Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 2 - Febbraio 2024

Problemi con un compagno di scuola

Sono la mamma (quasi quarantenne) di un bambino di 8 anni Michelangelo, figlio unico, che frequenta la terza elementare.
Descrivo la nostra famiglia per darle la possibilità di farsi un quadro generale.
Noi genitori, lavoriamo entrambi full-time, e quindi, mentre al mattino riusciamo a fare colazione assieme ed uscire assieme per andare a scuola ed al lavoro, al pomeriggio all'uscita Michelangelo rimane con i nonni, con i quali ha un buon rapporto, in maniera diversa tra i due.
Con la nonna ha un rapporto particolare, alterna momenti di gioia con momenti di arrabbiatura, per esempio, lei pretenderebbe che lui fosse un po' più obbediente, e lui vorrebbe che lei fosse meno "brontolona".... Ma alla fine poi si cercano, e lei lo vizia un po', concedendo qualche regalino extra.

Con il nonno, che una persona calma e molto paziente, ha un bel rapporto, anche perché grazie a lui passa parecchio tempo a giocare nei parchi con gli amichetti, quando è a casa gioca anche con i nostri amici a quattro zampe, il cane e il gatto.
 

Con me, ha un bel rapporto, ma purtroppo è un po' di dipendenza, mi cerca spesso, per giocare insieme, per vedere i compiti di scuola, e per altre attività... che potrebbe benissimo fare da solo, spesso lo fa per cercare la mia attenzione, la mia compagnia, ma talvolta perché non ha abbastanza fiducia in se stesso, e rinuncia in partenza.
 

Con il papà ha un rapporto stupendo (che guardo con una pizzico di "invidia", in quanto io sono rimasta orfana di padre giovanissima), giocano, vanno anche in palestra insieme, mio marito gli sta insegnando un po' di tutto, dal tennis, al nuoto, lo sprona per renderlo più autonomo.
 

Entrambi siamo due genitori affettuosi, e manifestiamo il nostro affetto verso di lui, sia verbalmente, sia con abbracci e baci. Michelangelo si confida con entrambi, con me un po' di più, mi racconta molte cose, di ciò che gli succede a scuola, con gli amici, dalle cose banali (pettegolezzi), alle cose importanti e profonde.

E' un bambino sensibile, che comunica tutti i suoi stati d'animo (abbiamo sempre cercato che questo avvenga, attraverso il dialogo), partecipando con lui alle sue gioie ed ai suoi dispiaceri, ai suoi timori (del buio e dei ladri, della scuola). Ma talvolta ci mette in crisi perché esprime delle emozioni che non sappiamo interpretare, tipo: (soprattutto con me) "certe volte mi piace farti arrabbiare", " mi piace farti dispiacere", "mi piacerebbe vederti morta", "sono contento che la nonna (mia mamma che è morta l'anno scorso in conseguenza ad un tumore) sia morta, così è nel prato verde in cielo e adesso non soffre più", queste esternazioni me le dice vergognandosi un po', magari nascondendosi sotto la coperta, ma poi quasi per giustificarsi mi dice "mamma, se non te le dico sto male".

Michelangelo ha frequentato la scuola dell'infanzia, con molti momenti di gioia, e momenti in cui era meno contento, ma tutto sommato ricorda e parla di quel periodo con piacere.
Fin da bambino ha sempre socializzato bene, con alcuni bambini ha stretto e stringe attualmente più amicizia che con altri, ma non ha mai avuto grossi problemi.

Il problema è iniziato con la scuola, dapprima ero convinta che il suo timore, e il suo "non essere contento" a scuola, fosse dovuto al grosso cambiamento, conosceva solo 2 bimbi su 24 della classe, l'obbligo di stare seduto per parecchie ore, ecc...
Le insegnanti mi dicevano che era un bambino poco autonomo, e che socializzava solo con alcuni, con un rendimento abbastanza buono.
Con il passare del tempo ha superato in parte le sue difficoltà, ma purtroppo mi sono resa conto che le sue difficoltà di socializzazione erano, e sono tuttora legate al rapporto che ha con un compagno in particolare.
Mi ero resa conto, mentre partecipavo alle feste di compleanno, o rimanevo ad assistere alle lezioni in palestra (praticano anche lo stesso sport), che quel compagno era un po' prepotente, che voleva per forza essere il capo, che voleva dirigere sempre lui i giochi e non solo con mio figlio, ma anche con gli altri compagni, in un primo momento non ho dato troppo peso quando sentivo mio figlio che si lamentava di questi accaduti (non volevo essere la madre che interviene al posto del figlio, e cercavo di spingerlo perché se la "sbrigasse" da solo)
Questo compagno di classe è di famiglia benestante, ha dei genitori che lo seguono molto, ha un rendimento scolastico molto buono, nello sport eccelle, spesso arriva nei primi posti alle varie gare sportive, dico questo per far capire che non è un bimbo con particolari difficoltà, anzi non ne ha!
Con il passare del tempo però la situazione non era migliorata, anzi parlando con altre madri, che conoscevano quel bambino dall'asilo, mi era stata data la conferma che quel comportamento era sempre stato così, e tra l'altro non visto dai suoi genitori come una prepotenza nei confronti degli altri, ma anzi come un "carattere forte, esuberante".

Avendo quel bimbo un grosso carisma sugli altri bambini, arrivava proprio a "comandare" e a trascinare (con frasi, "allora tu non sei più mio amico", "allora tu non giochi più con me") alcuni di loro in comportamenti contro le regole dettate dalle maestre, tipo: correre e spingere per le scale, scavalcare alcuni muretti di cinta, giocare al pallone dove c'era il pericolo di colpire bambini più piccoli, conseguenza delle note di demerito (per quel bimbo forse addirittura 7), fortunatamente mio figlio non si è mai fatto coinvolgere, ma la conseguenza è stata l'esclusione da alcuni giochi, perché il "capo" decideva che non doveva partecipare e decideva anche che i suoi "amici" non potevano giocare con lui, il risultato è stato che mio figlio ne ha sofferto molto, alternando momenti in cui si scontrava e altri momenti in cui cedeva perché stufo di continuare a discutere e litigare (comportamento negativo adottato da mio figlio, era quello di infastidire, di fare dispetti, così mi ha detto).

Nel frattempo durante l'anno, mio figlio ha partecipato a delle gare sportive (in cui partecipavano parecchi compagni di scuola e anche quel "benedetto" compagno), in due di queste è arrivato primo, apriti cielo! Il compagno non accettava di essere arrivato dopo, e aveva trovato mille scusanti, arrivando fino a dire la bugia che erano arrivati a pari merito.

Alla fine della seconda il gruppetto dei bimbi, che avevano avuto quel comportamento non positivo, in pagella si è ritrovato con "sufficiente" in comportamento, sembra che le maestre, alla consegna della pagella, abbiano minuziosamente raccontato i vari comportamenti.
(Ci tengo a dirlo, che con le maestre non mi ero mai lamentata, durante tutto l'anno ero stata di supporto a mio figlio, ma non ho voluto interferire.)
La mamma di quel bimbo, è andata su tutte le furie, dicendo che non era possibile, che il suo bambino non aveva quel comportamento, che le maestre erano ingiuste.
(Io non riesco a capire come non abbia potuto "vedere" tale comportamento, perché spesso e volentieri avveniva anche davanti a lei.)
E' venuta anche da me, per poter smentire il giudizio dato dalle maestre, ma purtroppo (a differenza) delle altre mamme, non ho fatto finta di niente per evitare discussioni, e con garbo ho raccontato ciò che era successo a mio figlio.
Mi sono sentita un po' in colpa e un po' impicciona, ma non me la sono sentita di "tradire" mio figlio!

Quando poi, sono andata a ritirare la pagella di mio figlio, ho parlato apertamente con le maestre, e mi hanno confermato quello che mio figlio mi aveva raccontato durante l'anno, sono state molto imparziali hanno cercato di smorzare un po' il tutto, dicendo che la cosa non era grave e sono gli stessi bambini che devono "fare terra bruciata" attorno a quel bambino, devo trovare la forza di "spodestarlo".
Mi hanno detto di stare tranquilla, che le cose si sarebbero sistemate con l'anno venturo.

Adesso siamo in terza, e le cose non sono migliorate, anzi la madre di quel bimbo ha intuito, che io ho parlato del comportamento di suo figlio con le insegnanti, e di conseguenza non mi tollera, ad ogni incontro si crea una tensione anche coi figli.
Il bimbo molto probabilmente ha percepito negativamente il tutto e vede mio figlio e noi genitori come un pericolo per lui, e quindi dice frasi a mio figlio tipo: "perché non sei rimasto a casa ammalato per qualche mese, si stava così bene senza di te", "tu non puoi giocare con noi", talvolta spingendolo! Ed alla reazione di mio figlio anche fisica, mandandolo a sbattere contro il muro, l'altro di tutta risposta lo ha accusato dicendogli "lo so che è tuo padre che vuole che mi provochi per farmi prendere una nota". (Mio figlio alla fine era sinceramente dispiaciuto di avergli fatto male!)

Mio marito in tutto questo ci è rimasto accanto, sostenendo mio figlio, e me., L'unica cosa è che a differenza mia, lui è convinto che in presenza di questi "bulli" non bisogna cedere, bisogna rispondere anche eventualmente fisicamente, ma non solo per se stessi, anche in difesa dei più deboli.

In questa situazione mio figlio non è del tutto sereno, lo vedo che non riesce a socializzare come vorrebbe e non vive la scuola al meglio.
Non so come comportarmi, mi chiedo dove posso essergli d'aiuto? Ho esagerato nell'intervenire? Potevo adottare un comportamento diverso? E quelle frasi che mi dice, e che mi lasciano stupita, sono una conseguenza di tutto questo?

Chiedo scusa, mi sono dilungata un po' troppo, ma per me è stato anche uno sfogo.

Chiedo cortesemente un vostro gentile consiglio.
Mamma dubbiosa

 

Gentile mamma, ho letto con molta attenzione la sua descrizione di quanto in questo momento la preoccupa, descrizione ricca che esibisce immediatamente una certa complessità nella situazione.
Una ricchezza che andrebbe approfondita, con ulteriori contatti, per poterle offrire una possibile lettura di quanto avvenuto e per far emergere considerazioni, domande, posizioni su cui attestarsi in modo più specifico.
Mi pongo dunque nell'ottica non dell'esaustività ma della parzialità per porgerle alcuni stimoli e considerazioni a partire proprio da alcune cose che mi hanno colpito e che posso elaborare subito, leggendo la sua richiesta.

Nella sua mail mi è sembrato di cogliere che:

* Esiste un bambino che ha un "rapporto buono" con le figure adulte di riferimento, (dove per buono sembra s'intenda prioritariamente un rapporto in cui manca la conflittualità e dove esiste molta condivisione di momenti piacevoli), e che nel contempo, tramite le sue (del bambino) affermazioni, sorprende e mette in discussione l'idea dell'esistenza di questo rapporto buono soprattutto con la mamma.
* Esiste una descrizione di bambino, molto adeguato, con competenze acquisite importanti come la socializzazione, che diventa però inadeguato in ambito scolastico e in cui le stesse competenze (come la socializzazione) non vengono ritrovate.

E' come se ci trovassimo davanti a due bambini. Quello visto dalla mamma e quello conosciuto dai compagni e dagli insegnanti. Manca la visione di com'egli stesso si vede.

Un bambino che vive in un mondo felice, quello della famiglia, dove l'unico rapporto è con gli adulti ed è appagante e protettivo, e un bambino che transita in un mondo infelice e ostile, quello della scuola, dove forti sono le difficoltà con i compagni (è isolato di fatto) e le insegnanti sono adulti che rimangono sullo sfondo nella attesa che qualcosa accada.

Qualcuno potrebbe chiedersi: "ma allora qual è il vero bambino?" "chi sbaglia la descrizione?"
"Chi impedisce che il vero bambino adeguato e felice emerga?" "Che cosa posso fare perché chi impedisce la sua verità d'essere venga limitato nella sua devastazione?"

Mia cara mamma,
nella lettura delle difficoltà che il suo piccolo incontra a scuola le suggerisco di provare a spostare il legame di causalità con la presenza del compagno prepotente. Una rondine non fa primavera si suol dire, così un bambino per quanto prepotente non può essere così "realmente" potente da condizionare un'intera classe.

Dove sono le altre figure "potenti" che potrebbero aiutare questo piccolo esuberante e pre-potente a elaborare il suo limite, a scoprire che c'è qualcuno che con il suo potere può aiutarlo ad imparare a conoscere e utilizzare in modo socialmente adeguato il suo potere?

In primo luogo credo che le insegnanti debbano chiedersi il significato educativo del loro rimanere sullo sfondo davanti a delle relazioni all'interno del gruppo classe che sono penalizzanti sia per chi è potente che per chi è potuto. Cosa impara colui che ha lo spazio per prevaricare senza che vi sia uno spazio per elaborare la prevaricazione, il senso di questa , delle emozioni che suscita, delle conseguenze non solo sugli altri ma anche su se stesso? E cosa impara chi è prevaricato ed è lasciato da solo a elaborare quello che gli accade e sente, quello che agisce e quello che vede essere il comportamento delle insegnanti? Qual è per lui il senso del loro restare sullo sfondo, lui abituato ad un mondo di adulti sempre presenti?

Ecco solo alcune delle domande, perché su questo aspetto potremmo soffermarci lungamente.

La mamma, il papà cosa possono fare?
Non schieratevi dalla parte di vostro figlio prendendo le sue difese contro il compagno, schieratevi dalla sua parte facendo in modo che:

* Chi deve presidiare il senso educativo e il benessere dei bambini in ambito scolastico lo faccia,
Se nella classe ci sono dinamiche come quelle che ha descritto nei confronti di suo figlio è lecito pensare che vi sia un problema di relazioni nel gruppo classe che non riguarda solo voi.
* Proponete degli spazi, con altri genitori e le insegnanti, aiutati se possibile da un pedagogista della scuola, di riflessione attorno a quanto avete rilevato. Le cose dette nei corridoi, amplificano il disagio, creano malumori senza possibilità di chiarificazione e possibilità di risoluzione delle problematiche. Del resto come si può insegnare ai propri figli, ai propri allievi a gestire le difficoltà nella relazione se anche noi genitori, noi insegnanti rimaniamo incastrati nella nostra paura di maneggiare le relazioni che riteniamo "pericolose". Cercate di far capire ai vostri colleghi genitori che se i loro figli sono prepotenti, o sono degli esclusi, o sono dei gregari queste non sono qualità negative da considerare come esito di una mancata adeguatezza genitoriale quanto come occasione che ogni piccolo offre all'adulto per mostrare la parte peculiare di se che necessita di attenzione e accompagnamento alla crescita
* Il vostro piccolo trovi in voi un sostegno e uno stimolo importante a comprendere il senso di quello che gli accade, a considerare questi momenti di fatica come occasioni importanti che la vita offre per preparasi ad affrontarla autonomamente, comprendere quali abilità poter mettere in campo per gestire una storia di relazioni difficili. Su questo è importante stimolare il vostro piccolo a individuare quali sono le cose che gli piacerebbe venissero fatte, quali comportamenti vorrebbe sostenere e quali può realmente sostenere.
* Integrate i vostri modelli educativi di madre e padre. I valori non vanno mai dimenticati soprattutto perché nella famiglia l'appartenenza di un bambino non è solo ad un uomo e ad una donna ma a quello che rappresentano e a quello in cui credono. Il valore della difesa del più debole, della fatica di pagare, anche personalmente, per portare avanti quello in cui si crede è un valore che questa storia di relazioni può suggerire, un occasione per condividere qualcosa di diverso con il proprio padre dal fare sport o giocare. Spronarlo verso l'autonomia significa anche adoperarsi perché il piccolo incontri un sistema di pensieri e valori che gli permettano un domani di costruirsi un proprio sistema di pensieri e valori. Poi se il padre offre consigli pratici, sospendete le obiezioni ideologiche come " è giusto, e' sbagliato" usare la forza fisica, i consigli vanno sempre tarati sulla pertinenza con i valori che si vogliono veicolari, sulla realtà della situazione che si sta vivendo (vivo una situazione di pericolo fisico?) sulle caratteristiche del bambino (la difesa fisica può essere difficile per un bambino che non ha in se una sufficiente carica aggressiva, né una adeguata fiducia nelle sue capacità di contrasto fisico). E' dunque importante non escluderli a priori ma indagarli. Non dimenticate che la forza e la potenza del ruolo della madre e del padre sta nel riconoscere l'importanza della reciproca differenza e non nel tentativo di annullarla.

Concluderei soffermandomi brevemente sulla sua domanda "E quelle frasi che mi dice, e che mi lasciano stupita, sono una conseguenza di tutto questo?"

Purtroppo non posso rispondere direttamente a questa domanda, come detto inizialmente non ho elementi sufficienti per formulare delle ipotesi. Tuttavia posso darle alcune domande su cui sostare: "Come mai come mamma mi stupisco di quello che mi dice? E quello che mi dice come mi porta ad essere in "ascolto"? (mi faccio raccontare, colgo nessi con avvenimenti, screzi, immagini televisive...).
Riesco a differenziare le cose che afferma? Qual è il nesso? Pensare alla nonna morta che sta meglio potrebbe essere diverso dal pensare al desiderio di far morire la mamma? O vorrebbe far morire la mamma perché la sente sofferente e questa sofferenza si potrebbe interrompere con la morte? (interpretazione assolutamente esemplificativa).

Per un approfondimento maggiore di questo aspetto, le consiglio di provare a rivolgersi a uno psicopedagogista per raccogliere la sua preoccupazione e comprenderne i fondamenti per un eventuale indirizzo.

Gentile signora spero di esserle stata utile.
Per dubbi, approfondimenti o altro sono a sua disposizione.

 


copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 3, Febbraio 2006