Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Un bambino che fa "tò-tò"

Nicola, di 19 mesi, ha avuto un fratellino, Massimo, che ora ha 5 mesi.
E' un bambino molto attivo ed infatti a 11 mesi camminava benissimo (un esempio su tutti).
E' molto vivace ed è molto volitivo ha tanti desideri e il suo babbo e la sua mamma pur lavorando tutto il giorno, cercano di dare qualità al loro ruolo di genitori nei suoi confronti.
Siamo molto contenti di lui, ma l'unico problema che ha iniziato a manifestare già prima della nascita del fratellino,ma che ora è sempre più evidente, è che allunga le mani e fa "tò-tò" un po' a tutti, soprattutto, e ce ne dispiace molto, ai bambini. Lo fa chiaramente anche a Massimo, alternando però anche gesti molto dolci ed affettuosi.
Vorremmo sapere che cosa dobbiamo fare: lasciare perdere ed aspettare che passi,oppure riprenderlo come facciamo noi, cercando di non essere duri?

 

Gentili Genitori,
attraverso gli atteggiamenti dei bambini gli adulti possono comprendere maggiormente quali sono i loro bisogni reali.
Nei compiti dei genitori non rientra solamente l'aspetto educativo, ma rientra anche la capacità di tenere il bambino nel desiderio, nell'accudimento e con ciò intendo non solo quello fisico. Questo desiderio è lo stesso che circola tra la madre e il padre ed è quello che rientra nella tipologia di una relazione che ha le caratteristiche della condivisione e del sostentamento reciproco.

Nel processo di accudimento del bambino rientra anche il suo bisogno di coccole, di essere preso in carico affettivamente e questa sua necessità deve essere garantita dal contatto fisico, di pelle, con la madre, ma anche da un padre presente e capace di rispondere ai bisogni della donna che si prende cura del figlio piccolo. Solo così essa stessa sarà in grado di relazionarsi in modo sano col proprio figlio. Per cui un bambino ha bisogno di questo contatto diretto con la madre, ma anche della presenza costante del padre per sentirsi garantito sia nel suo mondo interno (emozioni, sentimenti, affetti), ma anche nel suo mondo esterno e con la realtà che lo circonda.

In questa modalità relazionale rientra anche la solidità delle decisioni che i genitori sono in grado di trasmettere al proprio bambino e i messaggi efficaci affinché la modalità di comunicazione non abbia da risentirne in termini di potenziale, e se è il caso, tale comunicazione possa essere modificata per il bene del figlio.
Per comunicazione efficace si intende che il messaggio al bambino deve arrivare con sincerità ed in prima persona: questo incoraggerà il figlio ad essere altrettanto sincero nel suo comunicare. Un messaggio in prima persona permette al bambino di esprimere l'intensità dei suoi sentimenti e di ciò che realmente prova nel momento di aggressività.
Può essere che il suo bambino usi come modalità per autoaffermarsi il "tò-tò" agli altri; con questo atteggiamento potrebbe avere necessità di esprimere la sua rabbia per un qualcosa che lo affligge. Pertanto è necessario interpretarne la causa. L'atteggiamento aggressivo è indispensabile per acquisire un territorio e nel momento che questa conquista è stata effettuata, è necessario averne tutela. Forse è proprio questo che il suo bambino sta dimostrando con questa modalità di comunicazione.
Ma potrebbe anche essere che il vostro piccolo usi questo sistema per liberare la sua rabbia verso qualcosa. E' utile, quindi, cercare di capire che cosa scatena l'ira del bambino. La rabbia ha una derivazione ed è conseguenza di sentimenti ed emozioni che la precedono e molto spesso ha la funzione di punire o far sentire colpevole qualcun altro che si pone in relazione con noi. Quindi esprime un sentimento che nasconde, che maschera, quello realmente provato. Forse nasconde semplicemente dei piccoli insuccessi che Nicola percepisce come tali e se è così basta rafforzare la sua autostima con atteggiamenti e messaggi incisivi atti a rafforzarla o forse semplicemente (ed è probabile) è geloso del fratellino nato da poco e che ha occupato il primo posto nel vostro nucleo familiare. Ciò che era riservato a lui fino a pochi mesi fa (attenzioni, gesti affettuosi, coccole, nutrimento) in modo esclusivo, adesso non lo è più perché qualcun altro sta catalizzando la vostra attenzione. Per cui il territorio conquistato è stato minato, va difeso, e l'unica arma in suo potere è manifestare la sua rabbia picchiando chi incontra, anche il suo fratellino, se occorre.

E' necessario quindi, che egli venga continuamente rassicurato che il posto che occupa attualmente non è meno importante di quello che occupava prima: vanno rafforzati sia gli atteggiamenti affettivi da parte vostra nei suoi confronti, ma va anche rassicurato verbalmente. Un bambino generalmente proietta sui genitori sia il suo stato fisico che quello emozionale ed è compito degli stessi genitori restituirli "digeriti e filtrati" in modo graduale. Molto più semplicemente: quando il bambino si mette in relazione con le figure genitoriali, soprattutto nei primi anni di vita, espelle parti che non sente tollerate, ma ne rimanda anche di quelle positive che gli sono utili per costruire una relazione d'amore. Ed è proprio quelle parti che non tollera che gli permettono di comportarsi anche in modo spiacevole: è allora che le stesse emozioni che lui prova devono essere provate, digerite, filtrate dai genitori. Solo allora gli verranno restituiti significati e contenuti positivi che il bambino farà suoi. Solo così la frustrazione di Nicola potrà sfumare, solo così potrà occupare quello spazio che tanto difende all'interno della famiglia, ma anche fuori, e che gli permetterà di acquisire la separazione dal conflitto che vive e la costruzione di una sua identità individuale: la definizione e la demarcazione della sua autonomia.

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 1, Dicembre 2002