Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 4 - Aprile 2024auguri natale

Turbe alimentari

Sono una logopedista e mi occupo di terapia miofunzionale. Le riassumo brevemente il problema.

Da qualche settimana ho in terapia un bambino di 7 anni che ha cominciato ad alimentarsi con i solidi all'età di 3 anni per enia iatale. Successivamente lo sfintere si è chiuso e il bambino non ha più avuto problemi di rigurgito. A 5 anni ha effettuato dei cicli di terapia logopedica a domicilio per imparare i corretti meccanismi della deglutizione, masticazione e potenziare le strutture coinvolte.

Il paziente non ha alcun deficit a livello anatomico-funzionale (ha effettuato tutti gli esami del caso), ciononostante presenta problemi ad alimentarsi in modo corretto. In particolare è molto lento nel consumare il pasto (almeno mezz'ora a piatto), anche quando ha fame e\o quando apprezza molto il cibo. Inoltre non consuma alcuni alimenti (frutta e verdura se non passata). Al posto della frutta beve succhi (tipo Yoga).

Questo il suo menu tipo (oltre all'assunzione di integratori consigliati dal medico): la mattina beve latte e biscotti. A mezza giornata fa merenda (Ringo, pane e nutella, gelati). A pranzo è stato consigliato ai genitori di farlo mangiare a scuola per renderlo più autonomo. Il risultato è che non mangia quasi niente. Per cena la mamma gli propone un piatto unico (es: pasta e carne mischiata o cotolette e patatine).

La stessa carne che apprezza insieme alla pasta o alle patate (es: spaghetti e pizzaiola o cotoletta e patatine) presentata separatamente viene rifiutata perché, a detta del bambino, non è più buona oppure perché non riesce a mandarla giù. Per agevolarlo ulteriormente, fino a poco tempo fa la mamma tendeva a tagliargli il cibo, a volte ad imboccarlo e gli permetteva di accompagnare il bolo con acqua per inghiottire più facilmente. Naturalmente ho invitato la mamma a ridurre fino ad eliminare completamente questi comportamenti, motivandone le ragioni, ma mi creda, capisco anche che in alcune circostanze abbiano rappresentato l'unica modalità di approccio.

Le spiegazioni dei genitori mi sembrano infatti adeguate e ragionevoli. Nel loro rapporto con il figlio mi sembrano anche molto adeguati. Cercano, ad esempio, di non fargli vivere il momento del pasto come un incubo, un impegno gravoso, spostando l'attenzione su altre cose o altri momenti della giornata. A mio avviso il bambino ha problemi psicologici nel rapporto col cibo, dovuti presumibilmente alla sua storia pregressa.

E' molto maturo per la sua età e tende a trovare sempre una spiegazione razionale a tutto. Questo però lo porta a giustificare comunque le sue azioni (soprattutto quelle legate al cibo). Inoltre spesso si autolimita nonostante le autorizzazioni dei genitori (ad esempio vedere un film dopo mangiato perché è stato bravo). Sembra, in buona sostanza, molto rispettoso delle regole. I cambiamenti lo destabilizzano. Anche a questo proposito ho suggerito ai genitori di proporre delle situazioni nuove ed autorizzarlo ad essere più flessibile. Ma entriamo a questo punto in un campo che esula dalle mie competenze. Le chiedo quindi dei suggerimenti per il mio intervento e per quello dei genitori.

Fino a questo momento il mio intervento è consistito in un breve e divertente training per insegnare al bambino a coscientizzare la deglutizione nelle varie fasi, per renderlo consapevole della sua evidente capacità di coordinamento, forza e velocità nella gestione dei cibi di varia consistenza, per incoraggiarlo e così via. Sono passata attualmente alla terapia domiciliare per verificare gli aprrendimenti sul campo. Finora ho mangiato due volte insieme a lui e ho cercato di dimostrargli che è una cosa bella, naturale, piacevole e che soprattutto riesce a farlo in tempi ragionevoli. A questo scopo abbiamo giocato con un cronometro segnando i migliori risultati ottenuti (17 min per un piatto di spaghetti, 15 minuti per due grosse polpette di carne). Una maggior attenzione è stata dedicata alla preparazione del cibo, incoraggiandolo ad arrotolare gli spaghetti (anziché tagliarli con i denti o spezzarli con la forchetta), o a non riempire il cucchiaio con troppa pasta (in questo modo a suo dire la finisce prima) o a tagliare la carne in modo corretto al momento giusto etc.

I risultati ottenuti fino a questo momento sono stati: riuscire a mangiare separatamente la pasta dalle polpette (ma non con la carne pizzaiola o altri secondi), consumare il pasto in tempi più ragionevoli, ridurre le latenze fra un boccone e l'altro, eliminare la tendenza a raccoglire il bolo fra denti inferiori e gengive. D'altra parte ciò è ancora comprensibilmente difficile quando il pasto è consumato con i genitori (nonostante tutti i miei suggerimenti e gli accorgimenti del caso da loro adottati).

Non so a questo punto se suggerire un menu specifico compatibilmente con i gusti del bambino (sìi a gnocchi al pesto, pasta con sugo e ricotta, pasta all'uovo, passati di verdure, raramente mela o pera, arrosto e patatine o cotoletta e patatine, dolci) con degli abbinamenti particolari che possano facilitarlo. Mi riferisco in particolare ai secondi. Ci sono tabelle che suggeriscono alimenti tagliati a cubetti ( in questo modo però non favoriamo la sua autonomia nel tagliare o preparare i bocconi) o che sollecitano la masticazione in modo graduale (anche se come già detto il bambino non ha problemi di masticazione o deglutizione).

Può consigliarmi qualcosa in merito anche rispetto alle quantità, agli orari, agli spuntini fuori pasto etc? Può essere utile a volte lasciare che si gestisca da solo e fargli sperimentare il senso di fame quando non assume cibo a sufficienza? La mamma, a questo proposito mi ha raccontato che una volta suo figlio è andato a letto senza cena, poi si è svegliato la notte e lei prontamente gli ha dato dei biscotti (quindi senza aspettare che il senso di fame fosse stato esperito per un tempo più lungo).

Ciò detto resto in attesa di un suo contributo perché come ho già scritto il rischio è quello di sconfinare in materie che esulano dalle mie competenze.

 

Gentile Signora,
ho letto con molta attenzione la sua lettera e quella della logopedista e la sensazione che me ne deriva è questa: ma il mondo di questo bambino ruota tutto intorno al cibo?

Molti bambini, anche senza avere una disfunzione fisiologica, hanno problemi ad accettare i cibi solidi, soprattutto quando la loro assunzione inizia dopo il primo anno di vita. Spesso, se i genitori si dimostrano tolleranti nei confronti dei loro "capricci alimentari" questi si attenuano spontaneamente con la crescita del bimbo. Contrariamente, se i genitori insistono per modificare le loro abitudini, il momento dell'assunzione del cibo, diventa un campo di battaglia.

Per il suo bambino più che di capricci parlerei di vera e propria paura, vive il cibo come qualcosa di pericoloso, da tenere sotto controllo.

Personalmente, ritengo che aver interrotto l'abitudine di rimanere a scuola a mangiare sia stato un errore; anche se non mangiava nei primi tempi, poi avrebbe pian piano, senza l'intervento degli adulti, assunto nuove abitudini. Spesso la compagnia dei coetanei è più rassicurante delle ansie materne.

Da quello che mi dice, il bambino si alimenta a sufficienza e non ritengo che siano utili interventi riabilitativi o forzature di altro tipo. Se il bambino impiega mezz'ora a pasto, non è un problema, anzi sarebbe peggio se ingurgitasse tutto velocemente. Anche se i genitori "fingono" di interessarsi ad altro mentre lui pranza, il bambino avverte comunque la reale preoccupazione di chi lo circonda.

Noi comunichiamo solo per una bassissima percentuale con le parole (circa il 10%) per il resto comunichiamo con l'espressione degli occhi, con i toni della voce e con il corpo ed i bambini sono più sensibili alla comunicazione paraverbale che è meno gestita dalla sfera razionale. Perciò è ovvio che i primi a sentirsi tranquilli per le modalità di nutrizione del bambino devono essere proprio i genitori. Se non vuole mangiare la carne da sola, la mangi nel ragù o come polpettine o in mille altre forme che a lui piacciono. Sembra quasi che questo bambino senta che se non ha più problemi con il cibo, nessuno si interesserà più a lui!

Se rimanendo a mangiare a scuola non mangia quasi niente non è la fine del mondo; in tante società si consuma una buona colazione, pochissimo a pranzo e poi si fa una buona cena. Personalmente non ritengo che sia un modo equilibrato di nutrirsi, ma molto peggio è creare una situazione ansiogena per modificare a tutti i costi un comportamento.

Crescendo assumerà nuove abitudini, nuove amicizie con le quali si troverà anche a condividere dei pasti. Sarebbe per lui molto utile se potesse pranzare con altre persone che non si preoccupino "veramente" delle sue modalità di nutrizione, (casa di amici, gruppi scout). Quando questo avviene, non preoccuparsi solo di chiedere: "Hai mangiato?" o di chiederlo agli amici o educatori, ma chiedere: "Ti sei divertito? Sei stato bene in compagnia dei tuoi amici?".

Nei gruppi psicoeducazionali condotti con ragazze anoressiche o bulimiche questa osservazione esce spesso: "Quando stavo fuori casa, al mio ritorno la prima cosa che mia mamma mi chiedeva era << hai mangiato?>> mentre io avrei voluto che si interessasse delle mie emozioni e non delle mie funzioni corporali!".

Faccia con lui delle passeggiate o dei giochi interattivi e quando arriva il momento del pasto lo viva con estrema serenità, se mastica a lungo lo lasci fare, si concentri sul suo pasto o sulle faccende domestiche, al massimo gli dica: "Quando avremo finito di mangiare potremmo andare a.........".

Lei saprà meglio di me cosa ama suo figlio. Spero di esserle stata utile, se necessario mi riscriva.



copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 12, Novembre 2004