Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 4 - Aprile 2024auguri natale

  • Categoria: Adolescenza

Un figlio infelice e ribelle

Spett.le Educare.it,
nostro figlio Luca di 15 anni ci crea preoccupazioni
da sempre.
Il nostro timore di oggi è di essere arrivati troppo avanti per poter fare qualche cosa, ma ci proveremo comunque ostinatamente.
Leggendo un articolo pubblicato dal Prof. Pasqualotto su underachievement e sulla "sindrome del fallimento", ci è sembrato di riconoscerlo.
Questo ragazzo ha sempre avuto problemi relazionali con gli altri coetanei, poi da quando ha iniziato la scuola, fin dalle elementari, il giudizio degli insegnanti è stato quello di un ragazzo particolarmente dotato di intelletto, ma che ai fini pratici non riesce a concludere niente se non sporadicamente o comunque riesce ad eccellere solo nelle materie che lui ritiene interessanti.

L'anno scorso (prima superiore) si è fatto bocciare.
E diciamo si è fatto bocciare perché sebbene rasentasse la sufficienza (questo senza mai sprecare un minuto allo studio) assume un comportamento in classe che è deleterio. E' convinto che tutti gli insegnanti ce l'abbiano su con lui. Se viene rimproverato contesta il rimprovero fino a farsi buttare fuori dalla classe. A casa il dialogo è inesistente, a sentirlo, lui è il ragazzo più infelice di questo mondo ed è convinto che noi genitori gli preferiamo sua sorella di 11 anni perché va bene a scuola.

Dice che la scuola è troppo dura per lui (e ne è convinto) in realtà non vuole assolutamente applicarsi, sembra che abbia paura di scoprire che ce la può fare. Nei gruppi che frequenta si associa sempre ai cosiddetti "perdenti", però allo stesso tempo è assillato dalla paura di non possedere il motorino o il cellulare o gli abiti firmati. Deve cioè avere sempre qualche cosa in più degli altri per farsi accettare. Questo si ripercuote nell'ambito famigliare creando incomprensioni gigantesche e spesso perdiamo le staffe arrabbiandoci con lui. Sin dalle elementari è stato catalogato come un ragazzo difficile con problemi, ma noi non sappiamo come risolversi, sembra che ogni strada che tentiamo finisca in un insuccesso. Una volta l'abbiamo portato da uno psicologo ed il responso è stato testualmente: "... vedrete che a furia di botte sui denti, imparerà come si sta al mondo..."
Ce ne siamo venuti via con più dubbi di prima.

Che cosa ne pensate? Che cosa dobbiamo fare? A chi ci dobbiamo rivolgere?
Attendiamo con ansia Vostre notizie.

 

Gentili Genitori,
una lettera di richiesta di consulenza è simile ad un puzzle, del quale ogni singola parola costituisce un pezzo. Vi dico questo semplicemente per chiarire che le consulenze a distanza, con tutti i limiti che comporta l’assenza assoluta di interazioni dirette, NON dispongono di nessun elemento se non appunto del PUZZLE (=della Vostra lettera intera) e di ogni singolo PEZZO DI PUZZLE (=di ogni singola parola scritta), sulla quale potersi basare per qualsiasi analisi sistemica ed analitica.

Fermo restando ovviamente che il puzzle viene analizzato comunque e sempre in senso globale e sistemico, tuttavia, essendo l’unico elemento in mano, ANCHE OGNI SINGOLO PEZZO DI ESSO viene preso in considerazione. La "consulenza on line a distanza", non potendo disporre delle opportunità del colloquio in sede e/o dell’osservazione partecipata in situ, ha solo come elemento la lettera di richiesta consulenza che va perciò esaminata scrupolosamente, in senso globale ed analitico. In altre parole, ogni scritto di richiesta di consulenza rappresenta un puzzle, la cui comprensione richiede una visione globale, ma la cui comprensione richiede anche l’attenzione ad ogni singola parola o singola frase o singolo frammento di frase. Oltre il puzzle visto globalmente, anche ciascun singolo pezzo ha la sua assoluta ragion d’essere e può fornire informazioni sostanziali e preziose.

Si capisce da sé che è dunque di fondamentale importanza che la richiesta di consulenza venga sempre redatta dal primo interessato e non riformulata da un parente o amico "incaricato a scrivere sul computer", a meno che quest’ultimo non rispecchi minuziosamente il dettato da parte del primo interessato. Nel caso di una coppia come Voi, potrebbe essere ulteriormente interessante sapere se lo scrivente sia il padre o la madre e quale sia stata la modalità di interazione tra i due durante il redigere la richiesta di consulenza. Ma questi sono discorsi generali e non già individualizzati per Voi.

Ma allora, perché comunque questa lunga premessa? Perché nel Vostro caso l’analisi dei "singoli pezzi di puzzle" (=le singole parole) porta a risultati che potrebbero essere molto interessanti per Voi, ai fini di un processo di CONSAPEVOLEZZA DELLE VOSTRE MODALITÀ d’essere genitori.

Per affrontare questo processo e per affrontare le emozioni che ne potrebbero scattare, ci vuole molto coraggio, sia a livello intrapersonale in ciascuno di Voi, sia a livello interpersonale tra di Voi e nel sistema famigliare.

Non esistono tempi prestabiliti per questo processo di consapevolezza: può durare ore o giorni o anni.

Una diversa consapevolezza da parte VOSTRA del VOSTRO essere persone (e genitori) potrebbe portare, ma solamente come conseguenza finale, ad un CAMBIAMENTO di qualità del sistema familiare e perciò anche dei rapporti con Vostro figlio e delle relative modalità di interagire.

Tornando dunque ai singoli pezzi del puzzle (parole, frasi, espressioni), vi segnalerò quelli che a mio parere appaiono significativi. Ovviamente cito fedelmente le VOSTRE parole, non apportando alcuna riformulazione, se non quelle accanto tra parentesi. Le parole sottolineate sono parole chiave, ovvero quei importanti pezzi di puzzle dei quali Vi ho parlato:

  • Luca crea preoccupazioni da sempre
  • Il ragazzo ha sempre avuto problemi relazionali
  • Non riesce a concludere niente se non sporadicamente
  • si è fatto bocciare (il responsabile è solo LUI)
  • si fa buttare fuori dalla classe (il responsabile è solo LUI)
  • a casa il dialogo è inesistente
  • è convinto che noi preferiamo sua sorella (è LUI che ha una "sbagliata" convinzione)
  • è convinto che la scuola è troppo dura per lui ( è LUI che ha una "sbagliata" convinzione)
  • non vuole assolutamente applicarsi (catagolazione!)
  • si associa sempre ai perdenti (catagolazione!)
  • Ci proveremo ostinatamente
  • Ogni strada sembra finire in un insuccesso
  • è stato catagolato (catagolazione! è stato catagolato dagli insegnanti, ma anche dai genitori…)

Il concetto di CATAGOLAZIONE appare essere CENTRALE in tutta la Vostra lettera e il processo di consapevolezza a mio parere dovrebbe iniziare proprio da qui.
Cosa significa catagolare? Alcuni esempi:

  • colori chiari da una parte e colori scuri dall’altra
  • suoni maggiori e minori

E continuiamo ancora con qualche esempio di catagolazione in riferimento alle espressioni di cui sopra, compreso l’oggetto che avete dato alla Vostra lettera:

  • ragazzi non ribelli e ragazzi ribelli
  • felici e infelici
  • non perdenti e perdenti
  • dialogo inesistente e dialogo (=esistente)
  • sempre e mai
  • ostinatamente e flessibilmente/morbidamente

Il più delle volte la TENDENZA a catagolare da parte di insegnanti o genitori è spesso poco consapevole. I figli, fin dalla primissima infanzia, ma anche e soprattutto in età di Vostro figlio, REAGISCONO MOLTO SENSIBILMENTE ALLA CATAGOLAZIONE. Le modalità di reazione possono essere quelle della ribellione, dove per ribellione è intesa la RIBELLIONE ALLA CATAGOLAZIONE. Le reazioni possono essere paradossalmente diverse per forma, ma avere comunque sempre lo stesso movente: appunto la ribellione contro la catagolazione.

Con alcuni esempi cercherò di chiarire alcuni dinamismi che si possono instaurare nella complessa dinamica della ribellione:

da una parte, il ragazzo potrebbe voler rafforzare (più o meno consciamente) le aspettative degli insegnanti o genitori:

  • "Pensate che io sia scarso? Ne siete proprio convinti? Ebbene! Allora sarò scarsissimo! E vi dimostrerò che avete ragione! Non è questo che volevate? Avere ragione?"
  • "Per i miei genitori o per i miei insegnanti sono nero o perdente. Ebbene! Allora sarò nerissimo e perdentissimo!"

dall’altra parte, la stessa modalità reattiva, anche se in forma diversa, potrebbe essere:

  • "Per i miei genitori o per i miei insegnanti sono nero o perdente? Ebbene! Allora sarò bianchissimo e vincente! Vi farò vedere io che non avete ragione!"
  • "Pensate che io ce la possa fare? Ebbene! Allora non ce la farò mai! Così non avrete mai ragione!"

Ovviamente il ragazzo cercherà di essere il più vincente tra i "perdenti" oppure il più perdente tra i "perdenti" esattamente in questi determinati ambiti dove può supporre di poterlo essere. Questi "ambiti" possono essere quelli del successo o insuccesso scolastico o del successo e insuccesso in mezzo agli amici (ecco anche il voler "apparire" tramite il motorino, il cellulare, gli abiti firmati…).

Tutte queste modalità di reazione sono tipiche per l’età di Suo figlio e in alcuni casi si è visto che sembrano tanto più accentuati quanto più accentuata è la tendenza nel contesto familiare e/o scolastico alla catagolazione.

Il percorso di crescita che allontana dalla tendenza alla catagolazione, come già detto, può impiegare ore ma anche anni. Un cambiamento nelle dinamiche sistemiche famigliari comunque solitamente non avviene in brevissimo tempo. Vi suggerirei di tenerne conto, perché nei processi di cambiamento ci vuole sempre coerenza e costanza, e dapprima una motivazione e convinzione al cambiamento ben radicata, in modo che possa persistere nel tempo e affrontare con serenità eventuali ostacoli imprevisti.

Sintetizzando vorrei sottolineare, che NON sono i genitori e gli insegnanti l’unica variabile nei processi di cambiamento nei loro figli, ci mancherebbe altro! E’ chiaro che c’è anche la variabile, chiamiamola "variabile figlio", ovvero la caratteristica strettamente personale ed individuale dei figli, in altre parole, quella parte più intima e appartenente solo alla singola persona e non già dipendente necessariamente e prioritariamente dal contesto (genitori, insegnanti, coetanei…). Dentro la metafora: cercate di scoprire tutti i "colori" e tutti i "suoni" di Vostro figlio, anche quelli più nascosti, cercando di non catalogarli e classificarli in bianchi e neri o in chiari e scuri o in buoni e non buoni.

Il ragazzi di quest’età hanno bisogno di essere SCOPERTI giorno dopo giorno. E del resto, anche loro stessi si scoprono giorno per giorno! E spesso succede che anche i genitori si scoprono ulteriormente e parallelamente ai figli in questi periodi.

I comportamenti dei ragazzi sono spesso delle REAZIONI, da comprendere psicologicamente. In questo contesto anche il concetto di RESPONSABILITÀ assume una complessità maggiore. Non si può semplicisticamente attribuire sempre e comunque la responsabilità ai ragazzi ("è lui che si fa bocciare, è lui che si fa buttare fuori dalla classe, è lui che…") senza tenere conto del fatto che spesso appunto di reazioni si tratta e senza tenere conto del presente e del passato del ragazzo con tutte le innumerevoli esperienze emotive ad essi correlate.

Per quanto riguarda le udienze a scuola o cicli di colloqui con uno specialista in psicologia o psicoterapia (all’interno o esterno della scuola) o percorsi simili con l’inclusione di terzi, non posso che dirvi che ovviamente tutte le strade sono possibili. Qualora in una di queste sedi fosse presente il ragazzo, cercate di non contraddirlo eccessivamente, ma di mostrargli comunque e sempre il Vostro rispetto per ciò che lui dice, pensa, desidera.

Se questo vale per eventuali colloqui in presenza di terze persone, a maggior ragione vale per il contesto familiare a casa Vostra. Rispettare non significa necessariamente condividere, ma sarebbe auspicabile che il ragazzo potesse recepire profondamente il rispetto amorevole che avete per lui.

Scrivete: "spesso perdiamo le staffe": cercate di sostituire questi momenti con un dialogo con Luca sulle Vostre perplessità o paure. Avere consapevolezza delle proprie EMOZIONI e riuscire a verbalizzarli ed elaborarli, può essere un esercizio utile sia per Voi genitori che per il ragazzo, anche se, data la sua età, questo esercizio non gli deve essere imposto ma solo offerto, in primo luogo dalla Vostra disponibilità a parlare delle Vostre emozioni.

Infine scrivete: "l’abbiamo portato dallo psicologo", ma non dovreste essere già Voi a portarlo, ma il desiderio di andarci dovrebbe essere condiviso infine da tutti i diretti partecipanti, perciò anche da lui. Se non fosse così, procedete intanto da soli, senza coinvolgerlo. Per quanto riguarda l’espressione dello psicologo da Voi citata, è necessario tenere conto anche del contesto nel quale è stata detta la frase, sapere se è stata una frase ironica (anche l’ironia in alcuni casi potrebbe essere una tecnica psicoattiva) ecc. ecc.

Se decideste di andare da uno specialista, lo stesso oppure un altro (anche se in base alla Vostra lettera si potrebbe ritenere che la cosa non sia assolutamente necessaria e richiedente un’indicazione urgente) vi suggerirei comunque di non limitarvi a un solo colloquio, ma di farne almeno un ciclo, facendovi consigliare dallo stesso specialista le modalità più opportune (colloqui solo con Voi genitori e/o solo con il ragazzo e/o sia con la presenza del ragazzo che Vostra).

Purtroppo non è possibile (anzi, sarebbe probabilmente semplicistico, irresponsabile e rischioso) a distanza, e senza conoscere minimamente Vostro figlio (almeno in base di un SUO scritto), esprimersi ulteriormente su di lui.

In ogni caso, Vostro figlio sembra incorporare in gran parte le tipiche caratteristiche appartenenti a tutti gli effetti alla pubertà (apparire tramite il motorino, il cellulare, gli abiti firmati; paure, ribellioni…).

Termino, riallacciandomi alla premessa: in questa consulenza ho tenuto conto esclusivamente del "puzzle e dei suoi singoli pezzi" a mia disposizione, cioè la Vostra lettera e le Vostre espressioni, cercando di offrirVi degli strumenti utili per Voi ai fini dell’intrapresa di un percorso di consapevolezza da parte Vostra, per il quale Vi auguro il necessario coraggio e serenità. 



copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 3, Febbraio 2006