Una delle poche cose che (probabilmente) tutti noi abbiamo
fatto da piccoli, è stato scarabocchiare con passione ed impegno qualcosa di
estremamente prezioso: poco importa se si trattasse del documento che papà
aveva portato a casa dall’ufficio o dello stucco veneziano sulle pareti del
salotto, quello che conta è che il primo adulto ad accorgersi della cosa ci
abbia guardato come si guarderebbe Attila l’Unno dopo un’invasione. Ed
effettivamente il nostro estro creativo non poteva scegliere supporto peggiore,
ma spiegare ad un bimbo la differenza tra l’album da colorare e… tutto il
resto non è facile, come si fa? In genere, posto rimedio al rimediabile, l’unico
altro risultato derivante dal "fattaccio" consisteva nel tenere il
piccolo Picasso lontano da matite e pennarelli, per terrore di dover rispiegare
al capoufficio che il contratto con i fornitori giapponesi aveva nuovamente
assunto le fattezze di un policromo quadro cubista. Probabile risultato: se ci
vedevano un pennarello in mano venivamo resi innocui in qualche modo e la storia
che volevamo "raccontare" rimaneva lì, imprigionata nel cappuccio del
pennarello rosso tutto mordicchiato.
In mezzo a tutto ciò, il significato di quanto fatto dal
piccolo artista, scompariva allora e rischia di scomparire, mutatis mutandis,
anche oggi.
Cerchiamo di vedere le cose dal punto di vista del bambino,
rovesciamo la prospettiva di analisi e vediamo cosa succede. Come prima cosa
bisogna considerare l’età del bambino: se non padroneggia per bene il
linguaggio, disegnare è una delle attività che meglio gli possono consentire
di esprimersi (il suo mondo interno desidera mostrarsi) e di comunicare (non
solo "informare", ma COMUNICARE, cioè DIALOGARE). Ciò significa che
i suoi scarabocchi definiscono tutta una serie di personaggi, luoghi,
sentimenti, emozioni, paure; la forma non è proprio decifrabilissima, siamo d’accordo,
ma il significato è proprio lì, desideroso di essere svelato.