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Difficoltà a rapportarsi con i compagni di scuola

Sono la mamma di una bambina di nove anni.
La bambina non ha mai manifestato disagio alla scuola materna, né in prima e seconda classe elementare. E' una bambina serena, aperta a nuove esperienze, forse un po' timida o diffidente verso il "nuovo", ma poi abbastanza decisa.
Verso la fine della terza classe elementare sono iniziati i problemi con i suoi compagni di classe. Da quello che mi raccontava non veniva accettata nel gruppo di gioco, e la prendevano in giro. Il rendimento scolastico è comunque stato buono, nonostante la bambina avesse manifestato una certa stanchezza.

Ora dall'inizio della scuola, ho l'impressione che la situazione non sia cambiata. Sono cambiati i bambini che non la accettano, ora anche la bambina che lei considerava sua amica la deride parlando male di lei nelle orecchie di altri (almeno questa è la sensazione che mi ha riferito mia figlia), non facendola giocare e cercando di metterla in cattiva luce anche agli occhi degli altri bambini della classe.
Per la prima volta mia figlia mi ha chiesto se può stare a casa da scuola... e che quello che le piace meno della scuola è la ricreazione.

Io ho invitato mia figlia a cercare di capire i motivi dei comportamenti negativi di questi bambini nei suoi confronti, anche magari cercando un confronto verbale con loro, ma mia figlia insiste che lei non ha colpe e che dovranno essere gli altri ad aprirsi con lei, perché non capisce il motivo del loro rancore. Inoltre, e questo mi sorprende, mi ripete che se loro non vogliono giocare con lei, lei cercherà qualcun altro con cui giocare.

La classe che frequenta mia figlia è piccola (8 maschi e 8 femmine) e i maestri negli anni scorsi avevano alimentato abbastanza competizione fra i bambini e non so se questo può aver incrinato anche i rapporti affettivi tra i bambini.

Io sono felice che mia figlia parli con me dei suoi problemi, ma ho difficoltà a capirne l'origine e ho paura di consigliarla nel modo sbagliato.
Per questo vi sarei molto grata se poteste darmi dei consigli su come aiutare mia figlia in questa fase di difficoltà nei suoi rapporti con i suoi compagni di classe.

 

Gentile signora,
quello che lei e la sua bambina state vivendo è una situazione affatto nuova. Molti sono i fanciulli e le fanciulle che durante il periodo della scuola elementare devono fare i conti con una difficoltà specifica come quella di affrontare l'impegno che richiede l'esperienza di rapporto continuativo e vincolato con i compagni. In particolare, le esperienze e le elaborazioni delle esperienze di esclusione dal gioco, di conflitto, di presa in giro, di cambiamento degli equilibri nei rapporti, di sofferenza dovuta ai messaggi di disconferma, sono alcuni degli elementi che caratterizzano il percorso che porta all'acquisizione del sapere relazionale.
I bambini sono per definizione "immaturi" perché i frutti degli uomini necessitano di periodi lunghi di crescita, di maturazione da un punto di vista fisico, affettivo, mentale, relazionale.

In genere si definisce cattivo chi non ha principi morali e nei bambini i principi morali sono anch'essi frutti della cultura umana che richiedono tempo per essere compresi, per crescere e per radicarsi. Nel frattempo i frutti-bambini devono fare i conti con l'ambiente, il vento, il sole, la pioggia, gli insetti, l'albero, il toccarsi tra loro. E fare i conti significa lasciarsi segnare dagli apprendimenti che queste esperienze di relazione veicolano.

Gentile mamma comprendo la sua preoccupazione e la sofferenza che prova nel cogliere il disagio della sua bambina, essere genitori significa provare la gioia di un legame profondo che non risparmia, però, momenti di forte incertezza sulla propria capacità di essere all'altezza di tale legame.
Ma l'incertezza che spinge alla ricerca, come sta facendo lei, è la riprova immediata di un legame capace di interrogarsi, di proporsi, di offrire una dipendenza in grado di riconoscere e indirizzare l'autonomia dell'altro, di essere di esempio. Chiedersi come posso aiutare mia figlia significa chiedersi primariamente quale dipendenza mia figlia cerca da me (vuole che mi sostituisca a lei e le risolva il problema? Cerca un alleato che ad occhi chiusi accetti la sua interpretazione di quello che sta succedendo?) e poi chiedersi quale dipendenza, capace di favorire la crescita, è opportuno che offra a mia figlia (se assecondo la sua lettura della situazione senza proporre e favorire l'incontro con altri punti di vista mi sentirà totalmente dalla sua parte ma, così facendo, le sarò di aiuto a esplorare quali sono stati i suoi comportamenti, atteggiamenti, sentimenti che hanno contribuito a determinare la situazione di difficoltà relazionale con i compagni?) e in ultimo tematizzare con la bambina che in questa situazione potrà starle vicino, ascoltarla, consigliarla, ma non potrà sostituirsi a lei nel risolverla, ne tantomeno riuscirà ad affrontare situazioni simili in futuro se davanti a questa deciderà di fuggire, di chiudersi, di non interrogarsi e lasciarsi interrogare.

Quando la bimba declina ogni responsabilità, quando rifiuta di chiedere spiegazioni agli altri, quando sostiene che volgerà la sua attenzione altrove per giocare, quando chiede di non andare più a scuola significa che ha individuato come soluzione al problema quella di fuggire e che non vuole o non riesce a verificare la sua interpretazione della realtà che sta vivendo, realtà che ha contribuito a costruire.
La strada da lei intrapresa di apertura e ascolto alle problematiche della bambina è indubbiamente il primo grande passo. Cosa fare poi?

Le consiglio a proposito di muoversi su fronti diversi:

  • Verificare la portata della situazione a scuola e monitorarne l'evoluzione. Si tratta di aprire uno spazio di confronto con le insegnanti in cui portare le difficoltà, i vissuti, le interpretazioni, le situazioni raccontatele dalla bambina e raccogliere elementi di significato che possano non solo convalidare o falsificare quanto raccontato dalla fanciulla ma anche offrire elementi che permettano una rielaborazione dei punti di vita in gioco (mamma, bambina, insegnanti, compagni di classe). Può essere molto utile chiedere alle insegnanti la loro percezione della situazione, se hanno rilevato modifiche nei rapporti sociali della bimba all'interno della classe, da quanto tempo hanno verificato cambiamenti, in quali occasioni, come si è comportata la bambina, come si sono comportati gli altri, ci sono stati episodi preoccupanti? E' cambiato il rapporto con i compagni? In che modo?, con le insegnanti? Cosa fa all'intervallo. Presenta livelli di sofferenza preoccupanti e come li manifesta? Chieda di avere degli esempi. Prenda accordi con gli insegnanti affinché osservino, per un certo periodo, le modalità di relazione della bambina con i compagni e viceversa, perché tengano sotto controllo le manifestazioni di disagio.
  • Approfondire con la bambina gli elementi che caratterizzano la situazione e che la portano a viverla in termini di sofferenza. Cosa le dicono quando la scherzano, come risponde alle provocazioni, cosa fa durante l'intervallo, gioca con bambini di altre classi, chiede aiuto alle insegnanti, come vorrebbe che si comportassero i suoi compagni nei suoi confronti.
  • Coinvolgere la bambina nella ricerca, ascolto e confronto dei diversi punti di vista sulla situazione, sui suoi e altrui comportamenti.
  • Significare alla bambina l'esperienza che sta vivendo a scuola in termini di possibilità che la vita le offre di imparare ad affrontare le difficoltà di relazione proprie e degli altri con e senza l'aiuto della mamma. In questa fase non si tratta di individuare le responsabilità (è colpa dei bambini è colpa della bambina) ma di aiutarla a comprendere quali opportunità le si presentano: stimolandole la riflessione sulle aspettative che nutre nei confronti della mamma, sull'opportunità di sperimentare la sua capacità di ascoltare e realizzare i consigli che le vengono dati per affrontare la situazione in classe, individuare strategie pertinenti di soluzione del problema, riflettere sulla propria capacità di accettare i "nuovi" e "diversi" punti di vista.
  • Aiutarla nel recuperare occasioni di socialità anche al di fuori del contesto scolastico con i compagni di scuola. Favorisca incontri a casa tra la sua bimba e le amiche, per fare compiti, per giocare, per fare gite, per chiacchierare sull'accaduto in presenza di qualcuno che medi.


Gentile signora, lo stato di disagio della piccola non è cosa risolvibile in tempi brevissimi. Gli interventi che le ho suggerito non elimineranno velocemente il problema perché da un punto di vista educativo non si tratta di eliminare il problema velocemente ma di elaborarlo, comprenderlo, affrontarlo, superarlo. E tutto ciò richiede tempo. Educare significa innanzitutto trasformare ciò che succede a sé e all'altro in possibilità di apprendimento e trasformare la sofferenza in possibilità significa andare a comprenderne i significati, i meccanismi che la muovono, le azioni che provoca, gli scenari che svela.

In questo momento come mamma è chiamata a fare l'ennesima fatica, a provare l'ennesimo sentimento di sofferenza, quella sofferenza che ha provato tutte le volte che ha dovuto offrire spazi di autonomia alla sua bambina, che ha dovuto riconoscere alla fanciulla il bisogno di muoversi al di fuori del vostro legame e sperimentarsi da sola in quel "fuori".
Magari le sarà capitato di sentirsi stringere il cuore durante i primi inserimenti alla scuola materna, doverla lasciare sapendo che avrebbe dovuto imparare a gestire senza la mamma il suo desiderio di mamma, le sue prime relazioni difficili con i compagni.
Anche qui sentirà stringersi il cuore davanti alle difficoltà della fanciulla ad affrontare questa situazione. Per quanto potrà cercare di risparmiarle fatica e sofferenza, inevitabilmente, dovrà gestirsi in autonomia una parte della stessa.

 


copyright © Educare.it - Anno I, Numero 12, novembre 2001