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storia di vita, che solitamente appare un insieme di percorsi
privati, a volte si arresta in un lampo che rivela le sembianze
della grande storia collettiva. Allora il fermo immagine che ne
deriva sembra riassumere e rendere di colpo evidenti i legami
tra il singolo e un orizzonte più ampio; quello che si
era soliti attribuire a tratti, decisioni e responsabilità
del privato trova una lettura ulteriore come variante di una grande
storia dalle origini e dalle conseguenze che eccedono la portata
individuale.
La
fotografia, proprio come artificio che permette di fissare nel
tempo un attimo, e di racchiudere un volto e un gesto in una cornice
socialmente trasmissibile, rappresenta bene il condensarsi di
questo incrocio tra privato e pubblico.
L’abitudine
di conservare momenti particolari della vita privata, il matrimonio,
le ricorrenze, le vacanze o le cerimonie, chiama altri a partecipare
a quei ricordi, come testimoni differiti che, sfogliando l’album
fotografico, potranno condividere in qualche modo quella successione
temporale. Il soggetto che si pone davanti allo scatto fotografico
compie così un gesto che socializza una memoria autobiografica,
la sottrae all’appartenenza esclusiva per consegnarla a sguardi
ulteriori. La stampa e la comunicazione di massa attingono in
quantità a questo incrocio tra memorie: un articolo che
riporta un fatto di cronaca nera sarà illustrato dalle
foto del reo o della vittima, e spesso ci sorprendiamo nel notare
che i volti sembrano ricalcare perfettamente i ruoli, come se
fossero scelti da un regista occulto e competente.
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Autore:
Giorgio Amato,
Dottore di ricerca in Progettazione e valutazione dei processi
formativi - Università di Bari. Responsabile del Centro
di ricerca psicopedagogica EDIPO di Bari.
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