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Il nuovo rapporto dell'Unesco sulla scolarità del pianeta

Un bambino (o bambina) su dieci ancora oggi non ha un'istruzione che possa garantirgli delle nozioni-base: 250 milioni di persone alle quali viene preclusa la possibilità di un futuro migliore, e un peso che non ricade solo sulle loro vite e quelle delle loro famiglie.

Lo scrive l'Unesco, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura, nel dossier Teaching and learning: Achieving quality for all.

Anche andare a scuola non basta: 130 milioni di bambini riescono a raggiungere standard qualitativi minimi. Non è un problema da poco: una buona educazione è un bene sempre più prezioso per la prosperità economica di un Paese, e questa profonda crisi dell'educazione sta costando al mondo qualcosa come 129 miliardi di dollari all'anno. 
E questo solo in termini economici, s'intende, ovvero senza considerare adeguatamente i molteplici impatti che una scarsa educazione implica in termini di qualità della vita, qualità dei rapporti sociali e, ovviamente rispetto e qualità dell'ecosistema.

La sostenibilità economica, ambientale e sociale cresce da un'adeguata educazione (e, dunque, consapevolezza) come una pianta da un terreno ben curato.

Scrive l'Unesco: «L'istruzione è parte della soluzione ai problemi ambientali globali. Le persone con più di istruzione tendono non solo ad essere più preoccupate per l'ambiente, ma anche a far seguire tale preoccupazione con azioni che promuovono e sostengono le decisioni politiche che proteggono l'ambiente. Migliorando la conoscenza, instillando valori, influenzando le convinzioni e spostando gli atteggiamenti, l'educazione ha un notevole potere di cambiare gli stili di vita e i comportamenti dannosi per l'ambiente».

Tutti i problemi evidenziati nel rapporto Unesco Teaching and learning: Achieving quality for all riguardano soprattutto i paesi più poveri, ma non è soltanto una questione geografica.

La Nigeria, è vero, è il Paese che sta più in basso in classifica, con Etiopia, Pakistan e India che le fanno buona compagnia. Ma i bambini di tutti i Paesi Ocse, come Inghilterra, Nuova Zelanda ma anche Norvegia e ovviamente Italia, che «nascono nelle famiglie più povere rischiano di imparare meno degli altri studenti». Una situazione particolarmente grave nel nostro Paese, in quanto si trascina con pesanti ricadute nel mondo degli adulti.
Come dimostra l'ultimo studio Isfol-Piaac redatto in materia, praticamente i ¾ degli italiani rientra in modo più o meno accentuato nella casistica dell'analfabetismo funzionale, con evidenti ricadute sulla qualità della vita (e delle istituzioni) del nostro Paese.

Allargando l'orizzonte all'intero pianeta, il Rapporto racconta quello che potrebbe essere. Stima che garantire una istruzione di qualità per tutti i bambini sarebbe in grado di generare enormi benefici economici, corrispondente in media all'aumento del Pil di un paese pro capite pari al 23% in 40 anni, per non parlare di tutto il resto che andrebbe a migliorare.

Fino al 2008 questo poteva sembrare un obiettivo raggiungibile o quasi (guardando al 2015), ma la crisi economica è entrata a gamba tesa all'interno di queste prospettive. «Il numero di bambini esclusi dall'istruzione – ricorda Internazionale – era sceso da 102 a 60 milioni. Ma in seguito questa tendenza si è improvvisamente arrestata. Per raggiungere l'obiettivo di un'istruzione elementare per tutti, l'Unesco stima che occorrano 26 miliardi di dollari in più all'anno». Soldi che al momento si decide di non investire. Relegando l'educazione al livello di un dio minore non facciamo però che attirarci le sue maledizioni, e subirne le conseguenze.

Fonte: GreenReport.it, 30/01/2014

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