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Vomita per attirare l'attenzione

Ho 2 bambini: una femmina di 3 anni ed un maschio di un anno e 2 mesi.

La bimba ha sempre avuto un bellissimo rapporto con il fratello. tuttavia da quando quest'ultimo ha iniziato a camminare, la bambina si comporta in modo differente, è insofferente verso il fratellino e molto esigente nei miei confronti. Quando la sgrido, inizia a tossire fino a che non riesce a vomitare, lo fa intenzionalmente. La scorsa settimana questo fatto si è ripetuto spesso, sono molto preoccupata.

Cosa posso fare? come mi potete spiegare questo comportamento?

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Gentile Signora,
Lei stessa formula l'oggetto-titolo della Sua lettera di richiesta di consulenza "Vomita per attirare l'attenzione", dove io sottolineerei "...per attirare l'attenzione". Non basta però soffermarsi semplicemente su questa constatazione, e infatti, Lei ci chiede come Le possiamo spiegare questo comportamento. A questo proposito non si può non avvisare, come spesso nelle consulenze a distanza, che non ci può essere una spiegazione univoca per un comportamento problematico, vista l'impossibilità di un'osservazione partecipata molto più approfondita da parte di chi, al di qua dello schermo di un computer, non può che avanzare ipotesi utilizzabili ai fini di ulteriori riflessioni da parte di chi sta al di là dello schermo.

Inoltre, nell'educazione non è sufficiente spiegare il perché dei comportamenti alla luce di condizioni esistenti, ma è invece altresì necessario CAMBIARE alcune CONDIZIONI D'ESERCIZIO, PRIME FRA TUTTE LA TIPOLOGIA DELLE RELAZIONI INTERPERSONALI (cfr. Franco Larocca, ad esempio in "Studi di casi", Morelli Editore, Verona 1992, p. 16). Si tratta di progettare la relazione educativa del prossimo futuro e attuare la rimozione di eventuali ostacoli problematici per la crescita individuale e sociale. Se non è possibile, a distanza e senza conoscenze approfondite dei meccanismi relazionali esistenti, una spiegazione assoluta del presente e del passato, tanto meno sarà possibile proporre la ricetta per il prossimo futuro.

Alla luce di quanto fin'ora detto, torno al problema comportamentale di Sua figlia come da Lei esposto. Le faccio alcune domande precise:

* COME REAGISCE LEI-MADRE alla tosse e al vomito indotto di Sua figlia?

1. Con giudicante disappunto ("Non fare la stupida, so che non sei malata, so che lo fai apposta!")?
2. Con compassione o appello alla comprensione da parte della figlia ("mi dispiace, ma lo sai che devo occuparmi del tuo fratellino che è più piccolo di te...")?
3. Con ascolto partecipato e sincero interesse (" Ora siediti vicino a me. Raccontami. A cosa hai giocato? Con chi? Ti sei divertita? Ti sei arrabbiata? Sei triste? Perché?...")

* COME SI REAGISCE NELLA VOSTRA FAMIGLIA (e comunque nei contesti conosciuti ed esperiti da Sua figlia) alla malattia in generale (tosse, vomito, altre malattie)? Il malato viene spesso coccolato e gli viene dedicata più attenzione: Sua figlia ha fatto quest'esperienza?
* Per quanto riguarda il sintomo SPECIFICO (in questo caso appunto la tosse e il vomito piuttosto di un altro comportamento o di un'altra patologia psicosomatica) come espressione di un disagio, La inviterei a osservare e verificare le tonalità emotive che all'interno del vostro sistema familiare solitamente sono legate al cibo e alla ritualità di assunzione di cibo in tutte le sue sfaccettature (ad esempio, chi in famiglia ha usato in passato dolci come ricompensa o li ha negati come punizione?, si è mai verificato che l'assunzione di un determinato piatto fosse stato imposto?, quale valore simbolico ha il rito dell'assunzione di cibo?, ecc.). Vorrei aggiungere però che non è detto che la variabile causale dell'instaurarsi di questo sintomo piuttosto di un altro sia necessariamente da ricercarsi in un rapporto problematico con il cibo.
* Secondo Lei, IL "FINTO MALATO" È MALATO O NON È MALATO? In altre parole: Di quale dignità d'ascolto godono i sintomi di malessere presenti nel vostro sistema familiare, indipendentemente se espressi con tosse o vomito intenzionale oppure se espressi con altri sintomi o con tonalità emozionali legate in qualche modo al disagio (tristezza, rabbia, attirare l'attenzione...) ?

Queste 4 DOMANDE dovrebbero contribuire ad aumentare il grado di consapevolezza delle proprie reazioni di genitore che si attuano nei confronti di un determinato comportamento. Infatti, il porsi-delle-domande può essere una condizione estremamente utile per poter porre in essere la possibilità di strategie educative alternative, nuove. L'osservare e il porsi-domande precede e accompagna qualsiasi progetto educativo.

Nella Sua lettera c'è un'attribuzione del problema al fratellino. Non è detto che il comportamento di Sua figlia sia direttamente correlato al fatto che suo fratellino abbia cominciato a camminare. Il vomito potrebbe essere un'espressione di rifiuto, un "ricatto inconsapevole...un modo per evitare di affrontare esperienze nuove" (Regressione?, dr.ssa Antonella Rossi), "una costante ricerca dell'approvazione altrui" (I disturbi alimentari, dr.ssa Laura Fornari), o comunque UN TENTATIVO di dire (comunicare) qualcosa che la bambina non può o che non è in grado di dire.

La bambina deve essere favorita nel processo di costruzione della PROPRIA SOGGETTIVITÀ - IN RELAZIONE con altre soggettività e in relazione con il mondo. LO SVILUPPO EMOTIVO È STRETTAMENTE CONNESSO ALLA MATURAZIONE NEUROLOGICA E ALLO SVILUPPO COGNITIVO NONCHÉ ALLO SVILUPPO SOCIALE, come dimostrato ormai da decenni (tra altri L.A. Sroufe, Socioemotional development in J.D. Osofsdj, Handbook of infant development, New York, Wiley, 1979; C.E. Izard, On the ontogenesis of emotion-cognition relationship in infancy, in M. Lewis e A.L. Rosenblum, The development of affect, New York, Penum Press 1978. Inoltre, J. Bowlby, Attaccamento e perdita, edito in Italia in tre volumi distinti: L'attaccamento alla madre, Torino, Boringhieri 1972, La separazione dalla madre, Torino, Boringhieri 1975, La perdita della madre, Torino, Boringhieri 1983) e confermato dalle più recenti e autorevoli contributi di neurobiologia (attualmente, uno dei maggiori esponenti in campo è il ricercatore tedesco Gerhard Roth).

All'età di Sua figlia, quando ci si affaccia per la prima volta alla scuola per l'infanzia, il bambino non è soltanto UN "SOGGETTO PIENAMENTE EMOTIVO" nel senso che sperimenta e significa processi emozionali nel rapporto con se stesso e con gli altri, ma ha anche già una STORIA in tale senso, un REPERTORIO di possibilità e di ostacoli, di aspettative e di ricordi che contribuiscono alla connotazione e all'attribuzione di significato di tutte le esperienze, in positivo e/o in negativo (cfr. Mariagrazia Contini Per una pedagogia delle emozioni, La Nuova Italia, Firenze 1992, p. 146)

La tosse e il vomito indotti intenzionalmente da Sua figlia sono, esclusa ogni causa primaria organica, UNA MODALITÀ DI COMUNICAZIONE. Per far sì che questa modalità non si radichi nel "REPERTORIO EMOTIVO-COGNITIVO-NEURONALE", bisognerebbe offrire nuove possibilità di dialogo alla bambina in modo che l'espressione visibile del malessere ovvero il sintimo di malessere (tosse e vomito) possano essere COMUNICATI, ESPRESSI, VERBALIZZATI IN MANIERA DIVERSA, SENZA PERÒ CHE LA BAMBINA DEBBA "RISCHIARE" DI ESSERE MENO ASCOLTATA CHE NON FIN'ORA!

Infatti, indipendentemente dalle caratteristiche della Sua reazione (cfr. le mie 4 domande fatteLe sopra al riguardo) fin'ora attuata nei confronti del comportamento di Sua figlia, quest'ultima è stata comunque ASCOLTATA "GRAZIE" AL SUO SINTOMO DI MALESSERE ATTUALE (tosse e vomito), indipendentemente se l'ascolto si sia tradotto in punizione, critica, lode, rabbia, incomprensione, comprensione o quant'altro ancora. Si tratta perciò di dare la possibiltà alla bambina di CONOSCERE E SPERIMENTARE ALTRI CANALI E MODALITÀ DI COMUNICAZIONE ED ESPRESSIONE, che abbiano non solo lo stesso risultato, cioè di essere "ascoltata" dalla madre, ma che abbiano dei risultati "supplementari" ben precisi, cioè di essere ascoltata in maniera differente e per i quali VALE LA PENA per la bambina cambiare la sua modalità comunicativa.

PRIMA TI TUTTO, come scrive il dr. Angelo Luigi Sangalli nella terza parte del suo studio Il problema dell'aggressività, LA PRIMA LOGICA DI INTERVENTO NON È DI CERCARE DI ESTIRPARE UN COMPORTAMENTO PATOLOGICO, MA DI INSERIRNE DI NUOVI E DI ADATTI.

Non accusi la piccola di fare finta di essere malata o di fare "capricci" quando tossisce (cfr. le richieste di consulenze che parlano di "capricci" all'età di 3 anni , ad esempio "...A volte mi fa proprio "saltare i nevi", immagino che voglia comunicarmi qualcosa, ma non riesco a capire cosa e soprattutto non capisco perché debba farlo in modo così fastidioso. Spero che almeno voi riusciate a darmi una spiegazione..." alla quale risponde il dr. Luciano Pasqualotto in Buone e brave ... ma non con la mamma), riservi spazi e tempi (veri e propri RITI!) dedicati esclusivamente all'ascolto intimamente interessato, sincero ed affettuoso con la bambina grande, le faccia percepire verbalmente e non-verbalmente tutto il rispetto e l' AMORE che ha per lei e il quale NON È "PIÙ" O "MENO" di quell'amore e di quell'attenzione dedicati al piccolo ultimo nato (a proposito dei "diversi" amori per i figli, si confronti la mia consulenza Amare le proprie figlie).

Questo non significa non dare delle regole a Sua figlia che anzi devono essere rispettate. Sarebbe auspicabile che le regole fossero poche e chiare, pochissime e chiarissime, e che si pretenda (d'accordo con la figura paterna che spero ci sia!) con coerenza il loro rispetto, cercando di sgridare la bambina solo quando è necessario, cioè quando ha "infranto" degli accordi ben precisi presi in anticipo.



copyright © Educare.it - Anno II, Numero 5, Aprile 2002

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