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Problemi di alimentazione a 5 anni

Ho un figlio di 5 anni (quasi 5 anni e mezzo), che frequenta il terzo anno di asilo, con cui ho problemi di alimentazione. Rifiuta tutto quello che è "molle": la pastasciutta, il riso, la minestra, il pane (se non è croccante) e non mangia né frutta né verdura.
In pratica mangia solo carne impanata e fritta, ogni tanto qualche bistecchina (non fritta), croste di pane, ogni tanto biscotti, patatine fritte (mai lesse o purè). Beve tanto latte: 350 ml. al mattino ed altrettanti alla sera.

E' alto 114 cm. e pesa circa 22 kg. Tutto sommato, apparentemente non ha problemi.
Il problema è che all'asilo non mangia proprio niente (è il terzo anno, ormai!): solo qualche pezzetto di pane (quando ne ha voglia) o se ci sono i bastoncini di pesce (una volta al mese) ne assaggia qualche pezzettino. A casa poi è sempre stato disagevole il momento del "cibo".
Ci sono altri casi analoghi che vi è capitato di affrontare? Comincio a preoccuparmi per l'ingresso alla scuola elementare...
Grazie in anticipo!

 

Gentile signora,
nella mia quindicennale esperienza di prevenzione e cura di disturbi nel comportamento alimentare, la vorrei rassicurare su alcune cose, ma dall'altra anche incoraggiarla alla prosecuzione di un'attenta lettura, insieme alle maestre della scuola d'infanzia, del comportamento alimentare di suo figlio.

Innanzitutto una importante premessa: tantissimi casi analoghi a quello di suo figlio hanno dimostrato che il cibo è spesso uno strumento visibile per comunicare certe cose, che a voce non si è in grado o non si vuole dire. Il comportamento alimentare può dunque fungere da simbolo o fenomeno o sintomo visibile per comunicare tutt'altro, o sostituire (in tutto o anche solo in parte) sentimenti ed emozioni (ad esempio rabbie, aggressività, rifiuti, vergogne, desideri).

Venendo al caso specifico di suo figlio, affatto raro, La posso comunque rassicurare su alcuni aspetti.
La quasi totalità dei bambini e delle bambine si nutrirebbe pressoché esclusivamente di patatine fritte e simili... E' altresì frequente che la verdura e la frutta verrebbe volentieri lasciata da parte, come ben lo dimostrano le statistiche delle
mense scolastiche.

Vengono richieste non poca pazienza e fermezza da parte dei responsabili dell'educazione alla salute (genitori e scuole) per insistere su un'adeguata e graduale educazione alimentare.
Il rifiuto di tutto ciò che è "molle" si presta a diverse interpretazioni: potrebbe significare molto semplicemente la consapevolezza di non essere più "piccolo", o il desiderio di essere preso più "da grande". Potrebbe anche significare un rifiuto di un qualcosa o di qualcuno. Ovviamente non sono in grado di interpretare in modo più dettagliato i sintomi, in quanto una consulenza "a distanza" non possiede gli elementi che risulterebbero da un'osservazione diretta.

In questo senso La inviterei a continuare il confronto e il dialogo con le maestre della scuola dell'infanzia e a coordinare con loro un progetto comune che preveda anche la Sua collaborazione a casa.
Intanto, non potendo dedurre dalla Sua lettera alcuna indicazione circa le vostre abitudini alimentari a casa e non sapendo se il bambino ha fratelli, più piccoli o più grandi, La inviterei a leggere le seguenti domande e riflettere:

  • Se il bambino all'asilo non ha mangiato, può "recuperare" o "rifarsi" a casa?
  • Con quale tipo di cibo? Quello di suo gradimento?
  • Quante volte in settimana o al mese viene concesso al bambino di scegliersi il tipo di cibo a suo gradimento?
  • Fate la spesa insieme? Quali sono gli accordi trasparenti e i patti chiari tra Lei e Suo figlio quando ad esempio passate vicino al "banco delle patatine"?
  • La concessione di cibo gradito al bambino viene utilizzata a volte anche come premio o per gratificarlo?
  • Analogamente, il rifiuto del cibo gradito al bambino viene a volte utilizzato come punizione o segno di rimprovero?
  • Il momento del pasto a casa: viene imposto al bambino di mangiare?
  • Il momento del pasto comune a casa: si ride e scherza, ci si racconta e ci si domanda su fatti della giornata (a televisione spenta?)
  • Oltre il cibo: chi e/o che cosa (ad esempio abitudini, modi di essere preso fisicamente e/o a parole.) rifiuta il bambino nella sua vita attuale?
  • Che cosa lo fa arrabbiare? Cosa desidera?
  • Come reagisce l'adulto ai comportamenti?

Queste domande possono essere una prima possibile traccia, anche per un più approfondito colloquio tra Lei e le maestre della scuola dell'infanzia, vista l'importanza del coordinamento reciproco di interventi educativi tra contesto familiare e scolastico: progetti comuni con finalità condivise e in tempi di attuazione concordati potranno sicuramente contribuire ad una migliore comprensione del problema o ad un cambio della chiave di lettura dello stesso.
A seconda delle reazioni del bambino si potrà, sempre insieme alle maestre d'asilo e successivamente insieme alle insegnanti della scuola di base, valutare i risultati e programmare o modificare ulteriori interventi educativi.
Dal mio punto di vista, usare la concessione o il rifiuto di certi cibi come premio o punizione è in ogni caso sempre sconsigliabile.

Lei come si sente e si comporta durante il "momento del cibo" che descrive "disagevole"? E' mai stato provato, durante "il momento del cibo", a fare "finta di niente" di fronte al bambino, limitandosi ad "offrirgli" un determinato pasto, senza imposizioni, senza discussioni sul cibo e in piena serenità?
Un esperimento simile (solo uno tra tanti possibili!) dimostra solitamente risultati apprezzabili dopo alcune settimane e richiede dunque costanza e coerenza agli educatori.

 


copyright © Educare.it - Anno I, Numero 4, Marzo 2001

 

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