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STUDI E RIFLESSIONI

 

La guerra preventiva come dottrina pedagogica
Spunti sulla vicenda delle torture in Iraq

 

La storia di vita, che solitamente appare un insieme di percorsi privati, a volte si arresta in un lampo che rivela le sembianze della grande storia collettiva. Allora il fermo immagine che ne deriva sembra riassumere e rendere di colpo evidenti i legami tra il singolo e un orizzonte più ampio; quello che si era soliti attribuire a tratti, decisioni e responsabilità del privato trova una lettura ulteriore come variante di una grande storia dalle origini e dalle conseguenze che eccedono la portata individuale.

La fotografia, proprio come artificio che permette di fissare nel tempo un attimo, e di racchiudere un volto e un gesto in una cornice socialmente trasmissibile, rappresenta bene il condensarsi di questo incrocio tra privato e pubblico.

L’abitudine di conservare momenti particolari della vita privata, il matrimonio, le ricorrenze, le vacanze o le cerimonie, chiama altri a partecipare a quei ricordi, come testimoni differiti che, sfogliando l’album fotografico, potranno condividere in qualche modo quella successione temporale. Il soggetto che si pone davanti allo scatto fotografico compie così un gesto che socializza una memoria autobiografica, la sottrae all’appartenenza esclusiva per consegnarla a sguardi ulteriori. La stampa e la comunicazione di massa attingono in quantità a questo incrocio tra memorie: un articolo che riporta un fatto di cronaca nera sarà illustrato dalle foto del reo o della vittima, e spesso ci sorprendiamo nel notare che i volti sembrano ricalcare perfettamente i ruoli, come se fossero scelti da un regista occulto e competente.

 

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Autore: Giorgio Amato, Dottore di ricerca in Progettazione e valutazione dei processi formativi - Università di Bari. Responsabile del Centro di ricerca psicopedagogica EDIPO di Bari.

 

 


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