| Il
gioco contribuisce certamente allo sviluppo affettivo ed emotivo
del bambino in quanto "è la strada maestra per arrivare
al mondo interiore del bambino" (Bettelheim 87). Pensiamo in questo
senso alla descrizione di Freud della bambina che giocava col
rocchetto sotto le coperte dicendo "è andata via" (pensando
alla madre) poi lo ritraeva e iniziava a baciarlo.. Si tratta
degli oggetti transazionali di cui, poi, hanno parlato Winnicott
in chiave analitica e Bowlby in chiave etologica. Sono oggetti
che rappresentano un completamento illusorio dell’io, un mezzo
di rassicurazione, disponibile e controllabile ancor più
della presenza materna. Il bambino si libera così dalle
sue ansie e dalle sue paure e consegue un migliore adattamento
alla realtà dove reale e fantastico si confondono.
Il
gioco non è solo appagamento dell’io ma anche "piacere
della funzione" come dice Bulher. Sentire il proprio corpo che
è attivo, ascoltarlo, agire sul proprio corpo, sono gli
elementi portanti dell’evoluzione del bambino attivati dal gioco
corporeo, dal dialogo tonico. In tal senso si sviluppano le prime
emozioni, la curiosità lo guida alla scoperta attraverso
il gioco e lo stesso gioco gli permette di interpretare le emozioni
che ne derivano.
Tali
forme di gioco che iniziano fin dai primi mesi si sviluppano poi
nel gioco del nascondino, della mosca cieca… Come educatori,
potremmo proporre all’età di 5-6 anni (età che ci
interessa maggiormente in questa sede per la delicatezza del passaggio
da gioco a sport) giochi basati sulla temporanea soppressione
dei canali sensopercettivi quali la vista o l’udito e, in un gioco
personale, lasciar scoprire a ciascun bambino il piacere di queste
funzioni.
torna
indietro
Il gioco
contribuisce fortemente anche allo sviluppo cognitivo. A dar vita
a questo filone di ricerche sono stati sicuramente Gross da una
parte con il suo studio sui giochi motori e Piaget col suo approccio
clinico-genetico.
Quest’ultimo ha studiato soprattutto
le funzioni simbolica ed imitativa del gioco che influiscono sugli
apprendimenti.
In particolare egli suddivide
i giochi in quattro gruppi :
- (ripetitivi,
sviluppano gli schemi sensomotori e il padroneggiamento dell'oggetto
e dello schema corporeo);
- gioco imitativo (riproduzione di comportamenti ed attività
tipiche di altri o dell’ambiente che lo circonda);
- gioco simbolico (trasposizione di comportamenti, far finta
di... );
- gioco normativo centrato sulle regole (la partita);
Su
questi temi ci sarebbe da dilungarsi molto ma il tempo a disposizione
non ce lo permette e, per questa ragione, passiamo oltre.
torna
indietro
Lo
sviluppo sociale è altrettanto fortemente influenzato dal
gioco ed il suo sviluppo possiamo trovarlo espresso in Merleau-Ponty,
in Wallon ed in Cousinet. A questo proposito è interessante
il concetto di gioco cooperativo di Orlick che precede e segue
il gioco competitivo, giustificandolo anche in chiave di sport
di squadra.
In
particolare Vigotsky parlando di mediazione sociale nello sviluppo
delle capacità infantili implicitamente ammette il valore
del gioco come potenziale educativo.
Analizzando
proprio i lavori di Piaget ma anche quelli di Huizinga e Moltman
notiamo che il comportamento ludico ha una base biologica forte,
che, essendo radicato sugli aspetti ontogenetici dello sviluppo
e su quelli filogenetici, è di tipo etologico.
Potrebbe
per questo diventare pericoloso tentare di utilizzare il gioco
a fini apertamente didattici; Schiller infatti ha verificato con
gli scimpanzé che il tentativo di dirigere il gioco, tramite
il rinforzo del comportamento ludico finì con l’inibire
il comportamento stesso.
Questo
in altre parole significa che il gioco libero deve essere diretto
e guidato solo dopo che sono state acquisite le tappe di sviluppo
necessarie a introdurre giochi strutturati e questo assolutamente
non prima dei 3 anni e in misura equilibrata fino agli 8 anni
(Le Boulch 91).
torna
indietro
In
una prospettiva evolutiva quindi il gioco è considerato
un fenomeno fondamentale dell’educazione e dell’evoluzione psicofisica
della persona un potente strumento di maturazione e di adattamento
un’espressione del passaggio dall’isolamento dell’inconscio alla
relazione sociale dell'io.
Potremmo riassumere
le varie dimensioni del gioco come segue:
-
esplorativa
(il bambino amplia le sue conoscenze e viene spinto dalla
curiosità come motivazione primaria al gioco);
-
catartica (il bambino si sottrae momentaneamente alla situazione
in cui è posto dalla realtà);
-
simulativa
(esperienza in situazioni non sotto il diretto controllo dell’adulto
e sviluppo delle capacità sociali);
-
normativa (il bambino prende parte alla costruzione attiva
delle regole ed è attore del processo normativo).
Come
abbiamo visto queste esperienze di gioco della prima infanzia
possono essere lette attraverso varie lenti e filtrate sulla base
di diversi paradigmi. Ho accennato brevemente a quello dinamico
e a quello genetico che sono stati tracciati soprattutto da Freud
e da Piaget, ma anche a quello etologico il cui iniziatore è
Lorenz.
Non
dobbiamo però dimenticare le evoluzioni attuali in chiave
principalmente psicosociale tracciate da Bandura che ha aperto
di fatto la strada ad una psicologia dello sport innovativa sulla
base del concetto di self-efficacy che già a partire dai
5-6 anni influenza le attribuzioni che il bambino da al significato
di vittoria e sconfitta.
Durante
il gioco si acquisiscono la perseveranza, l’attenzione, la costanza
proprio provando e riprovando, è attraverso il gioco che
il bambino inizia a comprendere come funzionano le cose. Se gli
adulti non attribuiscono significato al piacere del gioco limitano
di fatto le possibilità di sviluppo del bambino stesso.
Quando
un bambino arriva a sei anni nell’organizzazione sportiva, come
del resto a scuola, l’educatore, l’istruttore, il maestro devono
valutare se sono state poste le basi del gioco, così come
le abbiamo velocemente tracciate, prima di procedere in senso
competitivo. Il gioco e la competizione sono entrambi necessari
per crescere ma la seconda senza la prima creerebbe un castello
di sabbia che si dissolve alla prima mareggiata.
Talvolta
è necessario recuperare alcune basi, soprattutto del gioco
libero. Afferma giustamente Le Boulch che non si può passare
ai cosiddetti giochi di regole, di cui il calcio è una
delle massime espressioni, prima degli 8-9.
"Il
gioco insegna a muoversi, a immaginare, a pensare" dice il pedagogista
Laeng: in quanto apprendimento il gioco impegna i tre piani
che Piaget e Bruner descrivono come successivi:
-
della
prassi
-
dell’immagine
-
del
simbolo
Il
bambino perciò gioca per costruire, per sentire, agisce
per fare suo il mondo che lo circonda, in altre parole attraverso
il gioco pensa ed elabora i suoi concetti.
torna
indietro |