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Non vuole più andare a scuola

Ho un bambino di 4 anni Giosuè, che lo scorso anno, dopo i primi mesi di pianto, si è inserito a scuola perfettamente.

Apro una parentesi: lo scorso marzo è nata la sorellina, e non ha accusato gelosia, anche se vedeva la mamma a casa per maternità. All'apertura del nuovo anno scolastico lo scorso settembre, la mamma è tornata al lavoro, lui è tornato volentieri a scuola e la sorellina rimane a casa della nonna, come quando lui non era in età scolastica. Da alcune settimane, non vuole più andare a scuola, piange già la sera a letto e si sveglia prestissimo la mattina già piangendo...

Potrebbe essere una forma di gelosia? Cosa dobbiamo fare?

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Gentile papà,

quando ho letto l'età del piccolo Giosuè, un sorriso di tenerezza è nato spontaneo sulle mie labbra: ah! I bambini di 4 anni. Ricordo quando insegnavo alla scuola materna e con le colleghe osservavamo che i bimbi di 4 anni rimanevano spesso incastrati nel mezzo. Mi spiego: i treenni sono piccoli, si inseriscono e perciò hanno bisogno di un atteggiamento particolarmente materno e affettuoso e si bada costantemente che il loro ambientamento sia e si mantenga agevole; i cinquenni, invece, sono grandi, la scuola elementare li attende e perciò si bada alla maturazione dei cosiddetti "prerequisiti", alle loro abilità, specialmente spaziali e temporali, che permetteranno loro di accedere con successo ai futuri apprendimenti. E I QUATTRENNI? Tendono, appunto, a restare nel mezzo: alcuni non si sono ancora ben inseriti, alcuni sono passi e passi avanti, altri, dopo il primo anno di asilo passato altalenando fra malattie e nostalgia, frequentano la scuola solo in quel momento veramente in maniera ufficiale e costante. Eppure non si deve assolutamente pensare che l'età dei 4 anni sia priva di caratteristiche specifiche ed evolutive; al contrario, si tratta di un piccolo mondo pieno di energie e particolarità.

Alcuni studiosi la reputano addirittura un momento nodale nello sviluppo della prima infanzia e la indicano, insieme a quella dei 2 e dei 6 anni, un'età "critica": la parola si riferisce al termine "crisi", intesa nel senso positivo di uno "scossone" evolutivo, spesso rappresentato ed espresso dalle opposizioni del bambino, che precede un balzo in avanti nella sua evoluzione. In poche parole, il bambino vuole dirci: "Guarda, che sono cresciuto un altro po'!". In particolare, i 4 anni sono caratteristici per i progressi, le curiosità, l'esuberanza, la voglia di far da soli dei bambini, anche se ci sono ancora momenti "piccoli" (tipo i sonnellini pomeridiani e qualche pipì o altro che scappano incontrollate!): questa altalena di comportamenti, accompagnata da una sfilza assillante di curiosità e domande, disorientano e stressano i genitori che li pensavano ormai cresciuti. Come afferma la dott.ssa Fresco, se fino a 3 anni le loro scoperte si limitavano a cercare il movimento e il meccanismo delle cose, ora sono più attenti agli aspetti qualitativi degli oggetti. Il loro interesse è molto sensoriale, le loro esplorazioni conoscitive si concentrano anche sugli aspetti estetici: i colori, i profumi li incuriosiscono. Hanno una grande capacità di rappresentarsi la realtà. Sono dei piccoli filosofi. Per l'adulto seguire questo percorso è un viaggio nelle grandi questioni del mondo. Oltre a questo, il senso di autonomia e indipendenza, oltre alla percezione di un motilità più capace, li spingerà a voler essere sempre più protagonisti di azioni.

Insomma le caratteristiche riassuntive di questa età sono vivacità intellettiva, energie da vendere ma anche sbalzi di umore repentini giustificati dal fatto che questi bimbi un momento si sentono grandi, e un altro piccolissimi.

Veniamo dunque al caso specifico: Giosuè rivela alcune delle caratteristiche sopra elencate, specialmente riferendosi al fatto che a 3 anni si era adattato, e adesso, nel pieno di un grosso passaggio evolutivo, no, ed è, appunto, in crisi. Sicuramente risente di altri eventi, come la nascita di una sorellina e probabilmente di avvenimenti, magari agli occhi degli adulti irrilevanti, naturalmente appartenenti alla sua vita quotidiana. Potrebbe essere, insomma, un momento critico di ridefinizione della sua autonomia e del suo spazio, rispetto alla crescita e ai progressi che sta maturando, necessitante conferme e incoraggiamenti.

Eppure, gentile papà (che si merita anche i complimenti perché sono le mamme a scrivere con maggiore frequenza), io non posso fare a meno di consigliarle di vigilare e osservare, di coinvolgere anche e soprattutto le maestre in questa improvvisa crisi di Giosuè, ovviamente in maniera fiduciosa e costruttiva. Magari a scuola è successo un qualcosa che al piccolo non è piaciuto! Estremamente importante è anche lavorare in famiglia ad un buon clima relazionale e comunicativo, che faccia sentire Giosuè a suo agio nell'esprimersi e raccontare: a questo proposito, molto contribuiscono i racconti, che aiutano il bambino ad immedesimarsi ed elaborare i suoi vissuti. Potete inventare nuove storie oppure approfittare di splendidi libretti per bambini che raccontano le loro vicissitudini evolutive.

Perciò le consiglio:

* PER VOI - P.Santagostino, COME SI RACCONTANO LE FAVOLE, Ed. L'arte di crescere, Demetra
* DA LEGGERE COI BAMBINI - M.Brunelet, A SCUOLA NON CI VADO!, Ed. Le briciole di Mottajunior
* De Vleeschover-Tonnac, IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA, Ed. I girini di Bompiani

 


copyright © Educare.it - Anno II, Numero 11, Ottobre 2002

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