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Perché alcuni bambini sono eccessivamente egoisti e narcisisti con i loro compagni di giochi? La spiegazione arriva da uno studio dell’Università di Amsterdam, che ha indagato sul dilagante atteggiamento di autocelebrazione che caratterizza sempre più i piccoli occidentali.
Basta compiti è la nuova Rete nazionale composta da Dirigenti e docenti a Compiti Zero. Il gruppo - costituito venerdì 19 e sabato 20 gennaio a Jesi - si è riunito durante il Convegno "Basta compiti, non è così che si impara", organizzato dal fondatore del movimento Maurizio Parodi.
Vi scrivo perchè vorrei capire meglio mia figlia di 21 mesi. Tengo a dire che è una bimba adorabile, simpatica, intelligente e piena di energia (non sta ferma un secondo). Fino a qualche mese fa, però, faceva l'isterica per un semplice "no" o addirittura per nulla. Preciso che la tengono i nonni tutto il giorno.
Poi ho iniziato a portarla e a farla portare allo spazio gioco e, immediatamente, ha smesso di fare capricci perché riusciva a sfogarsi abbastanza. Anche a casa la facevamo giocare di più. Poi lunedì ha avuto un po di febbriciattola, che è scomparsa da sola nella notte. ha iniziato a non mangiare e io l'ho associato al fatto che non fosse in perfetta forma. Fin qui tutto nella norma, a parte lunedì notte che si è svegliata in preda a una crisi con un pianto inconsolabile che per fortuna ha smesso con un 1 minuto di cartoni.
Mercoledì dalle 14.30 alle 16.00 ha iniziato con urla isteriche, buttandosi a terra, e non c'era nulla da fare per i nonni per calmarla, anzi ogni tentativo peggiorava la situazione. Poi si è addormentata 40 minuti e poi si è svegliata ancora urlando e piangendo. Premetto che era da lunedì che non aveva più avuto modo di giocare né fuori né allo spazio gioco. Sono uscita dal lavoro e l'abbiamo portata al pronto soccorso, arrivati li si è calmata e si è messa a giocare e a ridere e, secondo me, mi hanno presa per pazza. L'hanno visitata e hanno detto che aveva un pochino l'orecchio arrossato e qualche placchetta in gola. Devo darle la tachipirina. Secondo me, però, non può piangere in quel modo per quel motivo e dopo saltare giocare e ridere (tutto questo prima di prendere la tachipirina). Ci deve essere dell'altro anche perché una che ha un forte mal di gola non urlerebbe così forte e per tanto tempo.
E poi se avesse un forte male alle orecchie se le toccherebbe e non salterebbe così tanto ridendo. Non è più la stessa. È stata poco bene altre volte anche in forme peggiori ma non si è mai comportata così. Voi avete un'idea? Grazie mille
Avvicinare i bambini delle scuole dell’infanzia e primarie alla lettura, promuovere il ruolo culturale, sociale e formativo delle biblioteche che fanno parte del Sistema Bibliotecario Ovest Bresciano, creare una rete sociale finalizzata a supportare anche i bambini disabili e le loro famiglie nell’esperienza di lettura e favorire la collaborazione tra le biblioteche del Sistema per costruire un piano unificato di promozione della lettura o condividere singole esperienze e professionalità.
Marco ha 5 anni e come figura di genitore ha solo me (il padre ci ha lasciato appena scoperta la gravidanza). Fino ad un mese vivevamo con i miei genitori, ora viviamo io e lui poco lontano dai nonni.
Marco con gli adulti è molto bravo e rispettoso. Il problema è con i suoi compagni specie con quelli più piccoli o a detta delle sue maestre più deboli. Se non ottiene quello che vuole alza subito le mani e ha questi scatti di rabbia. La sua maestra ha provato a girare la questione non dal punto di vista del perché lo fai ma dal punto di vista del "perché questa cosa/ situazione ti spaventa e reagisci così?". Ha ottenuto un pianto a dirotto e poco altro...
Premetto che come le da le prende anche. A volte arriva a casa con graffi o morsi. Quando gli chiedo cosa è successo lui si rinchiude in se stesso e non dice più nulla... Abbiamo istituito l'angolo della verità senza castigo, il cerchio delle emozioni e una mezz'ora ogni giorno di "comanda Leo"... Senza risultati. Ora mi hanno suggerito di portarlo da una pedagogista.
Ma vorrei tanto aiutarlo perché spesso lo vedo spaesato e solitario anche al parchetto o in mezzo ad altri bimbi... Di contro portato in un posto nuovo con play zone è partito alla grande a giocare con tutti i bimbi (tutti sconosciuti) tanto da fare i capricci al momento di andare (e direi meno male!!)... Capisco che la mancanza di una figura paterna possa influire su questi atteggiamenti però vorrei capire come aiutare Marco ad interagire meglio con gli altri bimbi.
Sono mamma di un bimbo di 7 settimane che dorme pochissimo durante il giorno. Lo allatto al seno e senza grossi problemi, richiede le poppata circa ogni 3 ore, la notte si sveglia circa due volte ma mangia per pochissimo tempo, quasi ad occhi chiusi, è in poco tempo si addormenta di nuovo, ma sempre in braccio o attaccato a me se lo allatto stesa sul letto. Il problema arriva di giorno, non si addormenta quasi ma dopo le poppate anche se sbadiglia come un matto e si vede che sta crollando di sonno; spesso non cede nemmeno se coccolato in braccio o cullato, non parliamo se poi lo mettiamo nella carrozzina. In più non vuole stare per più di dieci minuti da nessuna parte, ne carrozzina ne sdraietta. Inizia a mugugnare, poi piange anche se lo teniamo vicino a noi... Da un po', poi, anche le poche volte che si addormenta e tentiamo di metterlo giù, si sveglia in pochissimo tempo, e sta iniziando a fare così anche di notte, con la conseguenza che ultimamente lo tengo nel lettone. So che non va bene ma lo gestisco quasi completamente da sola, vicino non ho nonni o parenti e sono davvero stanca...Leonardo comunque sembra un bimbo davvero sempre poco tranquillo e costantemente stanco. Cosa posso fate per migliorare la situazione e far star meglio tutti, compreso per primo il mio bimbo? È tanto piccolo che non credo sia normale stare sveglio mediamente dalle 8 di mattina alle 16, 17 del pomeriggio! Poi ovviamente ogni volta entriamo nel circolo vizioso che non dorme, è troppo stanco per mangiare, a volte si addormenta al seno anche di giorno altre rimane attaccato un'ora per rilassarsi... insomma cosa possiamo fare?
Sono la mamma di Matteo, un bambino che ha compiuto da poco 3 anni. Ha iniziato l'asilo a settembre, ma già da qualche mese ho notato che quando gioca con gli altri bambini gli infastidisce, toccandogli, punzecchiandoli, e certe volte spingendoli. La maestra dell'asilo mi dice che è birichino e manesco. Non so proprio come comportarmi. Gli ho tolto i cartoni da ieri e le sue macchinette preferite ma non mi sembra che la cosa lo tocchi particolarmente. Forse sono troppo rigida? Non capisco.
Spero in una sua risposta. Cordiali saluti.
Un'inchiesta di Abigail Haworth, de The Observer Magazine, ai margini dell’industria del sesso in Cambogia, dove le famiglie più povere vendono la verginità delle figlie a uomini ricchi e potenti.
L'articolo completo in allegato.
L’articolo nasce da una riflessione innescata da un corso di formazione rivolto a docenti della scuola dell’Infanzia. Si propone di considerare i campi di esperienza come ambiti informali di competenza da far interagire globalmente nella progettazione didattica, attraverso la programmazione di compiti autentici. La valutazione di tali esperienze didattiche deve valorizzare il processo di apprendimento, non solo il risultato finale, fino a cogliere elementi che consentono di valutare le competenze via via acquisite.
In un mondo che brulica di informazioni e distrazioni, la nostra capacità di attenzione spesso assomiglia a una farfalla svolazzante senza tregua da un’idea all’altra. Quindi, cos’è capacità di attenzione, questa forza magica che stabilisce quanto tempo riusciamo a restare concentrati sulla stessa attività? La capacità di attenzione, nella sua forma più semplice, è il tempo che una persona riesce a restare concentrata su una determinata attività senza distrarsi. Immaginala come i riflettori di un teatro: illuminano l’azione principale mentre tutto il resto rimane nell’ombra. E adesso chiediamoci: perché è importante?
Fernando voleva bene al suo unico nipotino. Quand’era nato, dopo una gestazione della figlia molto difficoltosa, e due aborti spontanei, era stato colto da un’euforia indicibile. Gli aveva subito aperto un libretto bancario, su cui versava ogni mese un decimo della sua pensione, perché voleva garantire al piccolo erede un futuro almeno dignitoso. L’avevano chiamato Leo, nemmeno Leone o Leonardo: proprio Leo, così abbreviato per non appesantirlo oltre ai due cognomi ereditati dalla famiglia paterna, Rossi Bastianutti.
Francesco Verro
Chiaro di luna
Bookabook, 2017
pag. 93, 10 Euro
Una classe inclusiva è un luogo dove viene garantita a tutti i bambini la piena fruizione del diritto all'educazione e il rispetto del diritto di non-discriminazione. E' un luogo dove i bambini con bisogni educativi speciali vengono inclusi nell'apprendimento da insegnanti qualificati, capaci di andare incontro alle necessità del singolo bambino.
Il pensiero computazionale è la capacità di trovare soluzioni a carattere algoritmico, così precise e definite da poter chiedere ad una macchina o ad un robot di eseguirle per noi. Con tutta evidenza, non si tratta di matematica e neppure di informatica. E’ senz’altro qualcosa di strettamente vicino alla logica. La logica convive con la sintassi e l’analisi, è presente in tutte le attività della vita, non solo scolastiche.
Il pensiero computazionale è proprio questo: la capacità di descrivere un procedimento costruttivo che porti alla soluzione di una determinata situazione problematica. Avere pensiero computazionale vuol quindi dire essere in grado di attivare un processo mentale che permetta di risolvere problemi di varia natura utilizzando metodi e strumenti specifici, scomponendoli dapprima in tanti step, cercando di trovare una soluzione ad ogni fase per arrivare così più facilmente a quella finale. Naturalmente la soluzione trovata deve essere sempre verificata, attraverso una fase esperenziale o attraverso una simulazione della situazione presentata.
Per "coding unplugged" si intendono tutte quelle attività che utilizzano strumenti non digitali per la realizzazione di lavori che introducono ai concetti fondamentali dell’informatica. Sono sempre più frequenti esperienze didattiche che vedono gli studenti impegnati in attività analogiche che affiancano l’utilizzo di strumenti digitali. Fare coding a scuola senza computer può certo sembrare un ossimoro, se non fosse che il pensiero computazionale si attiva soprattutto attraverso una serie di attività stimolanti tipiche del coding unplugged. L’insegnamento dei principi della programmazione, infatti, non prevedono l'utilizzo dei dispositivi elettronici.
Una diagnosi di disturbi specifici dell’apprendimento (o DSA) può lasciare inermi molte famiglie, specie se non hanno già avuto in precedenza esperienze simili con altri figli, e far moltiplicare i dubbi quanto al futuro scolastico del bambino. La buona notizia è che non solo il mondo della scuola è ormai attrezzato per venire incontro alle particolari esigenze di studenti con dislessia, discalculia e via di questo passo ma anche al di fuori non mancano soluzioni adatte ai bisogni formativi – e non solo – dello studente con DSA. Ecco, allora, qualche suggerimento a prova di genitori su cosa fare dopo una diagnosi di DSA.
Il primo indispensabile passo è cercare alleati all’interno della scuola, tra gli insegnanti che già conoscono e seguono il bambino. Spesso sono del resto proprio maestre e professori ad accorgersi di comportamenti anomali che hanno a che vedere con la sfera dell’apprendimento e a segnalarli ai genitori perché possano provvedere adeguatamente. Anche una volta che il percorso medico con neuropsichiatra, logopedista, eccetera abbia confermato il sospetto di DSA, grazie alla loro esperienza e al fatto che ormai da anni seguono corsi di aggiornamento e fanno formazione specifica sul tema, dovrebbero rimanere un punto di riferimento per l’alunno e la famiglia. Tanto più che a loro tocca proporre in classe attività compensative e misure dispensative che assicurino all’alunno con DSA di raggiungere gli obiettivi formativi prefissati e di poter lavorare sullo sviluppo di apposite competenze e a colmare le più evidenti lacune. Più hanno esperienza nell’insegnamento, più sono dotati di empatia e di capacità di ascolto attivo e più i docenti riescono, però, in un obiettivo altrettanto fondamentale: far in modo che anche il bambino o il ragazzo che presenti disturbi specifici dell’apprendimento possa vivere una normale vita di classe e sia, cioè, perfettamente integrato nel gruppo dei compagni e possa condividere con questi quanto più momenti formativi possibile. Non sottrarsi ai colloqui docenti genitori e, anzi, chiedere di essere aggiornati periodicamente su quanto succede in classe è il modo più semplice per la famiglia per farsi aiutare dalla e aiutare la scuola nell’approccio con l’alunno con DSA. Ciò non esclude che possano essere i genitori a proporre attività ad hoc ai docenti, da svolgere nelle ore scolastiche e in compagnia della classe e in grado di stimolare il bambino o il ragazzo nell’apprendimento.
È più facile farlo soprattutto se si può contare sull’aiuto di un tutor DSA che segua il proprio figlio a casa, con i compiti, in una serie di attività di rinforzo che non hanno a che vedere solo con i programmi scolastici ma più in generale con lo sviluppo di una serie di competenze e abilità fini. L’insegnante privato di un alunno con DSA è, cioè, il perfetto intermediario tra scuola e famiglia e può proporre a maestri e professori e genitori soluzioni win win e che siano soprattutto proficue per la formazione del bambino o del ragazzo. Forse il secondo passo importante da compiere immediatamente dopo aver ricevuto una diagnosi di DSA per i propri figli è, cioè, cercare qualcuno che possa prendersene cura, almeno per quanto riguardo gli aspetti legati allo studio, nelle ore e nei momenti extra-scolastici.
Vale tanto per quei genitori che hanno molti impegni personali o di lavoro e poco tempo e quanto per chi con più tempo a disposizione riuscirebbe pure a seguire passo passo i propri figli nei compiti: nel caso dell’alunno dislessico o con altri disturbi specifici dell’apprendimento, un insegnante privato non è un semplice insegnante di ripetizioni ma è un supporto in più per il bambino o per il ragazzo che, del resto, potrebbe aver bisogno di essere motivato innanzitutto psicologicamente a dedicarsi allo studio e farlo con impegno. Più il tutor è un tutor specializzato in DSA e più conoscerà e saprà adottare caso per caso trucchi che invogliano lo studente a mettersi sui libri o, meglio ancora, sarà in grado di inventare attività di studio poco tradizionali, divertenti e capaci di attirare l’attenzione del ragazzo e farlo restare concentrato nello studio, motivandolo e facendo in modo soprattutto che siano i buoni risultati ottenuti a spingerlo a continuare.
C’è un solo modo, del resto, da genitori e docenti di alunni con DSA per incentivare davvero i loro buoni risultati a scuola: fissare – e meglio se insieme – solo obiettivi realistici, non fare paragoni con gli altri studenti, celebrare ogni importante successo ottenuto.
Lo sviluppo della moralità è un processo che si struttura nel corso della storia evolutiva del bambino ed è connesso allo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale. Sulla competenza morale individuale intervengono differenti fattori, fra i quali un posto di rilievo è occupato dal contesto familiare. Prima dei nove anni, il piccolo possiede una morale di tipo eteronoma, ovvero è mutuata dai divieti e dalle regole imposte dagli adulti, successivamente si forma progressivamente una morale autonoma.
I libri illustrati per l’infanzia negli ultimi tempi hanno ricevuto un’attenzione particolare, in quanto sono da considerare degli strumenti che agevolano lo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale dei bambini. Già da tempo diverse ricerche si sono occupate di capire quale ragione spinge i bambini a scegliere un libro illustrato da leggere piuttosto che un altro. Da questo punto di vista, i bambini sono attratti dalle caratteristiche più superficiali dei libri, come, ad esempio, la presenza di molte illustrazioni, che utilizzano colori vivaci. Relativamente ai contenuti, i bambini di scuola dell’infanzia e di scuola primaria preferiscono i libri di narrativa che contengono elementi fantastici. Riguardo all’abitudine a leggere, le bambine leggono più dei bambini, confermando in questo lo stereotipo che vede i bambini impegnati nel tempo libero in attività di movimento e le bambine in attività più tranquille, come la lettura. Frequentemente le scelte dei bambini, relative ai libri, sono influenzate dalla pubblicità e dai pareri espressi dai coetanei. Questo succede soprattutto per i bambini più grandi.
L’inglese è la lingua con cui si può girare il mondo interagendo con gli altri senza problemi ma è anche l’idioma che parlato in modo fluente arricchisce il curriculum professionale. Imparandolo da piccoli l’apprendimento risulta più facile e il bilinguismo è garantito. Se stai pensando a come insegnare inglese ai bambini in modo divertente sappi che potrai utilizzare canzoni, storie e filastrocche che permettano loro di giocare e contemporaneamente di costruire le basi di questa lingua straniera.
Salve, sono la mamma di Carla, 3 anni e Marco di 9 mesi. Io e mio marito nelle ultime due settimane stiamo impazzendo a causa delle reazioni della nostra bimba. Carla è una bimba intelligente, vivace sia motoriamente che nel linguaggio. Essendo nata a gennaio, abbiamo deciso di mandarla a scuola materna con qualche mese di anticipo. Marco è nato a maggio, il suo arrivo è stato accolto apparentemente bene dalla sorella che è sempre stata molto affettuosa.
A settembre quindi ha iniziato l’asilo, un mesetto di assestamento e poi è sempre andata volentieri. Io sono stata a casa parecchio anche per questa seconda maternità. Sono rientrata al lavoro il primo di febbraio.
Da qualche settimana Carla e diventata particolarmente oppositiva nei nostri confronti, a ogni nostra richiesta o affermazione, risponde con un no o non ci da risposta. A volte dopo averla chiamata tre o quattro volte, la chiamiamo ad alta voce e lei finalmente ci risponde, ma con un tono scocciato.
Non fa mai quello che chiediamo, allora io e mio marito, forse erroneamente ma ormai frustrati, urliamo. L’abbiamo messa anche in punizione non facendole vedere la TV, ma non è servito a nulla. Naturalmente prima si cerca di spiegarle il perché e il per come deve fare questa cosa. Pretendo che mi guardi negli occhi quando parlo. Sembra ascoltare, ma alla fine del discorsetto mi dice «sì però io voglio...» oppure «sì ma prima io faccio...».
Non riusciamo a trovare un sistema per arginarla. Spesso mi ritrovo a pensare che passo pomeriggi o sere a riprenderla su cosa non deve fare e cosa deve fare. Sta diventando veramente pesante.
Spesso le dico che non è lei che comanda ma io e papa; lei mi guarda in cagnesco, se non quando mi ripete alla lettera quello che io dico a lei: «tu mi hai fatto arrabbiare xche ti sei comportata male con me...». Come possiamo comportarci?
Con il fratello ha un atteggiamento affettuoso, a volte anche troppo. Lo stringe in maniera eccessiva così la sgridiamo spiegandole che è piccolo e non deve stringerlo così.
Vi prego aiutateci.
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