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Uno dei requisiti
fondamentali per poter cominciare a pensare in modo costruttivo alle tecnologie
dell’informazione e della comunicazione nell’ambito della didattica, è
quello di considerarle a tutti gli effetti delle tecnologie cognitive, ovvero
delle tecnologie che hanno implicazioni profonde ed innegabili nei processi
cognitivi e di pensiero delle persone che le utilizzano.
Non è difficile per nessuno
ammettere come la scrittura sia stata una della prime e più importanti
tecnologie cognitive di cui l’uomo si è avvalso per la trasmissione e la
conservazione della conoscenza; come tale, o meglio, come tecnologia della
mente, secondo una suggestiva definizione che ne è stata data da Goody,
la scrittura, nel distanziare l’oggetto del discorso dal momento e dal
contesto in cui viene pronunciato, nel suo rendere visibile il linguaggio, ha
prodotto nell’uomo forme di pensiero più propense all’astrazione, ha
liberato la memoria rendendola disponibile a compiti più complessi, ha
conferito abitudine a forme di pensiero e di riflessione lineari.
Non ha mancato di influire
profondamente anche sulle modalità percettive dell’uomo che, se fino
all’avvento della scrittura aveva privilegiato modalità di tipo uditivo, a
partire dalla sua diffusione ha esaltato il vedere come senso privilegiato.
Secondo quanto afferma Simone la scrittura sarebbe addirittura responsabile
della nascita di un nuovo modulo percettivo, la visione alfabetica,
a sua volta generatrice dell’intelligenza sequenziale, ovvero
l’intelligenza sviluppatasi a seguito dell’acquisizione di abilità e
abitudini alla lettura, in opposizione a quella simultanea,
intelligenza tipica delle società a cultura orale.
Allo stesso modo non dovrebbe
esservi difficoltà nell’ammettere che anche le attuali tecnologie
dell’informazione e della comunicazione si configurano come tecnologie della
mente e come tali devono essere considerate dalla scuola, nell’insieme dei
profondi riflessi che esse innegabilmente hanno sullo sviluppo di differenti
forme di pensiero e di conoscenza rispetto al libro stampato.
Tali riflessi non si
iscrivono soltanto nel quadro piuttosto catastrofista delineato dallo stesso
Simone e dalla corrente dei cosiddetti “apocalittici”,
e le nuove tecnologie non sono soltanto responsabili di forme di sapere
che stiamo perdendo, ma possono essere invece, se correttamente usate e se
inserite all’interno di una cornice di senso, dispensatrici di un notevole
valore aggiunto non solo nel processo di insegnamento-apprendimento, ma anche
nell’insieme delle molteplici domande e dei nuovi bisogni posti dalla nostra
società e dal vivere quotidiano.
L’unico luogo-istituzione
che può rendere esplicito questo valore aggiunto, che può educare all’uso di
una tecnologia che, certamente non è esente da rischi, che può appunto
delineare con chiarezza la cornice di senso all’interno della quale inserire
le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, è la scuola, ed essa
è purtroppo attualmente ancora molto poco attrezzata a rispondere a questo suo
compito.
La scuola si rispecchia
ancora oggi in una colorita immagine dipinta da Franco Frabboni, di vagone
lento, che fa fatica a stare al passo con il processo sempre più veloce di
accrescimento e di diversificazione della conoscenza
al punto da poter essere addirittura definita come luogo di rifugio in
cui ci si può rinchiudere per essere protetti dal fluire della conoscenza, dal
suo dinamismo, dunque luogo di sedentarizzazione, classificazione e
cristallizzazione di alcune conoscenze certe e codificate.
Nei
paragrafi che seguono, cercheremo di sgombrare il campo da diffusi luoghi comuni
che fanno da ostacolo alla diffusione delle TIC nella didattica.
NOTE
Goody Jack, La Logica della scrittura e l'organizzazione della società,
Einaudi, Torino, 1988
Su questo argomento si veda la trattazione di Pier Cesare Rivoltella in: Teoria della comunicazione, La Scuola, Brescia 1998
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