Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Come migliorare la sua giovane esistenza?

Ho un bambino di anni 3 e mezzo.

Viviamo a Mantova, la mia compagna è russa e da 5 anni si è trasferita in Italia. Io lavoro spesso fuori e sto in città 3, 4 giorni a settimana. Il bambino frequenta la scuola materna, ha già frequentato il nido. E' un bambino vivace, un po' maniaco dell'ordine, un po' capriccioso e, a volte, isterico e maniacale per gesti soliti (tipo schiacciare un campanello o aprire l'ascensore).

A detta della nuova maestra di scuola, spesso è un po' tristino in viso. Anch'io concordo. Spesso penso che essendo figlio unico è normale. Sono un po' preoccupato perché, pur frequentando bambini da alcuni anni, non socializza con tutti, anzi solo con qualcuno in particolare. All'inizio del secondo anno di vita lo vedevo fin troppo sicuro, anzi quasi sprezzante del pericolo, invece oggi è un po' chiuso, impaurito quando non ci sono i genitori. A scuola ci sta benino, e dopo l'orario quando tutti vanno via, ci sta benissimo(!), tanto da non voler andare via. Come posso migliorare un po' la sua giovane esistenza? Grazie.

 

Caro Genitore,

nel leggere la e-mail ho cercato di cogliere quali richieste sottendesse la sua domanda "..come posso migliorare un po' la sua giovane esistenza?" e quali stati d'animo potessero animarla. Ho, infatti, avuto una singolare impressione: che forse la sua stessa esistenza di Padre, e magari d'uomo, si trovi in un momento di dubbio, di difficoltà, di preoccupazione, di confusione, di tristezza nel non capire cosa stia accadendo al suo bambino. Vede, le informazioni che ha inviato avrebbero bisogno di essere arricchite d'altre notizie per capire, in particolar modo, se il bambino sta vivendo un momento di crisi esistenziale legata a situazioni personali, ambientali, relazionali difficili o se si tratta di problematiche legate alla percezione di chi gli sta intorno e al tipo di conoscenza delle caratteristiche infantili. Capire quale sia la natura del problema è fondamentale per capire quale strada intraprendere e quindi quale consiglio offrirle. Proverò in ogni modo, scorporando gli elementi da lei portati, a porgerle qualche stimolo di riflessione che se desidera potremo approfondire in un'altra richiesta.

* "...volte isterico e maniacale per gesti soliti ..."
* "..spesso è un po' tristino in viso..."
* "..non socializza con tutti, anzi solo con qualcuno in particolare."
* "A scuola ci sta benino, e dopo l'orario quando tutti vanno via, ci sta benissimo(!), tanto da non voler andare via."

I Gesti Soliti, come quelli che ha menzionato, possono fare parte del comportamento esplorativo dei bambini. Toccare, schiacciare bottoni, produrre rumori, prendersela anche con l'ascensore e guardare cosa succede schiacciando semplicemente un bottone fanno parte della loro capacità di Meravigliarsi davanti al mondo.

I Capricci sono una prerogativa di questi piccoli angioletti e sono l'occasione che ci offrono per accompagnarli verso un rapporto pertinente con le cose, le persone, i desideri. I capricci non vanno tollerati o repressi ma trattati in modo tale che il bambino e il genitore si misurino sulla reciproca capacità di contrattazione. Contrattare significa entrare in rapporto con qualcuno che ha qualcosa che ci interessa, il piccolo vuole qualcosa dal genitore e il genitore vuole che il piccolo impari a fare richieste, a gestire i rifiuti, a richiedere ciò che è richiedibile e via esemplificando. Entrambi vogliono qualcosa e il continuo esercizio del contrattare, del discutere, prendere accordi, trasformerà il capriccio in modalità sempre più evoluta di relazionarsi, di chiedere, di tollerare i divieti.

Vede, per quanto riguarda la socializzazione si tratta di capire, per dare indicazioni più precise, che cosa la spinge a preoccuparsi del fatto che il piccolo socializza "solo con qualcuno in particolare". Le porgo tre ipotesi con relativi suggerimenti:

1. La sua concezione, come genitore, di socializzazione e di capacità socializzante (pensa che saper socializzare significa tenere la relazione con tutti i compagni di scuola?). Saper socializzare non vuol dire necessariamente intessere relazioni significative con tutti. Siamo forse asociali se abbiamo poche relazioni significative in ambito lavorativo, o scolastico, o extra famigliare? Chiedersi quale sia la propria concezione di socializzazione è un passo importante per capire su quali basi svolgiamo la nostra valutazione di un comportamento.
2. La tristezza che l'insegnante coglie sul visino del suo bimbo andrebbe esplorata. Oltre al viso triste quali altri comportamenti mette in atto che possono fare pensare ad un disagio "esistenziale"? Cosa racconta il piccolo? Quali eventi possono averlo turbato? A casa come si comporta? Come si relaziona con i genitori? Chiede la loro presenza, rimane da solo? Si tratta di capire se l'impressione dell'insegnante è qualcosa di più di un'impressione, di un'espressione facciale del bambino.
3. Quali sono i bambini con cui socializza? Sono i più tranquilli, i più vivaci, i bimbi problematici...? E' preoccupato del fatto che non socializza con tutti o del fatto che socializza con bambini "sbagliati"? Cosa ne pensano le insegnanti? Quali interventi hanno messo in atto o intendono mettere in atto? Come si relaziona agli adulti? Rispetto ai bambini della scuola qual è il livello di socializzazione riconosciuto dalle insegnanti?

Il non voler più andar via dalla scuola, in particolar modo quando non ci sono più bambini, è indubbiamente un comportamento interessante; andrebbe indagato perché diversi possono essere i motivi ma uno in particolare si presta ad essere subito ipotizzato: il bambino non vuole tornare a casa.

E qui si tratta di capire come mai. Forse trova nel rapporto privilegiato con le insegnanti la risposta ad un bisogno d'esclusività che non riesce altrimenti a soddisfare, forse sta "dicendo" che a casa c'è qualcosa che non lo accoglie dopo una giornata di lontananza, e via ipotizzando. Cosa fa a casa quando torna dalla scuola? Con chi sta? Come si comporta? Cosa dice?

Quali richieste porge ai genitori? Alla mamma? Al Papà? Cosa gli è proposto dai genitori?

Caro Genitore di questa sua preoccupazione cosa ne pensa la sua compagna? Quanto riesce a condividere con lei? Cosa pensa la sua compagna del fatto che ha deciso di richiedere una consulenza? Come vede, questa, la situazione del bambino? La diversità culturale che tipo di influenza esercita sul vostro modo di stare con il bambino ed educarlo? E la sua distanza dalla famiglia cosa le sembra comportare in termini di costi relazionali e affettivi?

A questo punto non mi resta che lasciarla con i quesiti e le considerazioni che le ho offerto. La mia speranza è quella di averle dato qualcosa di pertinente con cui ripensare la situazione in generale e magari per provare a chiedere una consulenza sull'aspetto che più la preoccupa, arricchendola di ulteriori notizie. Se volesse focalizzare qualcosa, approfondire qualche aspetto o porgere sue considerazioni, mi scriva un'altra volta sarò felice di risponderle.

 


copyright © Educare.it - Anno II, Numero 3, Febbraio 2002