Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Una bambina... e la lenta morte dell'esclusività

Buongiorno, vi scrivo per richiedere un consiglio qualificato per gestire l'eccessiva sensibilità di mia figlia: Martina compierà 9 anni a novembre prossimo, è una bambina dolce, caparbia e molto intelligente, diciamo che la sua sensibilità e la sua insicurezza si sono acuite dopo la nascita della mia seconda bambina di nome Chiara nata a Gennaio 2001.

Ritengo di essermi impegnata il più possibile per confermarle il mio affetto con parole dolci, carezze e coccole, ogni qual volta intuivo il suo dolore nel vedere questo nuovo esserino tra le mie braccia. Certo la perfezione non è di questo mondo e sicuramente anche io ho compiuto qualche errore che magari non ho saputo neppure interpretare, il papà ha cercato anche lui di non far sentire Martina in nessun momento meno amata a causa della presenza di Chiara, nonostante tutto ogni tanto entra in crisi, ha paura che io possa morire o che le succeda qualcosa di terribile, ad ogni mio rimprovero risponde subito con laghi di lacrime ed io, devo essere sincera, in quel momento non riesco a consolarla ma rimango ferma nelle mie decisioni non dandole vinte le sue pretese e non so se questo lei possa leggerlo come una diminuzione di amore nei suoi confronti.

Anche a scuola i rapporti con le sue compagne non sono idilliaci, spesso mi dice che "non la fanno amica" perché l'accusano di raccontare molte bugie, di non ammettere mai le sue responsabilità e di essere un po' dispettosa. In effetti anche a casa si comporta più o meno nello stesso modo, ogni volta che fa cadere qualcosa o peggio fa cadere la sorellina.. non è mai colpa sua, è capace di dare la colpa alle cose!! Inoltre la sua fantasia è veramente inesauribile e così ogni tanto gioca parlando con i suoi amici immaginari inventando una sua realtà, ha anche un carattere piuttosto forte e si contrappone spesso alle mie richieste, ogni volta che le dico di mettere a posto i suoi giochi, di andare a fare i compiti, di andare a dormire ecc. la sua prima risposta è no, poi vede la mia reazione e ritratta le sue posizioni.

Un altro indice delle sue insicurezze secondo me è non riuscire ad addormentarsi senza la mia presenza nella stanza, il fatto che le dico che ormai è diventata grande e che deve addormentarsi da sola causa pianti non isterici, ma proprio addolorati. Sono un po' preoccupata per questo suo atteggiamento un po' negativo nei confronti del mondo che la circonda, forse perché io sono una persona fondamentalmente ottimista ed amo l'aspetto solare della vita ed anche mio marito ha sempre avuto un atteggiamento positivo nei confronti delle avversità. Mi chiedo se queste sue paure siano dovute alla presenza della sorellina e se con il tempo tutto sia destinato a risolversi o se possa essere una precisa caratteristica di mia figlia Martina.

 

Gentile signora,
ci chiede un "consiglio qualificato", premetto tuttavia che una consulenza a distanza non può essere un’analisi psicopedagogia approfondita, visto che mancano degli strumenti essenziali per poterlo fare. Anche se Lei ha esposto particolarmente bene la situazione, mancano tuttavia delle possibilità di riscontro diretto (es. colloqui, ricerca-azione in loco ecc.).

Desidero partire con alcuni pensieri riguardo la condizione di Martina, 9 anni, in quanto sorella grande nei confronti della piccolina, Chiara, nata nel 2001, e in quanto figlia grande dei genitori. In Educare.it - "Arriva un fratellino!" Luciano Pasqualotto scrive:

"…Sul piano educativo, l’arrivo di un fratellino o di una sorellina è preferibile alla condizione di figlio unico. L’avvenimento tanto atteso però rappresenta sempre una perturbazione nell’equilibrio di una famiglia…".

A partire dalla convinzione che, prima di diventare problemi psicologici, i disagi del primogenito possano essere prevenuti sul piano educativo, ci soffermiamo a considerare due aspetti poco evidenti ma molto importanti.

Il primo si definisce attorno al concetto di privazione. Finché un bambino è figlio unico è frequente e normale che sia posto al centro dell’attenzione, che le cure e le coccole di mamma e papà, di nonni e di altri parenti prossimi siano tutte per lui. Visto con i suoi occhi di bambino, il mondo che l’ha accolto nei suoi primi anni di vita è stato molto ricco di investimenti affettivi ed egli ha imparato a crescere "alimentandosi" di questa abbondanza. Ritengo sia corretto considerare proprio la quantità di attenzioni e coccole per capire la portata della "privazione" che interviene con la nascita del secondogenito… Le figure parentali che si occupano di lui tentano spesso di "scambiare" la quantità con la qualità del tempo a lui dedicato, ma il passaggio per il bambino non è facile e tantomeno automatico. Per questo può essere utile che il papà ed altri adulti significativi trovino dei tempi "straordinari" per sopperire alla perdita di centralità nelle attenzioni, nelle cure, nelle coccole. Si tratta di una fase transitoria ma molto critica per l’equilibrio del primogenito, sulla quale vale la pena di "investire" in tempo ed affetto."

"Conferma il mio affetto con parole dolci, carezze e coccole ogni qual volta intuivo il suo dolore" scrive. Benissimo, a condizione che la bambina percepisca tutto questo anche in altri momenti, e non solo in quelli di dolore. Deduco da altri passaggi della Sua lettera che l’affetto da parte di Voi genitori non manca, tuttavia desidero avvisarLa dell’eventuale associazione più o meno consciamente che Martina possa fare tra malessere e carezze ("specialmente quando sto male o piango, la mamma mi accarezza").

In altri momenti invece, come leggo, non le da "vinte le sue pretese", nonostante "laghi di lacrime". Benissimo, ma anche qui vale ciò che ho cercato di esporre, cioè che si dovrebbe prevenire all’instaurarsi dell’associazione tra malessere e mamma "dura".

In altre parole, si tratta di una certa coerenza emotiva da parte dei genitori indipendentemente dallo stato emotivo dei figli, senza però perdere la necessaria flessibilità nel dimostrare sincera comprensione ed empatia in determinati momenti di crisi dei piccoli. Tema certamente troppo lungo e delicato per poterlo stringere in poche righe.

Continua il dottor Pasqualotto: "Veniamo alla seconda considerazione, molto legata alla precedente. Finché un bambino è figlio unico egli è sempre il "piccolo" di casa ed i genitori tendono a sottostimare la sua autonomia. L’arrivo di un "esserino" di tre o quattro chili lo fa apparire immediatamente "più grande". Succede così che, in maniera spesso involontaria ed inconsapevole, papà e mamma gli richiedano d’improvviso di comportarsi da grande, di essere autonomo in alcune operazioni (ad es. spogliarsi e vestirsi, lavarsi i denti) per le quali prima era sempre stato aiutato; talvolta le richieste di autonomia e responsabilità possono essere addirittura superiori alle sue capacità. Il cambiamento degli atteggiamenti educativi dei genitori, messo in atto anche per la necessità di dedicarsi al nuovo nato, disorienta molto il bambino più grande. La situazione diventa ancora più critica quando, di fronte alla sua difficoltà (giustificabilissima!) di esercitare l’autonomia e la responsabilità richiesta, i genitori assumono un atteggiamento di rimprovero e disapprovazione, contribuendo ad accentuare ancor di più in lui la sensazione di "aver perso" l’amore di papà e mamma."

Nella Sua lettera scrive: "…le dico che ormai è diventata grande e che deve…". Può essere che Martina reagisca alle richieste che le vengono fatte, perché è grande, con particolare sensibilità.

Nonostante le consulenze siano sempre altamente individualizzate, in Educare.it - Consulenza: 865 - una sorellina, una nonna malata ... ricordo un mio passaggio che potrebbe sintetizzare bene ciò che ritengo anche una possibile condizione del comportamento di Martina:

"E' cosa nota che la nascita di un fratellino o di una sorellina significa la perdita dell'esclusività, finora goduta, in quanto figlio unico. Anche quando i genitori fanno il possibile per rassicurare l'ex-figlio unico e per convincerlo dell'inutilità di sentimenti di gelosia o invidia, rimane pur sempre il fatto nudo e crudo: la mamma ora non è più SOLO la MIA MAMMA e il papà ora non è più SOLO il MIO PAPA'. Accettare questo nuovo fatto non è per niente facile; i bambini non ragionano con la testa da adulto ed è probabile che non serva affatto appellarsi alla loro ragionevolezza e comprensione nei confronti degli evidenti bisogni del nuovo arrivato o della nuova arrivata.

Anche il più saggio dei bambini, quando arriva un fratellino o una sorellina (che prima di essere fratellino o sorellina è innanzitutto nuovo figlio o nuova figlia della mamma e del papà), è costretto a dover sperimentare la perdita di esclusività."

Infatti, Martina non fa cadere la sorellina, bensì la nuova figlia della mamma e del papà.

Probabilmente la bambina si trova ancora tra desiderio della morte della sorellina da una parte e il desiderio di vita della sorellina dall’altra.

E’ normale che alcuni bambini possano impiegare più tempo di altri nel processo di elaborazione della nuova condizione in quanto sorella/fratello grande e figlio/figlia grande.

Ha paura che io possa morire" scrive. Infatti, dal punto di vista della psicologia del profondo, finchè Martina non avrà elaborato ampiamente la perdita dell’esclusività, Martina potrebbe temere la morte, ma NON la morte della mamma, bensì la morte della mamma esclusiva. Questa paura dovrebbe diminuire man mano che la bambina si autopercepisca con sempre più stima in quanto sorella e figlia grande.

La "morte della madre esclusiva" è inevitabile per poter percepire "la madre".

Rimanga, come scrive, "ottimista" e continui ad amare "l’aspetto solare della vita". Non c’è motivo per non esserlo.

 


copyright © Educare.it - Anno II, Numero 10, settembre 2002