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Problemi di attenzione a 6 anni

Sono la mamma di un bambino di nome Giovanni, di 6 anni e mezzo che ha frequentato il primo anno della scuola primaria.
Giovanni è un bambino tranquillo, riflessivo, che ama molto i libri, le costruzioni e ha molta fantasia. Ha frequentato la scuola materna e le sue insegnanti mi hanno sempre riferito essere un bambino tranquillo, senza difficoltà di socializzazione anche se, nei momenti di maggior confusione
preferiva starsene tranquillo a giocare da solo o sfogliare qualche libricino.

L'ultimo anno della scuola materna con una supplente spesso rifiutava il "lavoro" dicendo che era stanco e gli è stato permesso di giocare invece di fare il lavoro assegnato.
L'unica nota che lo ha sempre caratterizzato è stata la facile propensione a piangere quando non riusciva a difendersi o se voleva ottenere qualcosa.
Anche con i figli dei nostri amici, che frequentiamo nel tempo libero, piangeva spesso quando veniva escluso dal gioco e tendeva a sentirsi un po' il brutto anatroccolo della situazione.
In questi ultimi mesi non manifesta più piangendo la sua frustrazione e sta frequentando con entusiasmo una colonia estiva.

Mio marito ed io abbiamo sempre vissuto con fatica i suoi pianti e i suoi capricci sollecitandolo a trovare modalità diverse e meno "infantili" di rapportarsi con le situazioni difficili.
Con la scuola primaria però abbiamo vissuto un anno particolarmente difficile: Giovanni ha evidenziato il bisogno di essere seguito nel lavoro scolastico a motivo di una difficoltà di attenzione. Sembrava stare con la testa fra le nuvole e al primo colloquio gli insegnanti, sapendo che insegno alla scuola primaria ci hanno detto che pensavano che io avessi insegnato a
mio figlio a leggere e scrivere per cui i suoi problemi erano dovuti a disturbo dell'apprendimento. Ci hanno consigliato una consulenza ma, il logopedista e pedagogista che lo ha visto ci ha detto che non presentava alcun problema: Giovanni è solo un bambino un po' egocentrico, che ha bisogno
di avere una figura affettiva vicino e non particolarmente attratto dalla scuola per ora.
Portato il "referto" dell'esperto a scuola, gli insegnanti nei colloqui successivi hanno escluso categoricamente i Disturbi Specifici di Apprendimento: hanno detto che il bambino legge, scrive, opera con i numeri senza problemi ( passa molto del suo tempo libero a leggere ora) ma ha problemi di attenzione, per cui se era possibile bisognava sentire qualcuno per questo.

Io ho avuto un colloquio con una psicologa che mi ha sollecitato a renderlo autonomo accompagnandolo con affetto.
Sì, perché Giovanni, visto l'ansia che ci era stata messa addosso per tutto l'anno, è stato spesso punito, sgridato, anche sculacciato perché portava spesso il lavoro non terminato a casa.
Nell'ultimo incontro gli insegnanti hanno detto di lasciarlo tranquillo, in modo che venisse a scuola volentieri, perché era quello il suo problema: vivere la scuola più serenamente, visto che, nonostante la fatica mostrata ad impegnarsi, ha comunque raggiunto gli obiettivi.
A marzo è anche morto mio padre e Giovanni ha mostrato il suo disagio sia con ripetute domande sulla morte che con scatti di rabbia.

Alla consegna della pagella, senza una parola di spiegazione, gli sono stati abbassati i voti di uno degli insegnanti: da buono a sufficiente (in arte, storia, geografia).
Noi abbiamo cercato di capire se questo è stato fatto perché in quelle materie è carente o perché non si è impegnato (così sembrerebbe dal giudizio).
Ora io mi chiedo, in che modo possiamo aiutarlo ad essere più responsabile a scuola; come possiamo motivarlo affinchè si interessi alle discipline?
Un altra caratteristica di Giovanni è che lui rifugge dal mettersi in mostra, perchè ha paura di essere deriso e in un recente torneo di calcio, cui ha voluto partecipare, stava immobile durante il gioco, diceva che si vergognava che non gli passavano la pala poi, quando la partita era finita, giocava, correva e rideva contento.
Spesso preferisce non giocare affatto pur di non rischiare di perdere.

E' sicuramente un bambino con il carattere difficile e questo anno passato mi ha spesso detto che non gli piace essere sempre rimproverato.
Sicuramente non ha vissuto la scuola come un piacere ma come un peso e tuttora mi dice che c'erano troppe parole da scrivere e da ricopiare.
Potrebbe essere pigrizia, poca motivazione o paura di sbagliare per cui preferisce non fare per niente? (Questa possibilità mi era stata ventilata dalla psicologa).
Vorremmo trovare il modo di aiutarlo...



Gentile sig.ra Luisa
con la mia risposta corro il rischio di aggiungere un ulteriore parere a quelli che finora ha ottenuto; in parte le confermerò quello che ha già sentito, o ciò che lei pensa in base alla sua esperienza di madre e di insegnante. Vorrei comunque tentare di offrirle una lettura della situazione da una prospettiva educativa.

Come si sarà resa conto, Giovanni non ha una difficoltà precisa e, proprio per questo, i suoi comportamenti vengono (piuttosto liberamente) interpretati a secondo dello sguardo e della formazione di chi lo osserva.
Nella sua richiesta di aiuto lei definisce le difficoltà del suo bambino a scuola come “problemi di attenzione”: è questo il suo punto di vista, la prospettiva da cui sta valutando Giovanni. Ma non è proprio detto che si tratti di quella tipologia di problemi, così come non erano disturbi dell’apprendimento le difficoltà segnalate dalle insegnanti al primo colloquio.
Le difficoltà di attenzione, nella definizione clinica, hanno ben altre sintomatologie di quelle che ci descrive e generalmente si accompagnano al disturbo dell’iperattività. Tuttavia a scuola si incontrano bambini che, senza avere un vero e proprio disturbo, dimostrano una limitata capacità di attenzione; più precisamente, si tratta di quegli alunni che sono in difficoltà quando si deve mantenere attenzione e concentrazione per un tempo prolungato e si lasciano facilmente distrarre da qualche rumore, da sguardi o parole dei compagni, persino dai loro stessi pensieri.
Più spesso, però, ciò che viene classificato come “difficoltà di attenzione” ha un’origine motivazionale: semplicemente i piccoli alunni non sono sufficientemente stimolati dal compito, dal contesto relazionale o dalle gratificazioni che si dovrebbero ricavare dall’impegno e dall’attenzione a scuola.
Dagli elementi che ci offre nella sua mail ho ricavato l’impressione (uso questo termine per denotare tutta l’imprecisione delle mie affermazioni) che Giovanni non abbia ancora trovato un punto di equilibrio tra le richieste che gli arrivano, non solo sul piano scolastico, e ciò che egli si sente in grado di dare. Mi porta a questa ipotesi il suo non sentirsi all’altezza delle situazioni, il non volere mettersi in mostra, la sua paura di perdere e, soprattutto, il fatto che verbalizzi che “non gli piace essere rimproverato”.
E’ semplice, quasi banale, ricordare che per uno studente così piccolo la motivazione verso le fatiche dell’apprendimento e della socializzazione non può essere sostenuta con rimproveri o castighi; anzi … si rischia proprio l’effetto contrario! Leggerei in questa chiave i consigli che vi sono stati offerti sulla serenità che Giovanni deve recuperare nei confronti della scuola.
Da quanto ho potuto leggere nella sua lettera, mi sento di consigliarvi di lasciar perdere l’idea dei “problemi di attenzione”, che rischia di diventare un modo di cristallizzare la situazione senza risolvere alcunché. La serenità del suo bambino sarà frutto di richieste chiare ed alla sua portata, quindi graduali, che lui affronterà un po’ per volta, vincendo resistenze e paure di cui egli stesso non è in gran parte consapevole. In prima elementare c’è bisogno di essere accompagnati e sostenuti: l’invito a renderlo autonomo, a mio parere, va inteso come orientamento generale e non come indicazione pratica, così come sarebbe improprio insistere sul senso di responsabilità a 6 anni!
Il compito di mamma e papà, in sinergia con le maestre, è quello di apprezzare e gratificare ogni sforzo, con la pazienza e la fiducia che deriva dal guardare Giovanni come un bambino pieno di qualità (tranquillo, riflessivo, amante della lettura … e chissà quante altre!) che presto si manifesteranno anche a scuola.

 


copyright © Educare.it - Anno XI, N. 6, Maggio 2011