Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 7 - Luglio 2024

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A scuola non servono le quote rosa

insegnanteQuando si pensa a un insegnante della scuola italiana il pensiero va spesso a una donna. Un'associazione di idee che trova sostegno nei numeri. Il corpo docente italiano è per l'81,1% composto da donne. Una percentuale altissima: in Europa solo un Paese, l'Ungheria, conta una presenza maggiore di sesso femminile dietro la cattedra (82,5%). 

A livello di scuola d'infanzia, poi, tocchiamo un record mondiale: solamente lo 0,4% di maestri sono uomini. Una presenza, quella femminile, che alle superiori si riduce sensibilmente, ma sfiorando il 60% costituisce sempre la grande maggioranza.

Già in tenera età, nella scuola primaria, i risultati migliori sono molto spesso appannaggio del sesso femminile. Se si guardano i dati sulla dispersione scolastica, il tema non cambia: nel 2012 l'Italia era ancora ferma al 17,6% di giovani usciti dal circuito formativo prima dei 16 anni; una quota decisamente lontana dal valore medio dell'indicatore nell'Ue27, che si attesta al 12,8 per cento. Però se si guarda al genere di alunni italiani che lascia i banchi prima del tempo, il quadro diventa ampiamente in attivo: tra i maschi sale infatti al 20,5%, mentre tra le femmine scende al 14,5%.

Il rapporto più felice tra donna e istruzione si evince anche dalle ultime risultanze Ocse: scorrendo i dati Ocse emerge che in Italia i maschi diplomati della secondaria sono il 70% tra i 25-34enni (+25%), invece le femmine diplomate raggiungono il 75% nella stessa fascia di età (+35%). A quindici anni le femmine hanno competenze in lettura significativamente più alte dei maschi, mentre questi ottengono risultati migliori in matematica, ma di misura statisticamente non significativa.

Le donne iscritte a una Facoltà sono di più (56%), hanno ottenuto alla maturità un giudizio medio alto (87/100) e si laureano almeno un anno prima degli uomini. Tuttavia, il tasso di disoccupazione delle laureate rimane più alto, il 6,7%, contro il 4,1% dei maschi. Anche perché scegliendo in prevalenza corsi di studi umanistici, le donne hanno molte meno probabilità dei maschi di operare professionalmente in campi tecnologici o comunque economicamente più produttivi. In ogni caso, anche a parità di titolo di studio guadagnano meno degli uomini: in genere la differenza è del 10-20%, anche se non di rado raggiunge punte del 30-40%.

Per le donne che insegnano anche andare in pensione è diventato un problema. Dal 1 gennaio del 2012 l'età minima per accedere all'assegno di quiescenza è passato da 60 a 62 anni, da quest'anno servono 63 anni e 9 mesi. Mentre per quelle che non posseggono il requisito dell'età anagrafica, occorre un'anzianità contributiva di 41 anni e 6 mesi entro il 31 dicembre 2014. «Si tratta di un'imposizione che - osserva l'Anief - fa arrivare le donne italiane alla pensione scontente e affaticate.

Fonte: LaStampa.it, 10/03/2014