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Si rifiuta di camminare

Ho due figli, Michele di quasi 3 anni e Flavia di pochi mesi.
Il primogenito, Michele si rifiuta da circa un mese di camminare.

Tutto è iniziato da una banale caduta, in cui crediamo che Michele abbia preso una storta al piede sinistro. Da allora non ha voluto più camminare. Da una settimana circa ha ripreso ad andare sul suo triciclo o sulla macchinetta che non ha pedali né batterie, ma si muove attraverso il movimento delle gambe di Michele. Non lamenta dolori ai piedi né alle gambe, capita alcune volte che, se interrogato, dice che gli fa male il piede o i piedi.

Qualche giorno fa abbiamo fatto una lastra ai piedi, ma senza rilevare niente. Lo abbiamo fatto vedere ad un neurologo, che non ha segnalato problemi fisici, andiamo tutte le settimane da uno psicologo per bambini, ma senza ottenere risultati.

Cominciamo ad essere preoccupati, temiamo che la lunga inattività delle gambe, (anche se M. gattona, va con il triciclo, e con la macchinina) possa creare qualche problema ai muscoli o a chissà che cosa.

Vi chiedo se avete suggerimenti da darci sul comportamento che dobbiamo avere nei suoi confronti. Alcuni ci dicono che dobbiamo ignorarlo, ma così facendo finisce che lo assecondiamo su tutte le sue richieste (spesso chiede di stare in braccio, vuole essere spostato dalla macchinina al pavimento, ecc.), per cui pensiamo che in questo modo non viene spronato a tornare a camminare.
Se invece il nostro atteggiamento è aggressivo (non lo prendiamo in braccio, non lo assecondiamo nelle sue richieste) finisce che scoppia a piangere in maniera insistente e ripetuta.
Il terzo atteggiamento è quello di minacciarlo (se non cammini non gioco più con te, non ti porto nei parchi, non ti compro regali) anche questo però sembra non funzionere, lui infatti cambia discorso si butta su altri giochi e ci ignora.
Insomma cosa dobbiamo fare?

 

Gentili genitori
avete perfettamente ragione nel non ignorare Michele, nel non mostrare un atteggiamento aggressivo che lo porti a piangere e nel non minacciarlo per farlo camminare negandogli le visite al parco giochi perché ciò non porterà a nulla.

Sarebbe meglio invece cercare una strategia adeguata alla situazione creatasi.
Innanzitutto ricordando come l'età dei 2-3 anni sia un momento difficile da vivere bene per i bambini e per i loro genitori soprattutto se ci sono le premesse che portano a delle difficoltà.

In questo periodo i bambini possono mostrarsi come troppo riflessivi e titubanti nell'andare e nell'esplorare, come possono mostrarsi in buona relazione con il mondo degli oggetti e degli altri, senza sentirsi in colpa perché stanno crescendo. E' coinvolgendosi con questi ultimi, con le loro sane risposte, che i primi possono superare le loro difficoltà. Ed è qui che mi vorrei soffermare e cioè sul fatto che Michele approfittando dell'infortunio dovuto alla caduta ora si trovi in quelle "difficoltà" che gli consentono innanzitutto di ottenere la piena attenzione di mamma e papà che per lui e solo per lui stanno pensando. I bambini di questa età inconsciamente approfittano delle situazioni creatasi per ottenere maggior attenzione, per vincere il senso di secondarietà che stanno vivendo anche se con due genitori che nulla gli fanno mancare; a Michele è arrivata la piccola sorellina Flavia che può avergli fatto insorgere un po' di gelosia soprattutto per il fatto di non avere papà e mamma tutti per sé.

Quindi il consiglio che posso dare è di dare voce ai comportamenti di vostro figlio creando un ambiente apposito per rimettere in piedi Michele e cioè portarlo ad esempio al parco con la sua macchinetta o il suo triciclo e porlo nella situazione di ritrovarsi con dei coetanei che prima o poi lo coinvolgeranno a giocare muovendosi con le proprie gambe

Non mi avete parlato poi del fatto se Michele vada oppure no all'asilo; questa sarebbe un'altra situazione creata ad hoc per lui per "rimetterlo i piedi" senza dargli il tempo di pensarci, per avvicinarlo agli altri bambini, per il piacere di scoprire cose nuove e belle e per imparare a conoscere sempre più quello che gli sta attorno.
Se ciò non bastasse a questo punto penserei ad un intervento sul piano psicomotorio.
Un esperto in materia potrebbe aiutare Michele a rivivere esperienze centrali per l'evoluzione di un bambino di quest'età come:

* il piacere del gioco sensomotorio: salire, scivolare, arrampicarsi, entrare dentro, cadere da, la montagna, la tana, la piscina .....;
* la presenza e l'assenza: apparire e sparire, nascondersi, allontanarsi e far ricomparire l'altro, dormire e svegliarsi, entrare e uscire, la galleria, la casa ...;
* l'unità del corpo: cadere e rialzarsi, smontare e rimontare, riunire e disperdere, spargere dappertutto e rimanere insieme, le palline e i contenitori, le torri ...;
* l'affermazione di sé, l'attenuazione del senso di colpa: avere il permesso di fare dispetti a, di entrare in spazi proibiti, il piacere di mettersi in contrapposizione, di essere più furbi dell'adulto, di buttare giù le torri, di tenere l'adulto sotto controllo e ancora diventare grandi, salire più in alto, correre più forte, lanciare più in alto e più lontano, battere, urlare ecc....

Ci sono bimbi che tutto questo se lo giocano da soli e altri che hanno bisogno di un aiuto per poterselo permettere; e questo è il senso dell'intervento psicomotorio.

 


copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 7, giugno 2004

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