Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Asilo nido o baby-sitter?

Carissima redazione,

sono un papà di una bambina di 14 mesi. Da circa 2 mesi, dopo una fase di inserimento, la mandiamo all'asilo nido. La fase dell'inserimento non ci ha dato grosse sorprese, la nostra bambina sembra molto serena e socievole, pertanto si è inserita molto bene. I problemi sono nati quando sono iniziate le prime assenze per malattia, da prima un raffreddore trasformato poi in otite, poi congiuntivite, infine bronchite. Nonostante le cure preventive supponiamo che all'asilo facilmente tra bambini si trasmettono virus e, quindi, la probabilità di ammalarsi è alta. Stiamo fortemente ripensando su consiglio anche del nostro pediatra, di posticipare l'asilo e orientarci su una baby-sitter, anche se l'asilo a nostro parere dal punto di vista associativo e ludico ci sembra sicuramente la soluzione migliore. Qual è il vostro consiglio?

 

Gentile papà,

la situazione è stata individuata da lei correttamente, per cui non posso che confermarle l'importanza dell'asilo nido e, nello stesso tempo, condividere le sue preoccupazioni di genitore.

In effetti, le prime esperienze scolastiche, intese come di socializzazione allargata, sono un banco di prova per tutte le capacità di adattamento del bambino, sia mentali, che emotive, relazionali e anche fisiche. Tutto il "sistema" di difese e risorse si attiva di fronte a tanti stimoli e sono ovvie e da accogliere anche le crisi e le cadute, ad esempio difficoltà di inserimento o qualche raffreddore di troppo.

Il bambino vive di suo, nei primissimi anni della sua vita, in un totale egocentrismo che lo fa sentire al centro del mondo, soprattutto in relazione alla primaria, importantissima relazione duale e simbiotica con la madre; dopo essersi "individuato" ed aver compreso di essere qualcuno separato da lei (processo che si completa del tutto verso i 18/20 mesi con la sua "nascita psicologica"), il bambino ha bisogno di costruire e prendere per se stesso, prima di aprirsi agli altri ed accettarli.

Così, come afferma Grazia Honeggere Fresco (da ESSERE GENITORI, ed. L'Arte di crescere, Demetra) il bambino comincia ad aprirsi alla realtà con l'aiuto dei suoi sensi così vigili, spugne assorbenti che captano ogni odore, contatto, suono, sapore o movimento e ne fanno carne per così dire, elemento di conoscenza. E' un lavoro immane di collegamenti, di percorsi del suo sistema nervoso che si attua grazie alla continuità, alla ripetitività delle esperienze fino a diventare il fertile terreno dell'affettività, dell'incontro.

Un'altra grande dell'educazione, MARIA MONTESSORI, affermava che il bambino SOLO SE FA, CAPISCE: a questo serve l'asilo nido, a fare esperienze, cogliere stimoli, esercitare le proprie competenze del momento per balzare in avanti verso nuovi progressi, speciali, cioè individuali, ed evolutivi.

Inoltre all'asilo nido, il bambino ha le prima possibilità di relazionarsi con gli altri, altri adulti e coetanei, di studiarli e viverli, conoscerli in quella che viene chiamata socializzazione, per l'esattezza socializzazione secondaria, dato che la primaria si riferisce a quella con la madre.

La socializzazione è tanto importante perché ci permette di adattarci al mondo in termine di adeguatezza, di accettabilità sociale, attraverso i rimandi, l'approvazione o la disapprovazione con cui gli altri ci trattano. Per socializzare, il bambino ha bisogno proprio di quelle competenze linguistiche, di movimento, cioè psicomotorie (lo psichismo è indissociabile dal movimento), emozionali (capacità di comprendere empaticamente l'altrui punto di vista), intellettive (in particolare relative all'acquisizione dei concetti di spazio e tempo; età dei "perché?") che può esperire al nido.

Anche Piaget affermava che dai 2 ai 6 anni il bambino attraversa uno "stadio" di sviluppo chiamato pre-operatorio in cui, partendo da dimensioni concrete, si predispone alla rappresentazione mentale che gli permetterà di pensare, immaginare, ricordare; nello stesso momento il suo modo di pensare e di sentire è prettamente egocentrico, centrato su di sé. Grazie alla sua evoluzione, questo lascerà il posto alla possibilità di decentrarsi cognitivamente, cioè di capire ed accettare anche i pensieri degli altri. (Da A. Oliverio Ferraris et al., Introduzione alla psicologia dello sviluppo, ed. Laterza).

Insomma sono queste le possibilità che un piccolo può perdersi non andando al nido!

Questo ovviamente non significa che tutto sia perduto: ogni caso va valutato singolarmente, anche in base alla gravità di certi fattori, nella fattispecie l'entità e la frequenza delle ricadute sulla salute della bambina.

Inoltre non è assolutamente detto che non si possano fare delle belle esperienze di socializzazione e stimolazione anche in compagnia di una brava baby-sitter, al parco o a casa in compagnia di qualche amichetto, con ingredienti e attrezzature per fare manipolazione, psicomotricità e quantaltro, seppure all'interno di una relazione preminentemente ancora duale come quella con la mamma.

Il mio consiglio è quello di fare una scelta serena, perché solo un tale "passaggio" alla piccola permetterà di recuperare (prima o poi) sotto tutti i punti di vista.

 


copyright © Educare.it - Anno II, Numero 2, gennaio 2002