Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 4 - Aprile 2024auguri natale

  • Categoria: Adolescenza

Sindrome del fallimento

Gentile dr. Pasqualotto,
ho letto "la sindrome del fallimento", rispecchia alla perfezione la situazione di mio figlio (14 anni prima liceo) dopo sette anni di terapia famigliare.

Chiedo a Lei come uscire da detta sindrome.


Gentile signora,
gli elementi che fornisce nella sua richiesta sono veramente scarni. La mia risposta, pertanto, non potrà che essere generale. Lo stato in cui si trova suo figlio quattordicenne va visto prima di tutto come l'esito di una storia, personale e scolastica, che può avere radici molto precoci.
Secondo alcuni psicologi, la motivazione di competenza e la spinta alla positiva affermazione di sé appartengono alla "dotazione di partenza" di ogni essere umano. Le esperienze che si compiono e l'atteggiamento degli adulti significativi, poi, contribuiscono a mantenere o a scoraggiare quella motivazione innata. Così ciascuno di noi impara in quali ambiti può essere bravo, in quali attività vale la pena si impegnarsi e, viceversa, in quali il rischio di "fallire" è talmente elevato che non vale neppure la pena di provarci.

A quattordici anni è dunque possibile che suo figlio abbia maturato verso la scuola, ad esempio, un atteggiamento rinunciatario e connotato da forte demotivazione. Lei mi chiede indicazioni per aiutare il suo giovanotto. Ancora una volta dovrò fare un discorso generale.
Ai ragazzi in queste condizioni servono delle risposte ai "perché?" ed ai "per chi?".
In altre parole, per uscire da uno stato di disimpegno, di disaffezione o, peggio, di apatia servono buoni motivi: perché ti conviene, perché la situazione è insopportabile (persino dolorosa, talvolta), perché hai un impeto di riscatto ... e via dicendo. Ovviamente le motivazioni non hanno tutte lo stesso valore e la medesima potenzialità di cambiamento. Ragioni materiali (come le ricompense) spesso hanno un buon appeal nell'immediato, ma si rivelano poi insufficienti nel medio-lungo periodo. Val la pena quindi cercare di solleticare l'immagine di sé, la propria autostima, la percezione di autoefficacia. Ma non basta.

Serve una risposta al "per chi lo si deve fare?". A mio avviso è precoce pretendere che i ragazzi di 14 anni abbiano la maturità di "farlo per se stessi", per il loro futuro ... Occorre una motivazione relazionale: per la mamma o il papà, per una professoressa, per un terapeuta. Chiunque sia la persona investita di questo ruolo, essa avrà il compito di fornire il sostegno affettivo necessario per affrontare ciò che non è stato affrontato, per paura (dell'insuccesso), per disinteresse, per pigrizia, per abitudine... Una volta garantite queste condizioni fondamentali, l'impegno congiunto (del ragazzo e dell'adulto) sarà quello di scomporre i grandi propositi ("ora mi impegnerò, lo prometto") in piccoli obiettivi (porto a scuola tutto il materiale, scrivo tutti i compiti sul diario, preparo l'interrogazione di storia ...), alla portata del ragazzo, verificando ed apprezzando sia gli sforzi, sia i risultati.

Concludo con due raccomandazioni: in situazioni come queste, serve tanta pazienza e la capacità di vedere i piccoli segnali positivi. Prima ancora, è necessaria la collaborazione del suo ragazzo perché, come amava dire Don Bosco, "per aiutare un giovane non basta volergli bene: occorre che egli accetti di essere amato".

 


copyright © Educare.it - Anno V, n. 8 Luglio 2005