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STUDI E RIFLESSIONI

 

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PENSARE, AGIRE, SENTIRE ovvero GIOCARE:
la differenza tra gioco e sport nelle attività motorie
prima parte

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di Maurizio Bertollo

Prima parte

| Gioco e sviluppo emotivo|
| Gioco e sviluppo cognitivo|
| Gioco e sviluppo sociale|
| Le basi biologiche del gioco|
| La dimensione evolutiva del gioco|

Seconda parte

| Gioco e attività motoria e sportiva
| Il gioco come motivazione allo sport |
| Differenze tra gioco e sport|
|Le tipologie del gioco motorio-sportivo|

Bibliografia

In questo scritto si propongono alcune riflessioni sui concetti di gioco, gioco-sport e sport come possibili percorsi di sviluppo della personalità del bambino. 
In particolare, l'analisi si soffermerà sulle profonde differenze concettuali che esistono tra gioco e sport. 
La prospettiva teorica di riferimento è ben riassunta da Bruno Bettelheim. Nel suo libro, "Un genitore quasi perfetto", egli scrisse che "la capacità di godere della competizione si costituisce sull’esperienza di gioco della prima infanzia". 
Ecco dunque enunciata la prima grande distinzione ed il punto di partenza di questo scritto: qual è il gioco che il bambino sperimenta nella prima infanzia? Come si evolve poi nello sport teorizzato in Francia da Le Boulch e sviluppatosi poi in Italia all’interno delle Federazioni sportive e del CONI?

Il gioco contribuisce certamente allo sviluppo affettivo ed emotivo del bambino in quanto "è la strada maestra per arrivare al mondo interiore del bambino" (Bettelheim 87). Pensiamo in questo senso alla descrizione di Freud della bambina che giocava col rocchetto sotto le coperte dicendo "è andata via" (pensando alla madre) poi lo ritraeva e iniziava a baciarlo.. Si tratta degli oggetti transazionali di cui, poi, hanno parlato Winnicott in chiave analitica e Bowlby in chiave etologica. Sono oggetti che rappresentano un completamento illusorio dell’io, un mezzo di rassicurazione, disponibile e controllabile ancor più della presenza materna. Il bambino si libera così dalle sue ansie e dalle sue paure e consegue un migliore adattamento alla realtà dove reale e fantastico si confondono.

Il gioco non è solo appagamento dell’io ma anche "piacere della funzione" come dice Bulher. Sentire il proprio corpo che è attivo, ascoltarlo, agire sul proprio corpo, sono gli elementi portanti dell’evoluzione del bambino attivati dal gioco corporeo, dal dialogo tonico. In tal senso si sviluppano le prime emozioni, la curiosità lo guida alla scoperta attraverso il gioco e lo stesso gioco gli permette di interpretare le emozioni che ne derivano.

Tali forme di gioco che iniziano fin dai primi mesi si sviluppano poi nel gioco del nascondino, della mosca cieca… Come educatori, potremmo proporre all’età di 5-6 anni (età che ci interessa maggiormente in questa sede per la delicatezza del passaggio da gioco a sport) giochi basati sulla temporanea soppressione dei canali sensopercettivi quali la vista o l’udito e, in un gioco personale, lasciar scoprire a ciascun bambino il piacere di queste funzioni.

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Il gioco contribuisce fortemente anche allo sviluppo cognitivo. A dar vita a questo filone di ricerche sono stati sicuramente Gross da una parte con il suo studio sui giochi motori e Piaget col suo approccio clinico-genetico.

Quest’ultimo ha studiato soprattutto le funzioni simbolica ed imitativa del gioco che influiscono sugli apprendimenti.

In particolare egli suddivide i giochi in quattro gruppi :

  • (ripetitivi, sviluppano gli schemi sensomotori e il padroneggiamento dell'oggetto e dello schema corporeo);
  • gioco imitativo (riproduzione di comportamenti ed attività tipiche di altri o dell’ambiente che lo circonda);
  • gioco simbolico (trasposizione di comportamenti, far finta di... );
  • gioco normativo centrato sulle regole (la partita);

Su questi temi ci sarebbe da dilungarsi molto ma il tempo a disposizione non ce lo permette e, per questa ragione, passiamo oltre.

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Lo sviluppo sociale è altrettanto fortemente influenzato dal gioco ed il suo sviluppo possiamo trovarlo espresso in Merleau-Ponty, in Wallon ed in Cousinet. A questo proposito è interessante il concetto di gioco cooperativo di Orlick che precede e segue il gioco competitivo, giustificandolo anche in chiave di sport di squadra.

In particolare Vigotsky parlando di mediazione sociale nello sviluppo delle capacità infantili implicitamente ammette il valore del gioco come potenziale educativo.

Analizzando proprio i lavori di Piaget ma anche quelli di Huizinga e Moltman notiamo che il comportamento ludico ha una base biologica forte, che, essendo radicato sugli aspetti ontogenetici dello sviluppo e su quelli filogenetici, è di tipo etologico.

Potrebbe per questo diventare pericoloso tentare di utilizzare il gioco a fini apertamente didattici; Schiller infatti ha verificato con gli scimpanzé che il tentativo di dirigere il gioco, tramite il rinforzo del comportamento ludico finì con l’inibire il comportamento stesso.

Questo in altre parole significa che il gioco libero deve essere diretto e guidato solo dopo che sono state acquisite le tappe di sviluppo necessarie a introdurre giochi strutturati e questo assolutamente non prima dei 3 anni e in misura equilibrata fino agli 8 anni (Le Boulch 91).

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In una prospettiva evolutiva quindi il gioco è considerato un fenomeno fondamentale dell’educazione e dell’evoluzione psicofisica della persona un potente strumento di maturazione e di adattamento un’espressione del passaggio dall’isolamento dell’inconscio alla relazione sociale dell'io.

Potremmo riassumere le varie dimensioni del gioco come segue:

  • esplorativa (il bambino amplia le sue conoscenze e viene spinto dalla curiosità come motivazione primaria al gioco);

  • catartica (il bambino si sottrae momentaneamente alla situazione in cui è posto dalla realtà);

  • simulativa (esperienza in situazioni non sotto il diretto controllo dell’adulto e sviluppo delle capacità sociali);

  • normativa (il bambino prende parte alla costruzione attiva delle regole ed è attore del processo normativo).

Come abbiamo visto queste esperienze di gioco della prima infanzia possono essere lette attraverso varie lenti e filtrate sulla base di diversi paradigmi. Ho accennato brevemente a quello dinamico e a quello genetico che sono stati tracciati soprattutto da Freud e da Piaget, ma anche a quello etologico il cui iniziatore è Lorenz.

Non dobbiamo però dimenticare le evoluzioni attuali in chiave principalmente psicosociale tracciate da Bandura che ha aperto di fatto la strada ad una psicologia dello sport innovativa sulla base del concetto di self-efficacy che già a partire dai 5-6 anni influenza le attribuzioni che il bambino da al significato di vittoria e sconfitta.

Durante il gioco si acquisiscono la perseveranza, l’attenzione, la costanza proprio provando e riprovando, è attraverso il gioco che il bambino inizia a comprendere come funzionano le cose. Se gli adulti non attribuiscono significato al piacere del gioco limitano di fatto le possibilità di sviluppo del bambino stesso.

Quando un bambino arriva a sei anni nell’organizzazione sportiva, come del resto a scuola, l’educatore, l’istruttore, il maestro devono valutare se sono state poste le basi del gioco, così come le abbiamo velocemente tracciate, prima di procedere in senso competitivo. Il gioco e la competizione sono entrambi necessari per crescere ma la seconda senza la prima creerebbe un castello di sabbia che si dissolve alla prima mareggiata.

Talvolta è necessario recuperare alcune basi, soprattutto del gioco libero. Afferma giustamente Le Boulch che non si può passare ai cosiddetti giochi di regole, di cui il calcio è una delle massime espressioni, prima degli 8-9.

"Il gioco insegna a muoversi, a immaginare, a pensare" dice il pedagogista Laeng: in quanto apprendimento il gioco impegna i tre piani che Piaget e Bruner descrivono come successivi:

  • della prassi

  • dell’immagine

  • del simbolo

    Il bambino perciò gioca per costruire, per sentire, agisce per fare suo il mondo che lo circonda, in altre parole attraverso il gioco pensa ed elabora i suoi concetti.

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Bibliografia

  • Antonelli F. (87) Letture di psicologia sportiva, Pozzi, Roma

  • Berne E. (67) A che gioco giochiamo, Bompiani, Milano

  • Bettelheim B. (87) Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli, Milano

  • Bruner, Jolly, Sylva (81) Il gioco , Armando, Roma

  • Corletto G. (92) L’uomo e lo sport, Pagus, Treviso

  • Feresin, Zanuttini Variabili psicologiche del successo nello sport agonistico, Movimento, 3/98

  • Giugni G.(73) Presupposti teorici dell’educazione Fisica, SEI, Torino

  • Giugni G. Il corpo ed il movimento nel processo educativo della persona , SEI, Torino

  • Kaiser (97) Antropologia pedagogica della ludicità, Armando, Roma

  • Laeng (90) Movimento gioco fantasia ,Giunti Lisciani, Teramo

  • Le Boulch J. (79) Educare con il Movimento,Armando, Roma

  • Le Boulch J. (75) Verso una scienza del movimento umano Armando Roma

  • Le Boulch J. (91) Sport educativo, Armando, Roma

  • Lowenfwld P. Il gioco nell’infanzia, La nuova italia, Firenze

  • Lucani, Capoporicci Atteggiamenti psicologici dei bambini in situazioni agonistiche, Movimento n 12 /96

  • Muzio M. (88) Psicopedagogia dello sport , Edi ermes, Milano

  • Ripamonti (98) In gioco….., Mursia, Milano

  • Sotgiu, Pellegrini (89) Attività motorie e processo educativo, SSS, Roma

  • Terreni, Occhini (97) Psicologia dello sport, Guerini scientifica, Milano

  • Winnicott (74) Gioco e realtà, Armando, Roma

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copyright © Educare.it - Anno II, Numero 3, Febbraio 2002


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