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Il "lavoro" del bambino

Gentile staff,
nostro figlio, Davide, di 5 anni frequenta da 3 anni una scuola per l'infanzia privata (un istituto di Suore).
All'inizio di ogni anno scolastico il bambino è allegro e contento di tornare a scuola, ma dopo un mese di frequenza ricomincia a piangere e a dire di avere mal di pancia già come si sveglia.
Premetto che Davide è un bambino vivace, che socializza con molta facilità.
Ho notato che quando l'accompagniamo a scuola ride e scherza con i suoi compagni, ma quando arriva la maestra incomincia a piangere.
Per cercare di capire il comportamento del bambino abbiamo colloquiato più volte con l'insegnante la quale dice che in classe segue tutte le attività scolastiche e gioca volentieri.
Quando abbiamo chiesto nei confronti del bambino un atteggiamento un po' più comprensivo, dolce, senza minacce di punizioni se non smette di piangere, la risposta è stata che Davide è viziato e capriccioso.
Recentemente, poi, è accaduto un episodio che ha peggiorato le cose: il bambino si è sentito male in classe ed ha vomitato.

Attraverso domande rivolte sia a nostro figlio che ad altro personale della scuola abbiamo saputo che la maestra lo ha aspramente rimproverato e per più di una settimana il bambino ha avuto paura di mangiare perché il giorno dopo avrebbe potuto vomitare in classe.
Abbiamo chiesto consiglio al pediatra (che conosce molto bene il bambino) il quale ritiene che non si sia instaurato un buon rapporto tra Davide e la maestra e sarebbe opportuno cambiargli subito scuola. Attualmente la situazione sembra migliorata soprattutto da quando la mattina restiamo più
a lungo in classe fino a quando lui ci dice di andare via.
Ora Vi chiediamo: è opportuno cambiare scuola visto che l'anno prossimo dovrà incominciare la scuola elementare, quindi cambiare insegnanti?
E' giusto lasciare che concluda l'anno scolastico con la stessa maestra? (a sentire lui non vorrebbe cambiare scuola).
Potrebbe avere una conseguenza negativa sull'inizio del nuovo ciclo lasciarlo nella stessa scuola? (L'istituto parte dalla scuola per l'infanzia e termina con la scuola media).
Restiamo in attesa di un Vostro consiglio e ringraziamo anticipatamente.

 

Gentili genitori,
vi risponderò secondo un'ottica molto personale che all'inizio potrà sembrarvi singolare, ma che, poi, ragionandoci su, vi diventerà familiare: quest'ottica è quella del LAVORO.

Partiamo dal punto di vista adulto: per un "grande" il lavoro è un'attività professionale, più o meno scelta e gratificante, che richiede preparazione, concentrazione, impegno e, molto spesso, fatica: frequentemente il nostro lavoro ci porta a confrontarci con gli altri, ci stimola a proporci in maniera accettabile, ad adattarci a diverse realtà.
C'è anche un'altra forma di "lavoro" che ci accompagna, però, lungo tutta la nostra vita, e che viene anch'esso incentivato dalla scelta e dallo svolgimento di una professione: questo è il lavoro che noi, costantemente, operiamo su noi stessi, prima crescendo, apprendendo, imparando, a stare in mezzo agli altri, ad amare e non solo, e poi operando delle scelte consapevoli.

E' proprio quest'ultimo il "lavoro" del BAMBINO, che, nascendo, apre gli occhi sul mondo ed osservando, esplorando, legandosi alle figure attorno a sé, dalle quali primariamente è dipendente, comincia a crescere, e a "farsi", a trovare e sviluppare la sua natura di INDIVIDUO che, in quanto tale, è un essere indipendente e autonomo. Per poterlo fare e portare questo lungo processo evolutivo a buon fine, ha bisogno di sviluppare delle abilità, di acquisire delle conoscenze, di essere sicuro dei suoi affetti; ciò facendo si trova a "lavorare" sia in famiglia, dove albergano i suoi legami più profondi, importanti e veri, e dove riceve un'educazione che lo apre alla conoscenza ed accettazione di regole e limiti, ma, forse ancor di più, "lavora" alla scuola materna, dove, spesso faticando molto, accetta la separazione (transitoria ma altamente educativa e stimolante) dal suo nucleo familiare (elaborando la "rappresentazione" dei suoi affetti, grossissima evoluzione della sua mente che lo porta ad immaginare ed evocare i suoi legami senza che questi siano fisicamente presenti), impara a stare con gli altri, apprendendo ed accettando regole di vita comune, diventando abile nel convivere e nel condividere con gli altri, ed anche a ricevere ed elaborare le prime "informazioni" culturali.

Quindi, per quanto riguarda il piccolo Davide, bambino di per sé, mi sembra, entusiasta e positivo, molto socievole, vediamo che, di lavoro, ne sta già facendo tantissimo.
Perché allora dovremmo metterlo in condizione di fare un ulteriore lavoro su stesso cambiandogli scuola quando c'è già in vista il grandissimo cambiamento della scuola elementare e quando, sostanzialmente, è qualcun altro che DEVE implementare il suo lavoro?
Sarò molto netta: la persona che deve rivedere i suoi parametri di azione, comportamento e modalità professionali di porsi è l'insegnante. Come abbiamo visto, Davide è già abbastanza impegnato ad adattarsi, mentre l'insegnante (che oltretutto è pagata anche per accogliere positivamente i bambini) DEVE sforzarsi di proporsi in maniera meno minacciosa: non è che può o potrebbe, DEVE, non ci sono discussioni, uniformando la sua condotta per tutti i suoi piccoli alunni salvando sia la autorevolezza sia la dolcezza, di cui tutti i bimbi, specialmente i più sensibili, hanno bisogno.

Volendo, però, essere accurata fino in fondo, vi consiglio di prendere comunque in considerazione il messaggio che la maestra ha voluto inviarvi: quello che Davide è viziato e capriccioso. Io non conosco nei dettagli la situazione ed ho ascoltato solo la vostra campana, perciò vi suggerisco di analizzare onestamente anche le vostre, di genitori, modalità educative nei confronti di vostro figlio, pensando che ormai è quasi grande: l'anno prossimo andrà in Prima, ed avrà bisogno di tutte le sue capacità adattative e i suoi genitori non potranno aspettare che lui sia tranquillo in classe prima di andarsene!

Sapete, l'ho detto spesso ma lo ripeto: sono stata anche io una insegnante di scuola materna ed i genitori, quando c'era qualcosa che non andava, venivano prima di tutto da me, parlandomi dei loro figli e aiutandomi a conoscerli meglio; qualche volta venivano anche a lamentarsi e, seppure io ne rimanessi dispiaciuta perché capivo che non tutte le mie scelte e le mie condotte professionali erano giuste, devo loro moltissimo perché mi hanno aiutato a diventare un'insegnante migliore.
1000 Auguri.

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 12, novembre 2003