uno “spiegare” che si sviluppano e si costituiscono attraverso “l’agire”. 

Come osserva Larocca in L’educazione invisibile “l’azione in qualche senso precede la riflessione, ma la motivazione è già dentro l’azione stessa più di quanto non appaia. Certamente: l’azione è azione umana quando la luce dell’intenzionalità motiva il gesto fisico, ma il gesto fisico esplicita e corregge la stessa intenzionalità, permette di scoprire ulteriori aspetti problematici allo stesso attore. Risolve mentre spiega e spiega mentre risolve” (2).

Il superamento della contrapposizione epistéme-prassi comporta sia una nuova interpretazione di epistéme che di prassi ed il superamento della loro stessa contrapposizione. 

Lo spunto per questo superamento ci viene ancora da M. Blondel (1861-1949) che scrive: “L’azione contiene in se stessa una epistéme, ovvero un sapere che è contemporaneamente conoscenza e spiegazione… Essa è il “vinculum” di reale e ideale, rivelatrice del potere architettonico dell’uomo, imitazione della “potenza creatrice dell’onnipotenza divina” (3). L’azione, nella ricerca teoretica di Blondel, è tale se e solo se dentro v’è un pensiero, “anzi la vita stessa del pensiero è l’azione”.

La sua riflessione, poco conosciuta al di fuori degli specialisti e non facile, è stata per decenni al centro di polemiche e sta ora tornando d’attualità. L’esordio di Blondel fu nel 1893, quando pubblicò "L'Action", tesi di dottorato alla Sorbona che fece rumore quanto la sua discussione. Di lì a poco esplose la crisi modernista e il filosofo, che fu avvicinato alle posizioni dei novatori, fu poi accusato di posizioni diverse e tra loro opposte, dal fideismo all'agnosticismo, dal pragmatismo all'immanentismo. Un pensatore complesso dunque, ma che vale la pena leggere alla ricerca di quella "filosofia dell'azione" che lo riassume, nel solco sì d'una tradizione importante - da Agostino a Pascal fino a Newman - ma anche in un confronto con la modernità esplicito e consapevole che ha infatti esercitato larga influenza sul pensiero del Novecento.

La sua filosofia si può interpretare come un viaggio nell'anima, intesa come luogo più autentico dell'essere umano, dove la logica non basta, dove lo stesso spirito trova contraddizioni profonde e resistenze latenti, e dove invece è necessaria l'azione, quella che indirizza la libertà. L'azione infatti si esplicita in mille realtà (famiglia, società, patria, umanità), unite però nel fine assoluto che costituisce la persona. Maurice Blondel è uno di quei pensatori che non si riescono - o non si lasciano - facilmente catalogare. Comunque la sua Action resta un libro importante, forse perché più di molti altri è discutibile e discusso. Lui stesso ne scrisse: "Io ho concepito la mia tesi come una lotta contro tutte le forme del dilettantismo, del criticismo e dell'evoluzionismo immanentista, come una elucidazione, una giustificazione, un'esaltazione dell'atto di fronte al fieri; della lettera di fronte allo spirito che non sarebbe che idealismo; del dogma, della pratica, della disciplina cattolica di fronte ad un sentimentalismo individualista, ad un'autonomia razionalista, ad un pragmatismo morale e religioso". Parole inattuali che oggi la filosofia non accetta se non arricciando il naso. Eppure è proprio con Blondel che i tempi ci invitano a fare i conti. 

Sempre sul versante di quello che possiamo definire un’innovazione del pensiero pragmatico è utile il riferimento a Bogdanov e Kotarbinsky. Quest’ultimo, in particolare, è l’inventore del termine prassiologia da lui utilizzato per designare “la teoria generale dell’attività efficace” (4). Si tratta della disciplina che si occupa di organizzare tutte le attività utili all’uomo allo scopo di determinare le condizioni del loro massimo rendimento. E’ un’applicazione di ciò che il russo A. Bogdanov ha chiamato tectologia

Questi autori hanno il merito di avere posto in primo piano un problema che sembra essere sfuggito a coloro che hanno affrontato separatamente il potere veritativo dell’epistéme ed il potere esplicativo della prassi. Se, da un lato, l’epistéme mira a sviluppare un sapere vero sulla realtà, che poi l’elaborazione teorica consacra in un perché assoluto e potente; dall’altro la prassi sviluppa un repertorio vasto di azioni potenti che, anche se non sanno dare ragione del loro perché, consentono di promuovere e sviluppare cambiamenti e trasformazioni. 

Detto in altre parole ci troviamo davanti a perché non in grado di esplicare il perché del come e a come non in grado di spiegare a se stessi il perché dei risultati avvenuti o mancati. Siamo incapaci di cogliere l’eccedenza di perché e come di cui è portatrice l’azione ed a cui non sa dare risposta né la teoria né la prassi. A questo sapere, contenuto nell’azione, mira il modello teoretico della epistemologia prassiologica.

Questo è il nucleo teoretico, non ancora esplicitato, della scienza dell’educazione che, dovendo spiegare dal punto di vista scientifico il perché ed il come dell’educazione, si rende conto che questa spiegazione non può prescindere dall’azione ma, e questo è il punto fondamentale, non tanto per approntare il proprio processo di verifica o falsificazione (logica sperimentale) ma perché lo richiede la comprensione stessa dell’azione. Secondo l’epistemologia prassiologica l’azione è gravida di un logos (potere di spiegazione) che non può in alcuno modo essere sostituito da una teoria per quanto potente né, tantomeno, da un prontuario prassiologico

Il circolo virtuoso teoria-prassi-teoria trova quindi la sua sistematizzazione teoretica nell’assunzione del modello teoretico di una epistemologia prassiologica. 

L’errore più grande che a questo punto potrebbe fare il lettore incauto è quello di credere che le riflessioni finora fatte siano estranee ad un discorso introduttivo alla pedagogia generale ed, in particolare, alla pedagogia speciale.

-  seconda parte -

 

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Riferimenti bibliografici:

1) Larocca F., Livelli di osservabilità dell’azione educativa, Gruppo di studio e ricerca sull’Handicap dell’Università di Verona, lezione del 24-01-1999 a Maguzzano (BS).
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2) Larocca F., Rolli M., L’educazione invisibile, op. cit., pag. 27.
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3) Cfr. Larocca F., Azione educativa e metodologia della ricerca pedagogica, Dispensa per il corso di Scienze dell’Educazione AA. 1994-’95, II Biennio,  Università di Verona, pag. 6.
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4) Cfr. Kotarbinsky (1955), Praxiology, An Introduction to the Science of Efficient Action, Oxford, 1965.
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copyright © Educare.it - Anno I, Numero 12, Novembre 2001


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