Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 4 - Aprile 2024auguri natale

Disfasia

Sono il papà di una bambina di 3 anni e mezzo che non parla ancora.
Noi eravamo preoccupati per questa problematica già dall'età di 2 anni, così l'abbiamo portata sia da un neurologo che da vari neuropsichiatri che non ci anno dato nessuna diagnosi precisa sulla causa di questo mutismo.
Inizialmente avevano diagnosticato iperattività e deficit d'attenzione o mutismo elettivo. Abbiamo anche effettuato anche una risonanza magnetica al cervello e non si è evidenziato alcuna anomalia, elettroencefalogramma normale, esami genetici e del fondo della retina e sembra tutto nella norma.
La bambina emette qualche parola ma non arriviamo sicuramente a non più di 10 al massimo 15. Da circa sei mesi abbiano notato che esegue compiti semplici (butta la carta nel cestino, vatti a prendere un gelato, accendi la televisione, ecc).

Attualmente sta seguendo delle sedute settimanali di psicomotricità.
Leggendo un articolo su un giornale abbiamo riconosciuto il comportamento di nostra figlia in una problematica chiamata disfasia.
La mia domanda è come possiamo aiutarla e se ci può consigliare un centro dove possiamo farle fare delle attività specifiche per portarla più vicino possibile ad una vita normale.
Un saluto cordiale.

 

Gentile Signore,
i dati che riporta nella sua domanda sono troppo pochi anche per semplici considerazioni sul ritardo di linguaggio della sua bambina.
Credo opportuno che Lei continui a cercare uno specialista che possa formulare una diagnosi che orienti gli interventi necessari.
Talvolta è una diagnosi che si struttura via via nel tempo, con osservazioni e valutazioni ripetute, non limitandosi solamente alle indagini strumentali che escludono la natura organica del disturbo.

Per una precisazione del Ritardo Specifico del Linguaggio, chiamato disfasia, può leggere una mia precedente risposta ad una mamma.

"Come possiamo aiutarla" chiede. Sicuramente è ottima cosa la psicomotricità, se, però, è una terapia psicomotoria più che un’attività psicomotoria.

Ma non basta. La prescrizione degli interventi opportuni deve essere fatta di conseguenza ad una corretta diagnosi.
È chiaro, però, che se la diagnosi si orienta verso un disturbo specifico, è indispensabile che l’intervento di una logopedista inizi subito! (Considerando l’enorme plasticità che caratterizza il periodo dell'età evolutiva). La teoria dell’ "aspettare e vedere" non è certo producente in questi casi.

Per orientarla nella richiesta della diagnosi, riporto alcuni elementi che Letizia Sabbadini e Maria Cristina Caselli hanno ben chiarito in un loro lavoro.
Le ricercatrici ritengono che per una diagnosi differenziale dei disturbi del linguaggio si debbano adottare alcuni criteri:

 

  • valutare quanto il linguaggio della bambina si distanzi dal normale e valutare sia comprensibile.

  • determinare se il ritardo del linguaggio è primario e non conseguenza di un generale ritardo di sviluppo (livello cognitivo);

  • verificare se il disturbo è primariamente recettivo o espressivo o di entrambi i tipi;

  • osservare se prevalgono problemi strumentali o di attenzione e di memoria o, ancora, problemi emotivi;

  • determinare quali sono le aree più compromesse, in che misura e sotto quali aspetti in base al contenuto (vocabolario - semantica), alla forma (sintassi - morfologia - fonologia), al contesto (pragmatica), all'uso (varietà di funzioni presenti nell'interazione); ovvero osservare cosa fa il bambino quando usa il linguaggio e come lo usa, cioè come riesce a far passare un messaggio, quali contenuti riesce ad esprimere, quali regole della lingua possiede o non possiede;

  • valutare se e quanto il problema del linguaggio implichi anche problemi di comunicazione; cercando sempre di comprendere il suo messaggio, interpretando l'errore e identificando le strategie messe in atto; è opportuno inoltre tenere presente che spesso il bambino non è in grado di riconoscere la differenza tra la sua produzione e la forma corretta.

  • tenere conto delle capacità e competenze del bambino ma anche delle strategie che egli usa per compensare nella comunicazione verbale (ad es. sostituzione di parole difficili da un punto di vista articolatorio o percettivo - articolatorio);

  • tenere conto nell'anamnesi di alcune caratteristiche che possono riscontrarsi, quali:

 

  1. lallazione scarsa, e/o non canonica
  2. familiarità
  3. otiti ricorrenti.

 

 

Questi aspetti possono essere considerati utili indici predittivi ai fini di una diagnosi e di un intervento precoce.

 

L. Sabbadini e M.C. Caselli precisano, inoltre, che la valutazione (qualitativa e quantitativa), deve essere di tipo dinamico, ripetuta longitudinalmente nel tempo, a verifica dei risultati ottenuti; deve inoltre fornire bersagli corretti e graduati nelle difficoltà da proporre nella terapia. La valutazione e la diagnosi si fanno nel corso della terapia, per verificare costantemente se la terapia è mirata rispetto a precisi quesiti che il bambino ci presenta. Anche la prognosi è legata al tipo di cambiamento prodotto dall'intervento educativo.

 

La terapia specialistica, (ripeto: terapia basata su una diagnosi che va via via riconfermata nel percorso di terapia) previene dal rischio di ritrovare, in epoca successiva, un bambino con un problema di apprendimento, fonte spesso di grande frustrazione per lui e che può provocare un vero e proprio blocco ad apprendere.

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Studiosi che si occupano da tempo di questi disturbi:
Prof. Gabriel Levi e collaboratori (Dipartimento di Scienze Neurologiche e Psichiatriche dell'età Evolutiva, Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Letizia Sabbadini (Istituto di Psicologia - CNR - Roma)
Maria Cristina Caselli (Istituto di Psicologia - CNR - Roma)
Giacomo Stella (Università di Urbino - Bologna)
Anna Maria Chilosi (IRCCS Stella Maris, Università di Pisa)
Paola Cipriani (IRCCS Stella Maris, Università di Pisa)

Dove andare? Le consiglio di riferirsi a qualcuno di questi clinici per ricevere un'indicazione precisa, rispetto alla sua zona di residenza.

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 3, febbraio 2003