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Docente in difficoltà

Sono un'insegnante di scuola media. Ho dei problemi con un ragazzino bocciato entrato in seconda. All’inizio dell’anno ero già preoccupata del suo inserimento perché si era già mostrato oppositivo verso alcuni docenti.

Da subito ho cercato di coinvolgerlo ed obbligarlo a lavorare in classe in modo che non si annoiasse e non cominciasse a disturbare. Lui ha cominciato a mostrare i primi sintomi di insofferenza.
L’escalation è continuata: ora mi sfida in continuazione, mi provoca, si alza e va dai compagni, non lavora in classe ed anzi si sente forte di poter “non fare nulla”. In situazioni più libere ha cominciato a prendermi in giro, sostenuto da qualche altro compagno. Se in assenza dei compagni gli chiedo spiegazioni lui non parla e abbassa la testa. Al rientro in classe poi riprende il suo atteggiamento nei miei confronti. Ho provato a ignorare le sue provocazioni o richieste di attenzione (rivolte anche ai compagni) ma lui continua. Ho provato a rispondere con decisione ma calma, si ferma per 2 minuti e poi ricomincia. Ho provato con urla e con la forza ma lui in alcuni casi si oppone in modo assoluto e anche l’ordine di uscire dalla classe non lo schioda dalla sedia.
La situazione familiare è pesante: ultimo di 4 figli, forse non voluto, soggetto a varie prese in giro da piccolo, genitori con intenzione di separarsi.
Alla mamma (stanca e depressa) è stato chiesto di portarlo da uno psicologo, ma la cosa ancora non è successa.
La situazione ha notevolmente incrinato il mio rapporto anche con gli altri alunni (i cui genitori si lamentano). Alcuni ora lo spalleggiano, si divertono a farmi arrabbiare, alzandosi senza motivo, scambiandosi battute a voce alta durante la lezione. Io mi sento senza armi: le note, le sospensioni non hanno più effetto, come parlare con i genitori.
Questi comportamenti non ci sono con gli insegnanti più forti ed autoritari con i quali un rimprovero basta per zittirlo.
Ora cerco di stare il più possibile calma e rilassata in classe ma ogni volta devo scegliere se fare lezione o passare il tempo a riprendere l’alunno.
Desiderosa di risolvere il problema mi sono chiesta più volte dove e cosa ho sbagliato. Molto probabilmente non sono stata abbastanza ferma ed ho oscillato tra permissivismo e autoritarismo.
Mi chiedo, se all’inizio dell’anno non avessi insistito sul lavoro in classe sarebbe andata meglio?
Ora l’anno scolastico è quasi terminato: io sono sfinita, non voglio arrendermi ma non so più cosa fare.
Spero possiate darmi un consiglio a riguardo.

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Gentile professoressa
dopo aver letto con attenzione la sua e-mail, credo che quello che posso propormi di fare in questa risposta è di aiutarla a fare un’analisi distaccata della situazione che si è creata, in modo che possa diventare per lei occasione di crescita personale e professionale.
Dalla descrizione di questo alunno che la angustia, posso capire che si tratta di un ragazzino fragile nella sua autostima (preso in giro da piccolo, forse non voluto), cui ha certamente contribuito anche la passata bocciatura, e probabilmente in difficoltà emotiva per la situazione di crisi tra la sua mamma ed il suo papà.
Sulla base di queste scarne informazioni, potrei supporre che ciò che cerca questo ragazzino nella relazione con l’adulto, più o meno consapevolmente, è una possibilità: la possibilità di essere rassicurato, incoraggiato e confermato, di sentirsi “a posto” ed all’altezza dei suoi compagni. Se così fosse, la relazione educativa nei suoi confronti si dovrebbe connotare fondamentalmente di affettività ed accoglienza, all’inizio persino senza condizioni. Non si lasci confondere dal fatto che questo alunno si lascia zittire dai suoi colleghi più forti ed autoritari; è una risposta ad una “relazione di potere” entro la quale lui sa oggi di non poter competere, ma non può essere per lui educativa, anzi: probabilmente gli stanno insegnando implicitamente una modalità di sopraffazione che non tarderà egli stesso a mettere in atto, forse come sta già facendo nei suoi confronti quando resiste alle sue urla ed alle prove di forza.
Proviamo ora ad analizzare il suo atteggiamento; si dichiara preoccupata già prima di incontrarlo e prova a coinvolgerlo ed obbligarlo nel lavoro in classe, in modo che non si annoi e non disturbi: come vede, si tratta di una serie di fantasie negative che di certo non l’hanno aiutata ad incontrare veramente “la persona” che è stata inserita nella sua classe. Oggi, dopo che i suoi approcci sono falliti, si sente “senza armi”, quasi a rappresentarsi la relazione con questo alunno come una lotta o, peggio, una guerra.
Forse riesce ad intravedere con me il punto della questione: è stato sbagliato l’approccio. Questo ragazzino non aveva bisogno delle sue “armi”, ma del suo cuore di donna e di insegnante, di fantasie positive e di riscatto umano e scolastico. Potrei spingermi persino a supporre che il conflitto che oggi c’è nel vostro rapporto sia proporzionale alla delusione intima e profonda che egli ha provato nei suoi confronti: in lei, forse, sperava di trovare accoglienza, sostegno e persino benevolenza, qualità che non ha neppure provato a cercare nei suoi colleghi forti ed autoritari. Qualità e sensibilità che lui ha intravisto perché lei probabilmente possiede, se non altro per il fatto che si è saputa mettere in discussione e ha deciso di chiedere aiuto.
Non so dirle se sia possibile a questo punto “risolvere il problema”, cioè recuperare la relazione con questo alunno. Se volesse provarci, le suggerisco un approccio individuale e ripetuto, meglio se in momenti che siano “prevedibili” (es. i prossimi mercoledì, alle 11). In quei momenti si presenti “disarmata”, smetta di opporsi ai bisogni del suo alunno, non usi il potere e gli dichiari piuttosto il suo desiderio di comprenderlo e di aiutarlo. Se le riesce, provi anche a chiedere a lui consiglio su ciò che può fare per il suo bene e la sua promozione (non solo scolastica!). E’ un bel capovolgimento di ruoli, me ne rendo conto: ma davvero i nostri ragazzi sono in grado di insegnarci molto, se ci mettiamo in una posizione di sincero ascolto ed umiltà.

 


copyright © Educare.it - Anno XI, N. 10, Settembre 2011

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