Main menu

Se non trovi la risposta che ti interessa chiedi cons oppure cerca qualcuno che ti possa aiutare

sostieni_educareit

Come si diventa gay?

Il problema che vi espongo riguarda un ragazzino di 14 anni che frequenta la prima superiore in una classe tutta maschile.

Il ragazzino in questione ha sempre avuto dei problemi nel relazionarsi con i suoi coetanei sin dall'infanzia, poiché avendo una personalita' molto calma e riflessiva, piu' matura della sua eta', hanno sempre detto insegnanti e dottori, non riusciva a seguire i ritmi piu' irruenti degli altri bambini.
Ora la situazione e' migliorata, il rendimento scolastico, che in passato era titubante, e' ottimo e il rapporto con gli amici e' disinvolto e rilassato, ed e' qui che si e' presentata la sua fissazione.

Ha paura di diventare gay, non sopportando questo pensiero piange in continuazione, alternando momenti di normalita' ad altri di crisi. Le sue domande sono ripetitive: vuole sapere come si diventa omosessuale, perche' e quali sono le reazioni di un vero maschio.

Ovviamente le risposte che credevamo giuste ed adeguate abbiamo cercato di darle, ci siamo rivolti anche alla sua Pediatra, della quale ha molta fiducia e ad un Neurologo che lo sta' curando con dei medicinali che gli controllino un po' questi stati depressivi.

Potete darci qualche consiglio di tipo psicologico?
Vi ringrazio anticipatamente

 

Gentile Signora,
innanzitutto complimenti per il ragazzino: calmo, riflessivo, disinvolto, rilassato. Tutte qualità che costituiscono un vero e proprio tesoro, da apprezzare e valorizzare da parte di chi lo possiede e da chi gli sta attorno.

Complimenti dunque anche a Lei: un ragazzino di 14 anni che condivide certe sue preoccupazioni con un adulto, dimostra di avere fiducia in Lei: lo accolga e lo rassicuri sul fatto di essere amato e accettato incondizionatamente e indipendentemente da quale sia il suo presente e/o futuro sviluppo d’identità sessuale.

Lo sviluppo dell’omosessualità è un’altra, ma non anomala, delle possibili vie di sviluppo dell’identità sessuale maschile. Non si tratta né di una patologia psichica, né di un comportamento anormale.
Le naturali crisi e paure dell’età evolutiva affliggono, tormentano, angosciano tutti/e i/le giovani in crescita, gli/le omosessuali non diversamente che gli/le eterosessuali.

Questo delicato processo di una sempre maggiore consapevolezza della propria identità sessuale non è sempre esente da traumi nemmeno per i genitori. Conosco ad esempio una madre che ha da sempre desiderato di diventare un giorno nonna, caduta in uno stato depressivo, dal momento che sua figlia (eterosessuale a tutti gli effetti!) le ha comunicato la sua irreversibile decisione di non volere figli!
Tramite i nostri colloqui quella signora ha superato con successo e senza l’ausilio di farmaci antidepressivi questo momento di "crisi vitale".

Tornando all’omosessualità nello specifico c’è da dire, prima di tutto, che è un fatto naturale e normale, esistito da sempre in tutto il mondo e in tutte le culture. Quel che invece cambia, è il quadro di accettazione da parte di una certa cultura e società di fronte a certe pratiche sessuali piuttosto che non ad altre. Questo "quadro" viene dipinto e ri-dipinto nelle varie epoche e dalle varie società di volta in volta, ed è perciò un "quadro" non naturale bensì arbitrario.

Il modello omofobico, sempre di meno, ma ancora diffusamente presente nella nostra cultura, può essere più o meno marcatamente interiorizzato da parte del ragazzino, ma anche da parte di insegnanti, compagni, genitori e può rappresentare una non indifferente causa di imbarazzo che ostacola una serena costruzione dell’identità sessuale.

Psicologia e pedagogia dispongono oggi di validi studi empirici longitudinali per quanto riguarda i tentativi fatti in passato dalle psicoterapie a "ri-educare" l’omosessuale alla eterosessualità, per "risparmiargli" lo status di vittima dell’omofobia e presupponendo che un comportamento sessuale che si adegui alle norme attualmente presenti nella nostra società porti a maggiore soddisfazione in termini di "pace interiore".

Ebbene, così non è stato affatto, come dimostra Richard A. Isay, medico e terapeuta che si occupa da 30 anni esclusivamente dello sviluppo psicologico dell’omosessuale. Egli descrive numerosi casi di clienti omosessuali che sono stati precedentemente e per tanti anni in cura psicanalitica con l’obiettivo di modificare e trasformare l’orientamento omosessuale in quello eterosessuale. (Cfr. Richard A. Isay, Being Homosexual. Gay Men and their development, Farrar, Straus, Giroux, New York, 1989. Isay è professore di psichiatria al "Cornell Medical College" e membro del "Columbia Center for Psychoanalytic Training and Research).
Queste pratiche di ri-educazione con i relativi obiettivi condivisi sia dai clienti stessi che dai loro terapeuti, erano diffuse soprattutto negli anni sessanta (cfr. Irving Bieber, Homosexuality, Basic Books, New York, 1962).
La storia clinica, a distanza di decenni, dimostra, che i clienti di allora, oggi 40enni, 50enni e 60enni, nel frattempo in gran parte sposatisi e padri di famiglia, ora constatano che la "doppia vita" tra la loro naturale omosessualità e la loro non naturale eterosessualità si presenta alquanto logorante, dolorosa, infelice.

Tornando al ragazzino in questione, l’obiettivo principale e basilare da tenere presente è la sua felicità.
L’eterosessualità e l’amore tra maschio e femmina si può attuare in innumerevoli sfaccettature, varianti, versioni e forme. La stessa cosa dicasi per l’omosessualità e per l’amore che può attuarsi tra persone dello stesso sesso.
Il ragazzo si domanda "come si diventa omosessuale". Ebbene, vorrei rispondere con un’altra domanda: come si diventa un/una eterosessuale che predilige una certa pratica sessuale piuttosto che non un’altra? Ovvero: come si diventa un eterosessuale (o un omosessuale) che esplica il suo desiderio di amore e di amare in un linguaggio piuttosto che in un altro, in azioni caritatevoli piuttosto che in un matrimonio o una convivenza, in un legame prevalentemente fisico con il proprio partner piuttosto che in un rapporto impregnato prioritariamente di dialogo verbale, …, e via dicendo.

L’attuarsi della omosessualità e il relativo "venire fuori", definito come "coming out" sta diventando un fenomeno sempre più visibile nella nostra cultura occidentale. Ogni "coming out" ha le sue svariate sfaccettature che sono strettamente individuali: gli omosessuali non si assomigliano tra di loro più o meno di quanto non si assomiglino gli eterosessuali tra di loro; o di quanto non si assomiglino i fratelli cresciuti nel medesimo contesto familiare, il che rimanda necessariamente alla risoluzione dei sensi di colpa spesso presenti nei genitori di figli omosessuali.

Del resto, gli studi comparativi hanno ben evidenziato, che certe problematiche familiari (iper-o ipopresenza della madre o del padre, o addirittura rifiuto) sono sì frequentemente presenti nella storia di vita degli omosessuali, ma la correlazione diretta con l’omosessualità è tutt’altro che provata, visto che analoghe problematiche si trovano similmente rappresentate anche nelle storie di vita degli eterosessuali.

Il ragazzino si domanda inoltre quali siano "le reazioni di un vero maschio". Una reazione, indipendentemente dal fatto se proveniente da un maschio o una femmina, è innanzitutto la reazione di una persona in un determinato momento della sua vita e in una determinata situazione. La persona che sa della sua dignità e si autostima (valori che si acquistano fin dalla nascita nel contesto familiare e che si interiorizzano con l’aiuto di un’adeguata educazione), avrà probabilmente un’altra reazione di una persona insicura dei propri valori in quanto persona.

I modelli di reazione proposti da educatori ma anche da coetanei hanno la loro rilevanza e possono avere o effetto rassicurante o effetto disorientante per un giovane; in questo senso e tanto per fare un esempio, il modello "L’uomo che non piange mai" può rappresentare una vera e propria violenza alla persona. I modelli che propagano l’aggressività come reazione "maschile" sono altresì più che discutibili, anzi, pericolosi. Non esiste un modello di reazione maschile o femminile che si possa reputare educativo.

Infine, Lei scrive di "medicinali che gli controllino un po’ questi stati depressivi". Consiglierei di valutare con uno psichiatra se persiste l’assoluta necessità di una terapia farmacologica con antidepressivi. Le consiglierei di valutare insieme ad uno/a psicologo/psicoterapeuta l'opportunità di colloqui che potrebbero utilmente affiancare il ragazzino durante un suo momento certamente difficile di crescita e aiutargli a trovare quella sicurezza di sé, necessaria e sufficiente per affrontare serenamente se stesso e gli altri.


copyright © Educare.it - Anno I, Numero 3, Febbraio 2001

sostieni Educare.it visitando gli sponsor!
© Norme sul copyright
Educare.it è una rivista registrata al Tribunale di Verona il 21/11/2000 al n. 1418. Direttore Responsabile: Luciano Pasqualotto.
I contenuti sono distribuiti con licenza Creative Commons Attribuzione - Non opere derivate 3.0 Unported.
Se vuoi citare questo articolo o un articolo di questa sezione, leggi le istruzioni su questa pagina.
E' consentito riprodurre articoli di Educare.it esclusivamente alle presenti condizioni. Ogni abuso sarà perseguito nei termini di Legge.

I cookie sono necessari per il pieno utilizzo dei servizi offerti su Educare.it, comprese le funzionalità implementate attraverso terze parti.
Navigando sul sito accetti l'utilizzo dei cookie.
In alternativa puoi visionare l'informativa che spiega come disattivare i cookie.