Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 4 - Aprile 2024auguri natale

Bulimia precoce

Sono la mamma di una bambina di 12 anni, nata da un precedente matrimonio, e di un bimbo di 4 avuto con il mio compagno che ha iniziato a vivere con me e la bambina già da quando lei aveva 4 anni. Il papà della bimba ha grossi problemi (è un ex tossicodipendente) ed è assolutamente assente dalla sua vita (fisicamente e come interesse) oltre che decisamente egoista nel rapporto le pochissime volte all'anno in cui si vedono, lei invece gli ha voluto un gran bene (anche perché io le ho trasmesso sempre stima e affetto per lui) e l'ha "mitizzato" sino a due/tre anni fa, quando ha realizzato che comunque era un papà un po'... troppo difficile.

Col mio compagno non ha un bel rapporto, lui le ha voluto molto bene e l'ha accudita come una figlia, lei non l'ha mai veramente accettato nella sua vita, l'ha sempre trattato come una mia pertinenza anche se nell'ambito di un sostanziale rispetto, e la situazione è peggiorata con la nascita del fratellino per il quale dimostra affetto tiepido e occasionale. La sua infanzia è stata particolare per le mie vicende famigliari ma direi che è stata una bimba molto amata, da nonni zii cugini, da maestre d'asilo di scuola e tate, e da me. L'ho allattata - anche se con una forte depressione - fino a 8 mesi, si è svezzata normalmente, ha ciucciato il dito sino a quattro anni insieme alla copertina che era il suo oggetto transazionale. Con me ha un legame molto forte, fatto di grandi slanci e grandi collere perché il nostro rapporto è sempre stato molto conflittuale, da quando è nato il fratellino di più, da quando ha iniziato le medie ancora peggio! Questo per fare a grandi linee un breve "quadro" della situazione. Da quando si è sviluppata (10 mesi fa) il suo rapporto col cibo è diventato patologico, e io, che ho sofferto (perché di sofferenza si tratta) per tantissimi anni di bulimia, sono annichilita di fronte a quello che sta succedendo, oltre che sommersa da sensi di colpa perché sono cosciente che l'origine dei problemi di alimentazione è da cercarsi nei legami parentali.

E' decisamente ingrossata, con tutto ciò che ne consegue in termini di insoddisfazione sua per il suo corpo, di insicurezza nei confronti degli altri, di ossessione per l'abbigliamento giusto che la copra, e comunque mangia in maniera vorace, spesso confondendo le emozioni con il senso di fame, mai veramente appagata da quello che mangia anche se mangia di tutto, dolci e salati. Io non la opprimo ma ho cominciato a farla ragionare su tutto quello che sta perdendo in salute rispetto a prima, perché da piccola si autoregolava autonomamente con cibo e mangiava anche verdure e frutta, e su come sia importante che controlli la sua voracità, ma vi chiedo aiuto, cosa devo fare? Iniziare a portarla da un terapista sarebbe complicatissimo in una vita già normalmente complicata, io lavoro a tempo pieno e non posso utilizzare strutture pubbliche e la ristrettezza economica non mi consente lo specialista privato. Vorrei iniziare con lei un dialogo sereno su questa cosa, per evitarle il penoso cammino che ho percorso io e aiutarla a crescere con più tranquillità.


Gentile Signora,
dalla sua lettera emerge una profonda preoccupazione per sua figlia, ma anche un forte desiderio di comprendere ciò che le sta succedendo per favorire un successivo cambiamento.
Il desiderio di comprendere i figli è un elemento chiave nella relazione con loro, e ciò include lo sforzo di metterci dalla loro parte e guardare "il problema" dalla loro prospettiva.
Il sintomo alimentare di sua figlia sembra ora essere il protagonista nella vostra relazione, ed appare come "il problema" da capire e risolvere.
Rispetto a ciò io vorrei invitarla ad essere cauta nel definire il disagio di sua figlia come bulimia. Molto spesso i mass media offrono informazioni riguardo ai disturbi alimentari, ma queste conoscenze non possono essere assimilate e adattate sui singoli individui.
Certamente lei ha anche una esperienza personale a riguardo, quindi si sente di poter definire il comportamento alimentare di sua figlia come patologico. Forse, proprio perché lei ha sofferto di disturbi alimentari, nel tentativo di aiutare sua figlia, è naturale che sottolinei e/o riveda aspetti che un tempo erano anche i suoi, e li consideri quindi in maniera particolare. Ognuno di noi percepisce, sente e prova emozioni e sentimenti differenti sulla base di ciò che ha vissuto e vive. Questo è positivo perché permette un rapporto empatico con altro, ma può diventare un ostacolo quando l'emergere dei vissuti personali non permette di riconoscere i vissuti dell'altro. La situazione di fusione tra madre e figlio appartiene al normale sviluppo di ogni persona, ma nel processo di crescita è fondamentale promuovere l'individuazione, la quale necessita della distinzione tra il sé e l'altro.
Per aiutarla a mantenere "distinti" i suoi vissuti con "i reali comportamenti" alimentari di sua figlia le propongo i criteri diagnostici elencati nel Manuale Statistico Diagnostico (DSM III), nel quale si descrivono tutti i disturbi psicologici e le patologie psichiatriche.

Criteri diagnostici per la bulimia nervosa

1. Ricorrenti episodi di "abbuffate" (ingestione rapida di grandi quantitativi di cibo in un modesto lasso di tempo).
2. Sensazione di mancanza di controllo sul proprio comportamento alimentare nel corso delle abbuffate.
3. La persona si dedica regolarmente al vomito autoindotto, all'uso di lassativi o diuretici, a diete ristrette o al digiuno, oppure a forme di rigorosa disciplina finalizzate al fatto di evitare gli aumenti di peso.
4. Una media minima di due episodi di abbuffata la settimana per un periodo di almeno tre mesi.
5. Persistente eccessiva preoccupazione a riguardo della forma e del peso del corpo.

Ovviamente la variabilità dei sintomi è grande e si è amplificata nel tempo. Sono poche le situazioni di patologia "pure", come da manuale. I quadri di bulimia, e anoressia, tendono a essere meno netti, a sovrapporsi, a intrecciarsi.
È per questa "variabilità" che le consiglio di farsi aiutare nel comprendere il disagio di sua figlia.
Una diagnosi precoce è un elemento prognostico favorevole!
Talvolta accade che in presenza di situazioni conflittuali o ansiogene, il cibo venga utilizzato come strategia per alleviare lo stato di tensione, oppure come una presenza buona da mettere dentro.
La "ricerca di significato" legata al cibo è certamente importante, ma in questo percorso è indispensabile essere accompagnati e sostenuti da specialisti.
Nell'insorgere dei disturbi alimentari non ha senso cercare un'unica causa, ma è più corretto riconoscere una serie di fattori che interagiscono tra loro e concorrono a determinare il disturbo: fattori di predisposizione, fattori relazionali, fattori di contesto. Uno solo di questi fattori, perso separatamente, non basta spiegare tutto.
È per questa complessità di elementi che la invito a consultare lo specialista, potrà ripercorrere i passaggi di vita di sua figlia, coglierne le sfumature emotive che hanno caratterizzato le diverse relazioni (con il padre, con il suo compagno, con il fratello e con lei) e quindi "guardarle" dal suo punto di vista.

Credo che la posizione migliore che lei deve favorire nella sua famiglia sia quella di considerare "il problema" come coinvolgente di tutti voi, di ogni singolo, e quindi anche la ricerca di soluzione.
La patologie alimentari non si possono curare in casa, non bastano l'affetto e la comprensione di una madre.
Certo, la ragazzina deve sentire che lei è preoccupata, ma anche che lei non è disposta a lasciarsi travolgere dall'ansia e che sta cercando di aiutarla attraverso i suoi interventi educativi.
I genitori possono intervenire per correggere i comportamenti e le cattive abitudini che accompagnano il disturbo, ma non possono intervenire sui sintomi, quest'ultimo deve essere lasciato al terapeuta.

A tal proposito le suggerisco alcuni accorgimenti educativi che spesso, in situazioni simili, si sono rivelati utili.
Il primo è di non modificare abitudini familiari consolidate, ad esempio consentire che la bambina mangi da sola se prima non l'aveva mai fatto, oppure che mangi solo alcuni alimenti mentre prima non li selezionava, o che semplicemente vengano cambiati gli orari dei pasti per le sue esigenze.
Queste modificazioni generano un gioco di ricatti affettivi, dal quale è difficoltoso uscirne.

È importante, inoltre, incoraggiare e sostenere gli impegni sociali che la ragazzina ha con gli altri. Ciò evita il graduale ritiro dalle relazioni e l'aumento di disistima e preoccupazione per la propria condizione. Stare da sola rinforza l'idea di essere rifiutata, inadeguata e senza possibilità di riscatto.

Un'altra indicazione è di non trattare diversamente la ragazzina o in modo particolare rispetto ai coetanei o al fratello. Intendo dire che sua figlia non deve ritornare la piccola della famiglia, perché non lo è, ma dovrebbero esserle richiesti e concessi doveri e privilegi adeguati alla sua età.

Questi consigli hanno un principio di base: evitare di cambiare il contesto e le condizioni familiari che normalmente sua figlia ha vissuto e vive.

Mi rendo conto che questa posizione può apparire rigida ma in realtà è un modo per comunicare che "il contenitore" famiglia è resistente, che ci sono punti di riferimento sui quali contare.



copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 4, marzo 2004