Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 2 - Febbraio 2024

Risolvere un enigma: l'aggressività di mio figlio

Sono la mamma trentenne di uno splendido bimbo di 3 anni e mezzo di nome Matteo. Vi scrivo nella speranza che possiate suggerirmi alcuni spunti per comprendere quello che per me (e non solo) è diventato un vero e proprio enigma indecifrabile, ovvero l’aggressività di mio figlio nei confronti dei suoi pari, i bambini, e in particolare, allo stato attuale, i suoi compagni della scuola materna.

Matteo è stato seguito da me, dal suo papà e dai nonni paterni fino all’età di 1 anno e 8 mesi, momento in cui è stato inserito al nido. Purtroppo ha potuto frequentare il nido per un periodo complessivo di un mese scarso e dopo 5 mesi dal primo inserimento abbiamo deciso di ritirarlo, poiché il continuo ammalarsi aveva determinato in lui uno stato di grave debilitazione e addirittura un arresto della crescita.
Essendo io e il padre liberi professionisti, abbiamo scelto di organizzarci per continuare ad accudirlo e così è stato. Ha quindi potuto godere della nostra presenza costante e della presenza dei nonni fino all’età di 2 anni e 8 mesi, momento in cui è stato inserito anticipatamente alla scuola materna, essendo lui nato a gennaio.
Abbiamo preso la decisione d’inserirlo anticipatamente all’asilo dopo esserci consultati con la sua maestra (che fu la mia stessa maestra alla scuola materna) e con le educatrici dell’asilo nido.

A detta di tutte le educatrici che hanno avuto e hanno a che fare con lui, Matteo è molto precoce in molti ambiti della sua vita. La sua maestra sostiene che, a livello cognitivo e psicomotorio, è un bambino di almeno un anno più grande. E’ molto autonomo (mangia da solo e pressoché tutto già da molto tempo, si addormenta autonomamente senza problemi, va al bagno, si veste e si lava da solo e quando gli viene offerto aiuto nello svolgimento di queste routine quotidiane lo rifiuta dicendo che vuole fare da sé). E’ intelligente, è un grande osservatore, desidera capire e sperimentare tutto, ricorda e comprende molto bene i messaggi che riceve, si pone domande articolate, si esprime con proprietà di linguaggio. A livello motorio i suoi movimenti sono tutt’altro che grossolani e ha un’ottima manualità.
Risolve autonomamente i problemi che incontra nel gioco o in altre attività che gli vengono proposte. E’ molto vivace, è sempre in movimento e ha letteralmente l’argento vivo addosso, ma durante il gioco è capace di concentrarsi molto, così come siede quieto a tavola al momento dei pasti e riesce a gestire abbastanza bene la frustrazione allorché deve aspettare per ottenere qualcosa o per fare qualcosa che desidera.
Inoltre è ironico, sta al gioco e allo scherzo e comprende subito quando qualcuno ha un intento scherzoso nei suoi confronti. E’ solare, sereno, affettuoso e dolce tanto da conquistarsi i favori di tutti con quell’aria monella ma simpatica che lo contraddistingue.
A casa nostra la televisione è praticamente sempre spenta e lui peraltro non mostra interesse per essa; si appassiona molto, invece, alle storie in DVD che abbiamo acquistato per lui e in particolare alla collana di cartoni animati Disney “Baby Einstein”, dove lo attirano la musica, i colori, i suoni, i canti e le danze dei bambini che ne sono protagonisti. Adora farsi leggere libri e storie.
E’ molto dinamico e ama stare all’aperto, dove può correre e saltare a piacimento; il gioco che preferisce è quello delle costruzioni, ma gli piace anche molto lavorare con i colori.
I suoi difetti: è caparbio e molto testardo, a volte capriccioso e irritabile ma in una misura che crediamo adeguata a un bambino della sua età.

Un bambino meraviglioso, direte voi, ma… C’è un ma. Matteo ha delle manifestazioni di aggressività che per me, per il papà e per le educatrici costituiscono un vero e proprio enigma e stanno diventando un problema.
Lo stesso problema che mi trovo a vivere oggi con lui ha avuto inizio all’asilo nido, dove aggrediva in modo immotivato gli altri bambini ed è rimasto anche successivamente quando, ritiratolo dal nido, ogniqualvolta lo portavamo ai giardini o al parco aveva manifestazioni aggressive soprattutto nei confronti dei bambini più piccoli.
Questo comportamento si è riproposto quest’anno con i compagni dell’asilo e non riusciamo a capirne il motivo profondo tanto che è diventato un problema, sia per noi sia per le educatrici che lo seguono.
Morde, pizzica e tira calci agli altri bambini secondo quelli che noi abbiamo definito dei “raptus”. Magari capita che stia giocando tranquillamente quando all’improvviso corre dall’altra parte della classe verso un bambino qualsiasi e lo morde. Poi torna a fare le sue cose.
Stessa situazione al parco o ai giardini. Dopo il primo inserimento alla materna, avvenuto senza grossi problemi, questo comportamento era quasi scomparso; da ottobre a fine aprile Matteo aveva fatto grandissimi progressi e le “aggressioni” avvenivano molto sporadicamente e in ogni caso erano “motivate” (un gioco, una supposta ingiustizia, un’attenzione non data, un compagno dispettoso, eccetera); il clima era sereno anche perché l’insegnante, una donna molto paziente, con una grandissima esperienza nella cura e nell’educazione dei piccoli, amorevole ma anche ferma quando serve, punta molto sul coinvolgimento di tutti i bambini per favorire la collaborazione e la solidarietà fra loro (è una classe mista dove i grandi si occupano con amore dei più piccoli, fino a coccolarli con tanto affetto, e dove i piccoli sono stimolati a prendere parte alle attività dei più grandi e a sperimentare molte novità).

Ora il problema si è ripresentato e si è addirittura esacerbato: Matteo è arrivato addirittura ad aggredire con modalità che potrebbero mettere a repentaglio l’incolumità degli altri bambini (usando addirittura una forchetta!) e a rispondere male a insegnanti ed educatrici quando viene rimproverato (“non parlare”, “sei brutta”, “vai via, non ti voglio ascoltare”!). I bambini e le educatrici, dato il carattere assolutamente imprevedibile di queste aggressioni (che conosco bene poiché sono gli stessi che identifico io quando è con me) ha portato tutti a stare sempre sul “filo del rasoio”. I bambini quando sono vicini a lui sono sempre sulle spine nel timore che possa avere uno di questi raptus ma tentano ugualmente di rapportarsi con lui e finora, anche se alcuni lo hanno escluso, nel complesso sembra che continuino ad essere affezionati a lui.

Quello che non sappiamo spiegarci è il perché di questi “raptus” che sembrano non essere supportati da alcun motivo ma che sembrano reazioni fini a sé stesse, come se lui soddisfacesse un bisogno fisiologico che, una volta soddisfatto, lascia spazio ad altre attività. Si presentano solo nei confronti dei bambini in quanto quando è a casa con noi o è con altri adulti i suoi comportamenti non hanno neppure un’ombra di aggressività.
Ne abbiamo provate di tutti i colori: lo abbiamo messo in castigo, lo abbiamo privato di alcuni giochi, ha preso anche sonori sculaccioni, siamo stati intransigenti nel non tollerare questi atteggiamenti, tutto ciò dopo aver tentato per lungo tempo di dialogare con lui, di comprendere le sue ragioni, di minimizzare il problema, d’ignorarlo addirittura, di spiegargli che così fa male agli altri e di aiutarlo nell’esprimere in altro modo i suoi sentimenti e le sue emozioni, di stargli vicino amorevolmente. A nulla sono valsi tutti questi tentativi: la situazione è rimasta invariata. Attualmente la strategia che abbiamo adottato, in accordo con la maestra, è di non sottolineare eccessivamente questi comportamenti ma di ribadire, tuttavia, che non deve fare del male agli altri, contenendolo fisicamente solo quando è a rischio l’incolumità altrui e favorendo la sua autonoma esplorazione dei “limiti” altrui. Ma anche questa strategia sembra non funzionare, visto che anche le percosse ricevute dagli altri bambini non lo hanno fatto minimamente desistere.
Quando gli chiediamo perché ha fatto male a qualcuno, non c’è modo che lui risponda. Dice “ma io non voglio fare male!”, oppure “non lo faccio più!”, oppure “non lo so!”.
Nessuno è ancora riuscito a capire l’origine di tutto questo e di conseguenza ad aiutarlo.

Il fatto, però, è che a causa di questi raptus è diventato molto difficile gestirlo, sia per me sia per le educatrici. Non so cosa significhi andare al parco con mio figlio ed essere tranquilla e serena nel vederlo rapportarsi con gli altri. Sono sempre in allerta in attesa dell’inevitabile che prima o poi, puntualmente, accade.
Ho la sensazione di non comprenderlo, mi sento inadeguata e stupida. Ho paura che questi comportamenti s’incancreniscano e si evolvano in qualcosa di difficilmente gestibile.
Temo che possa restare solo e isolato dagli altri bambini. Temo per la sua serenità e per il suo rapporto con il mondo che lo circonda. Mi sento una mamma a volte davvero inutile e incapace.
Spero che potrete aiutarmi a fare chiarezza. Grazie.

 

Gentilissima Carla,
lei mi pone ahimè, anzi, ahinoi, un annoso problema, quello dell’aggressività, che è ormai diventato un “classico” dell’Infanzia, una “piaga” che affligge i genitori, chi si occupa dell’infanzia (insegnanti e correlati) e, non ultimi, i bambini stessi, sia quelli coinvolti perché involontarie vittime (peraltro, piuttosto numericamente scarse) ma anche coloro che aggressivi sono, o che di aggressività vengono tacciati, che personalmente immagino (e vedo) con una grande smania, purtroppo imprecisata, addosso che li porta ad occupare lo spazio ma non solo in senso motorio, ma propriamente in senso relazionale, cioè occupando lo spazio altrui, con le…mani, però, o con quant’altro sia utile a fare ciò.
Le origini dell’aggressività possono essere varie e paradossalmente, proprio per ciò, difficilmente individuabili.
Premettendo una mia assoluta e volontaria sommarietà, provo quindi ad elencarle: c’è chi “di spada ferisce, e quindi di spada perisce”, per individuare coloro che sono “abituati” a toni e maniere violente e che perciò, continuano a perpetrarle. Ma su questi io applico subito una postilla: perché questi, specialmente nella prima infanzia, sono piuttosto intimoriti e sprovvisti e spesso sono timidi e tendono a subire o a bloccarsi per la paura di altra violenza.
Poi ci sono gli Esuberanti, cioè coloro che hanno energia da vendere, in esubero, per l’appunto, e che spesso la traducono in movimento, iperattività, ma non nel senso clinico, e qualche volta anche in maniere forti.
Oltre a questi, ci sono gli “Illimitati”, cioè i bambini che educativamente parlando non ricevono molte regole, non vedono chiari i confini che ci sono (che devono esserci) fra se stessi e gli altri, non vengono rispettati perché non vengono educati (“E’ così piccolo…lasciamolo fare!!”) e quindi non rispettano nemmeno gli altri, trattandoli come zerbini, senza mai chiedere permesso di niente. Spesso questi bambini esprimono anche a parole questa mancanza di considerazione.
Poi c’è l’aggressività data dalla repressione, dalla pressione, per esempio di aspettative molto alte, che nell’infanzia si può tradurre in una apparentemente immotivata irrequietudine o in inspiegabili, improvvise perdite di controllo, “crisi” che spesso possono apparire come un necessario, desiderato sfogo.
Infine, c’è l’aggressività “per gioco”, una forma evidente eppure molto sottile, un brutto morbo, lo chiamo io, perché è finemente appresa, nella esposizione a relazioni che sono violente ma in maniera sottintesa, oppure nella banale esposizione ad alcuni spettacoli televisivi, a quei cosiddetti film “d’azione” che in realtà sono semplicemente una sequenza di botte e fuochi, dove qualcuno ride pure e di fronte ai quali un bambino piccolo non può assolutamente capire e cogliere la contraddittorietà delle informazioni che riceve.

Ma cosa c’entra Matteo con tutto questo?
La sua domanda di consulenza mi ha fatto sorridere, affettuosamente è ovvio, in diversi punti:

  • il primo è quando lei parla dell’aggressività di Matteo come di un enigma. Brava! Come nella prima parte di risposta ho tentato di fare, appunto, le cause di questo comportamento sono svariate, e possono essere sottili, sfumate e mescolate;
  • il secondo è quando lei “gira la boa” della richiesta dipingendo Matteo prima come un bambino pieno di qualità (che sicuramente ha!) e poi vira verso la descrizione di un bulletto scazzottante che semina il terrore: dal dottor Jekill a mister Hyde, veramente!!
  • il terzo è quando lei evidenzia che Matteo anche a parole offende;
  • il quarto è quando dice che le avete provate tutte;
  • il quinto ed ultimo è quando lei ci comunica con preoccupazione e dispiacere di avere paura che questo comportamento di Matteo si radichi e stabilizzi, cioè che diventi cronico.

La frase, invece, che più mi impressiona è quando, chiedendo a Matteo il perché dei suoi comportamenti, lui vi risponde: “ma io non voglio fare male!”, oppure “ma io non voglio fare male!”, oppure “non lo faccio più!”, oppure “non lo so!”.

Allora: proverò a risponderle cercando di mettere insieme tutte queste cose. Però prima di tutto voglio rinforzarla dicendole che lei non è una mamma incapace e inutile, per carità! Lei è una mamma che si è accorta di tante cose, che riflette e legge la realtà e che ha chiesto aiuto perché preoccupata e impaurita, anche e in virtù del grande affetto materno che prova per Matteo.
Io, che sono al di fuori di tutto, provo però a lanciarle qualche spunto di riflessione che sicuramente saprà cogliere al volo perché è, come ripeto, una bravissima mamma:

 

  • Matteo viene descritto come un bambino meraviglioso, molto precoce in molti ambiti della sua vita. La sua maestra sostiene che, a livello cognitivo e psicomotorio, è un bambino di almeno un anno più grande. E’ molto autonomo nei pasti, nella pulizia e nell’addormentamento. E’ intelligente, è un grande osservatore, desidera capire e sperimentare tutto, ricorda e comprende molto bene i messaggi che riceve, si pone domande articolate, si esprime con proprietà di linguaggio. A livello motorio i suoi movimenti sono tutt’altro che grossolani e ha un’ottima manualità; è notoriamente vivace ma capace di grande concentrazione; a tavola siede quieto (dote rarissima !), sa aspettare quello che desidera; è ironico, e sa scherzare; è’ solare, sereno, affettuoso, dolce e conquistatore; non vede la televisione “comune” ma “Baby Einstein”; ama sentirsi leggere, le costruzioni (per le quali, si sa ci vuole applicazione e pazienza) e manipolare i colori. Ho volutamente elencato tutte le belle cose dette proprio da lei su di lui appositamente per farle una domanda: ma quand’è che questo bambino si rilassa un po’ e attinge a tutto il bagaglio di istinti e primordialità tipico dei bambini piccoli, quelli che vivono di Sensomotricità? Non è che questo gli accade proprio quando è con i suoi simili?
  • Lei dice che Matteo spesso risponde: “non parlare”, “sei brutta”, “vai via, non ti voglio ascoltare”! Dove le ha imparate queste frasi? Ma soprattutto: come si permette? Viene limitato, cioè educato, per questo?
  • In coda alla richiesta lei confessa che ne avete provate molte ma senza buon esito. Ecco: mi dispiace molto, ma provarne tante non fa che alimentare proprio quello che non si desidera vedere verificarsi. L’ effetto di tutto ciò è stato l’instaurarsi di questo filo del rasoio che il bambino percepisce e che lo fa sentire potente, sui genitori, sugli altri bimbi (tranne quelli che gli rispondono con la stessa moneta) e probabilmente anche sugli insegnanti anche se, se la sua maestra ha così tanti anni di esperienza, sicuramente avrà un occhio infallibile.
  • Io mi sono fatta l’idea di un Matteo – pulcino che, quando era più piccolo, è stato protetto e coccolato mentre, ora che è un polletto, sta stretto nei suoi panni di ex pulcino e cerca di zampettare fuori. E sento parlare veramente di un bambino piccolo della sua età solo quando le risponde candido, e disperato, che non sa perché si comporta così, che non lo farà più e le appare, e lo è, terribilmente mortificato. Però è piccolo e non ha bisogno di domande a cui non sa rispondere ma di sentirsi dire, anche se, forse, per 100 volte, che certe cose non si fanno, che sono brutte, che con gli altri si sta insieme e non al posto loro, e non con la forza.
  • Infine, purtroppo, l’enigma è già un problema, si è già radicato e necessita di un intervento. Passerà anche con il tempo e col maturare nel bambino di diverse esigenze, maggiormente mentali e cognitive. Lei continui con le sue abili attenzioni di mamma e pensi a essere chiara in tutte le sue comunicazioni.

Qualche giorno fa, un adorabile vecchina, brava, dolce e precisa, mi ha confessato che da piccola aveva dei terribili voti in condotta e che perciò è stata perfino bocciata perché “maturasse”.
Vede? L’aggressività non è una malattia incurabile, basta non considerarla tale.

 


copyright © Educare.it - Anno XI, N. 10, Settembre 2011