- Categoria: Difficoltà a scuola
Apprendimento IN situazione: prima elementare
Sono la mamma di un bimbo che compirà sei anni alla fine di ottobre e che frequenta la classe 1a elementare. Ultimamente, a seguito di una maestra (suora) scarsamente dotata di contatto umano con i piccoli, inizia a dimostrare insofferenza nell'andare a scuola e ad usare frasi come "Tanto non capisco mai nulla", "Non riuscirò mai".
Faccio presente che è sempre stato un bimbo sereno, intelligente e molto vivace e che non ha mai avuto gravi problemi di inserimento nemmeno al nido.
Lo svolgimento dei compiti a casa sotto mia assistenza è sempre molto accurato e preciso.
Sono presa dallo sconforto e mi dispiace anche perché l'atteggiamento di questa maestra verso mio figlio si sta riflettendo sui compagni di classe che lo snobbano e lo escludono dai giochi.
Suo fratello, che frequenta la classe terza, mi riferisce che spesso viene sgridato ingiustamente, in quanto i dispetti dei compagni vengono sempre a lui attribuiti... Per non parlare di caramelle distribuite dalla maestra a "chi è più bravo" ecc.
Ho tentato un approccio di dialogo con l'insegnante che con me dimostra un atteggiamento remissivo, per poi rivalersi sul bimbo. Non so davvero come muovermi... Esiste una soluzione tecnica?
Mi chiedo se così come i bimbi di cinque anni possono frequentare le elementari prima del tempo, i bimbi nati ad ottobre, più penalizzati rispetto ai nati per es. in aprile, possono posticipare l'ingresso all'anno venturo? O devo forse considerare il trasferimento del bimbo verso altra struttura?
Ringrazio per la cortese attenzione.
Gentile Signora,
l'inserimento in prima elementare è un processo complesso e delicato, al quale concorrono direttamente e indirettamente diverse persone:
- il bambino
- i compagni di classe
- il fratello
- i genitori del bambino
- i genitori dei compagni di classe
- tutti gli insegnanti della classe (...ipotizzo che ci siano almeno tre le insegnanti che lavorano nella classe di Suo figlio):
- l'insegnante A
- l'insegnante B
- l'insegnante C
Tutte queste persone hanno delle aspettative rispetto all'inserimento in scuola elementare, aspettative che possono differenziarsi tra di loro anche in modo significativo.
Ciascuna persona, dal bambino all'insegnante, dal genitore al fratello, dai compagni di classe fino ai genitori dei compagni di classe, ha un'aspettativa e una concezione individuale del mondo della scuola e di tutto ciò ad esso correlato.
Ogni bambino e genitore ha delle aspettative (paure, speranze ecc.) rispetto alla scuola e addirittura gli stessi insegnanti, nonostante le finalità comuni, attuano proprie strategie educative per giungere a determinati obiettivi.
Alcuni esempi:
- Per l'insegnante A uno degli obiettivi dei primi mesi potrebbe consistere nel far conoscere e comprendere le regole della classe a ciascun bambino. Queste regole potrebbero comprendere l'ordine personale e l'acquisizione di competenze di autocontrollo (ad esempio "alzarsi dal posto solo nelle situazioni predisposte", "parlare solo dopo aver alzato la mano", "non interrompere gli altri" ecc.). In sintesi: quest'insegnante potrebbe pretendere il rispetto assoluto di alcune regole, ritenute necessarie alla convivenza democratica in classe.
- Per l'insegnante B uno degli obiettivi prioritari potrebbe essere simile, cioè sempre volto al far acquisire le competenze individuali e sociali ai bambini, ma applicare un iter metodologico del tutto differente da quello attuato dall'insegnante A;
- per l'insegnante C uno degli obiettivi prioritari potrebbe essere invece far apprendere lo scrivere, il leggere, il sommare ecc.
Certo, si tratta di semplificazioni molto radicali, visto che non esistono figure docenti specifiche previste dal Ministero, predisposte a curare (per non dire "insegnare") esclusivamente l'aspetto relazionale ed emotivo, le dinamiche in classe, il management del sé e del sé nel gruppo (competenza individuale e sociale), anche se sempre più spesso si sentono voci, anche tra i pedagogisti, che auspicherebbero una tale figura, visto che la prevenzione del disagio e il potenziamento del "ben-essere" ha a che fare con competenza emotiva e psicologica del singolo e del singolo all'interno del gruppo (management conflitti a livello intra-ed interpersonale).
L'insegnante, di norma, deve occuparsi di una molteplicità di interventi diversi, che spaziano dall'educazione delle competenze sociali ed individuali a quelle tradizionalmente dette di "istruzione" (scrivere, leggere, far di conto...).
Sta di fatto che l'insegnante A non è mai identica all'insegnante B e C, così come nessun bambino è identico all'altro!
L'insegnante A potrebbe essere motivante (per non dire "simpatica") per il bambino x e non per il bambino y. Certo, l'insegnamento individualizzato è all'ordine del giorno, ma spesso le condizioni non modificabili (in gran parte prestabilite dalla normativa ministeriale) come lo spazio delle aule, il tempo scandito in ore di insegnamento-apprendimento e non per ultimo il numero degli alunni, sono variabili, dettate dagli spazi preesistenti e non ultimo dal capitale che si vuole investire nella scuola e nella forza lavoro impegnata in essa (dal punto di vista quantitativo e qualitativo).
Nonostante l'insegnamento-apprendimento individualizzato attuato in tutte le scuole, queste ultime, tuttavia, non sono strutturate per i rapporti duali tra l'insegnante e l'alunno. Questo non succede per scelta delle insegnanti, ma a causa di orari e spazi insufficienti, e, soprattutto, a causa della ormai radicata strutturazione in tutta l'Europa di una scuola, dove la proporzione tra il numero di insegnanti e il numero di alunni non permette di curare i rapporti duali (tra alunno e insegnante). Sta di fatto che solitamente un'insegnante si trova nella condizione di curare i rapporti CONTEMPORANEAMENTE con 20 o più alunni. L'insegnante dispone di soli due occhi per vedere, due orecchie per sentire, due mani per scrivere (...accarezzare, chiudere le scarpe o le giacche a chi ancora non sa chiudersele). E in classe: 40 occhi, 40 orecchie, 40 mani, 20 tipi di attenzioni diverse..., 20 vissuti diversi che diventano già 200 vissuti diversi se li moltiplichiamo per sole dieci situazioni diverse che appunto suscitano vissuti diversi. E dieci situazioni diverse sono all'ordine del giorno in ciascuna mattinata scolastica e per ciascun bambino!
Beninteso, consulenze di questo tipo non si pongono mai e nel modo più assoluto IN DIFESA di una persona o tanto meno di una "categoria" (insegnanti), né in difesa dei genitori o dei figli cosa che del resto sarebbe impensabile dal punto di visto psicopedagogico. Si cerca semplicemente di puntare dei piccoli raggi di luce su punti esistenti ma non sempre immediatamente visibili o visti.
Nessuno riesce sempre a vedere tutto: né insegnanti né genitori. Ma la questione a mio avviso più importante è COME si pone il genitore di fronte all'insegnante. No, non intendo tanto il rapporto duale con l'insegnante in sede di udienza, ma intendo soprattutto il modo di porsi nei confronti del bambino in relazione all'insegnante, in questo caso l'insegnante che descrive "scarsamente dotata di contatto umano". Quando Suo figlio piccolo o grande parla della maestra o dei compagni, Lei-madre come reagisce? Quale messaggio (anche quello non verbale degli sguardi) in relazione alla maestra o ai compagni fa percepibile ai Suoi due figli? Qual è il Suo obiettivo educativo in questi momenti?
Quello di avvicinare il bambino a diversi possibili punti di vista (e la relativa comprensione di fatti)?
O il messaggio è piuttosto quello della "difesa" ("ti difenderò di fronte alla maestra e di fronte ai compagni")?
O ancora: il messaggio è piuttosto quello di un'emozione che fa percepire al bambino ("che rabbia mi fa questa maestra, non ci sa proprio fare, ...è proprio ingiusta con te!")
Delle simili domande per capire meglio la dinamica delle possibili ALLEANZE O STRATEGIE SISTEMICHE FAMILIARI (quasi mai percepiti a livello consapevole) sarebbero da porsi rispetto a tutti i membri della famiglia. Ad esempio anche rispetto al figlio=fratello grande che, come scrive, "riferisce che spesso (il fratello piccolo) viene sgridato ingiustamente in quanto i dispetti dei compagni vengono sempre a lui attribuiti":
Il figlio grande tenta di "difendere" il fratello piccolo? Con quali risultati vantaggiosi per lui?
Tenta di "difendere" la madre? Con quali risultati per lui vantaggiosi?
Nelle dinamiche familiari (o tra i genitori di una classe, o ancora, tra gruppi diversi all'interno dei genitori della stessa classe) si notano a volte delle vere e proprie ALLEANZE e COMPLICITÀ, create e portate avanti per i più svariati motivi. E' sempre utile chiedersi chi trae benefici individuali, e quali, da dette complicità: i benefici possono essere di varia natura (dal sostegno dell'autostima alla protezione del gruppo ecc.). Nel caso della vostra famiglia sarebbe da chiedersi, se si dedica più attenzione alla struttura delle cosiddette "alleanze", oppure, al contrario, se si cerca di ELABORARE E COMPRENDERE LE SINGOLE SITUAZIONI INDIPENDENTEMENTE DALLE PERSONE COINVOLTE e dal loro ruolo all'interno o all'esterno delle diverse "alleanze" in famiglia o tra genitori.
Non posso (non avrei elementi sufficienti per farlo) e non voglio esprimermi né sulla presunta "maestra che non ci sa fare..." ("maestra scarsamente dotata di contatto umano") né sui " dispetti dei compagni", né su Suo figlio (che descrive, tra altro, come "molto vivace"), ma ho voluto spostare i riflettori su altro. Dell'importanza che ha per i figli il comportamento verbale e non verbale (sguardi...) dei propri genitori, ho già parlato. Anche dell'importanza delle alleanze, alleanze che però possono essere controproducenti ad un dialogo creativo e L'APPRENDIMENTO DELLA SITUAZIONE, indipendentemente dalle persone coinvolte. L'apprendimento della situazione intende l'apprendimento IN situazione e DALLA situazione, ovvero la competenza individuale e sociale, il management dei conflitti, la competenza di team, la capacità di elaborazione di vissuti intrapersonali.
Non credo che il trasferimento ad altra scuola (ipotesi che prende in considerazione) sia necessariamente auspicabile. Anche in un'altra scuola potrebbero capitare "la maestra che non ci sa fare..." e "i compagni dispettosi". Del resto, la scuola è appena incominciata da poche settimane e il processo di inserimento in prima elementare non è ancora concluso.
Mi chiede se esiste una "soluzione tecnica". Se vogliamo definirla "tecnica", una soluzione potrebbe essere quella di chiedere un'udienza contemporanea in team, coinvolgendo il padre (mi auguro ci sia) e soprattutto TUTTE le/gli insegnanti di Suo figlio in un dialogo aperto e rispettoso, dove esporre le sue perplessità che ha descritto anche a me. Potrebbe essere un'occasione d'oro, sia per Lei sia per le insegnanti, di capire meglio il bambino e il suo malessere in mezzo ai compagni, la sua scarsa fiducia in sé ("tanto non capisco mai nulla", "non riuscirò mai") e di progettare delle strategie educative più individualizzate, da attuare sia a casa che a scuola.
Un confronto costruttivo (non accusatorio!) tra educatori (Lei e Suo marito e tutte le insegnanti di Suo figlio) potrebbe fornirLe ulteriori elementi per capire la situazione di Suo figlio. Spesso i bambini a casa si comportano del tutto diversamente che a scuola. Non so se è così nel caso di Suo figlio, ma Le posso assicurare che questo succede molto, ma molto spesso.
Nel gruppo allargato si potrebbero discutere nuovamente anche le perplessità che ha la maestra nei confronti di Suo figlio, invitando tutti gli insegnanti di osservare il bambino in relazione anche ai suoi compagni che lo "snobbano e lo escludono dai giochi" come mi scrive.
Solamente dopo aver approfondito ulteriormente il dialogo con TUTTE le persone coinvolte da vicino nell'inserimento scolastico di Suo figlio, e solamente dopo un'ulteriore verifica dei risultati fino ad allora raggiunti, potrà prendere in considerazione il fatto di cambiare istituto. NON DEVE ESSERE UNA FUGA, ma una scelta ragionata e suffragata, dopo aver sentito anche il parere degli altri insegnanti.
Se è vero che tra gli insegnanti ci possano essere, purtroppo, anche alcuni con insufficienti competenze pedagogiche, è però anche vero, che quest'eventualità non si esclude mai del tutto anche con il trasferimento in un altro istituto scolastico. Un punto centrale in tutto il discorso mi sembra essere il rapporto difficoltoso con i compagni di classe. Qui, a mio avviso, sta uno dei principali problemi di malessere per Suo figlio. Non credo che tutti i problemi interpersonali con i compagni siano esclusivamente riconducibili agli interventi della maestra suora. Mi spiego: non dubito del fatto che un'insegnante con un determinato comportamento non adeguato possa scatenare ulteriormente delle dinamiche spiacevoli in classe. Ma solitamente alla base c'è già un terreno per così dire "fertile". Questo "terreno fertile" non può che non trovarsi nei singoli caratteri, quello di Suo figlio e quello di ciascun altro bambino compagno di classe. All'età di 6 anni i bambini, all'ingresso in scuola, devono imparare un sacco di nuove regole e un sacco di nuove relazioni con i coetanei, e questo non sempre rappresenta un processo solamente sereno e indolore. Cerchi di dedicare ogni sera un po' di tempo al dialogo con Suo figlio, ascoltandolo con affetto, non difendendolo né accusandolo per i fatti che racconterà, ma accompagnandolo amorevolmente nell'elaborazione "serale" delle vicende emotivo-relazionali della giornata (a scuola, con i compagni...), incoraggiandolo ad apprendere dalle varie situazioni e ipotizzando, insieme a lui, strategie alternative di reazioni possibili. Il cosiddetto "APPRENDIMENTO IN (dalla, della) SITUAZIONE", al quale ho già accennato sopra, include soprattutto l'apprendimento emotivo e relazionale, tanto necessario quanto indispensabile nella vita futura.
Per quanto riguarda la Sua domanda rispetto all'ingresso scolastico eventualmente posticipato per i bambini che non hanno ancora 6 anni al momento d'ingresso in prima elementare, chieda in segreteria le norme relative attualmente in vigore.
copyright © Educare.it - Anno III, Numero 11, ottobre 2003

