Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Affrontare i dsa con la pedagogia

dsaSempre più spesso si sente parlare di DSA, i disturbi specifici dell’apprendimento; sempre di più i nostri bambini vengono studiati, analizzati, medicalizzati. Eppure, invece di dare etichette e di andare a caccia di diagnosi e terapie, basterebbe partire dal termine “apprendimento”. Cosa significa apprendere? Significa immagazzinare e fare propri contenuti, atteggiamenti, punti di vista. Con chi e dove si apprende? In primo luogo si apprende dai genitori, in famiglia;in secondo luogo si apprende dagli insegnanti, a scuola. Ebbene, se l’apprendimento parte dalla famiglia e continua con un filo diretto a scuola perché non ci interroghiamo sulla famiglia, sulla scuola? Sembrerebbe logico infatti andare a studiare e analizzare quegli ambienti, quelle persone che ogni giorno, con ogni parola, ogni gesto contribuiscono allo sviluppo e alla formazione dei bambini.

Eppure l’atteggiamento che si nota negli ultimi tempi è diverso. Si vuole a tutti i costi cercare nel bambino tracce di un qualche disturbo, di un difetto che giustifichi e assolva, in molti casi, errori educativi e didattici.

Si sceglie di “curare” i nostri bambini con protocolli clinici invece di affrontare le problematiche con le strategie dettate dalla pedagogia. Una pedagogia che in realtà sarebbe provvidenziale dal momento che “guarisce”non solo chi vive la difficoltà d’apprendimento ma anche chi, in un certo senso, l’ha generata.

La dottoressa Maria Montessori, sfidando le comuni convinzioni, affermò che è la pedagogia la scienza dei bambini e che solo attraverso la pedagogia si può aiutarli a crescere, a superare le difficoltà, a diventare adulti. Dimostrò, con l’esperienza sul campo, che anche i bambini ritenuti al tempo“dementi”, rinchiusi tra i malati di mente in un manicomio, potevano apprendere e uscire da quella triste condizione. Dimostrò che per ogni bambino, per ogni persona c’è una possibilità di apprendimento, una possibilità di miglioramento. Ma per poter migliorare occorre individuare l’origine del problema e ciò è possibile solo studiando la biografia del bambino, parlando con la famiglia. Aiutare il bambino significa infatti partire dalla sua vita e conoscerla. Se, ad esempio, un bambino ha poca manualità nell’abbottonarsi una giacca, come pensiamo che potrà tenere una penna in mano e scrivere correttamente? Oppure, come possiamo chiedere ad un bambino di stare seduto, attento e tranquillo a scuola se a casa vive un clima teso fatto di urla dei genitori e litigi? Chi ha fretta di attaccare l’etichetta per de-responsabilizzarsi, classificherà il primo come dislessico e il secondo come iperattivo; ma se, come solo la pedagogia propone, prendiamo “in carico”la famiglia, eviteremo di fare diagnosi e magari anche di somministrare farmaci.

E’ necessario dunque capire dove si tratta realmente di un problema di tipo genetico e dove invece si tratta di un problema educativo o di scarsa scolarizzazione. Non è ammissibile trasformare la scuola in una corsia d’ospedale quando invece dei protocolli medici è doveroso applicare i protocolli pedagogici.

E’ innegabile inoltre che ognuno di noi apprende con tempi e modalità diversi e spesso la velocità e i metodi con cui vengono svolti i programmi didattici a scuola tendono a lasciare “qualcuno” indietro. Si potrebbe obiettare che da sempre sono esistiti gli alunni svogliati, gli alunni distratti, gli alunni che si applicano poco. Eppure anche per la loro la pedagogia offre grandi possibilità: perché la svogliatezza, la distrazione, il disinteresse hanno un’origine e ogni alunno può essere motivato ed entusiasmato a studiare. E come possiamo agire nel caso di un bambino che ha realmente un disturbo dell’apprendimento? Anche in questo caso la pedagogia può fare la differenza, attraverso una didattica personalizzata.

Invece di LIM, a definizioni cliniche, pensiamo ai nostri bambini:offriamo loro più risorse umane e una didattica più flessibile. Facciamo in modo che ci sia il tempo per dedicarsi ai propri alunni, più consulenti pedagogici, più educatori. Facciamo in modo che figure del genere siano familiari all’interno della scuola, che ogni bambino e ogni genitore possa essere guidato e sostenuto. Se ci si concentra sulle potenzialità di ognuno, se si punta alla valorizzazione di punti di forza non sarà più necessario ricorrere tanto frequentemente al termine “disturbo”ma potremo parlare invece di “difficoltà” da affrontare e superare insieme.


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