Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Imparare dalle situazioni difficili

Sono una mamma di una bambina che ha compiuto 3 anni il 25 gennaio 2002 ed è entrata alla scuola materna il 28 gennaio 2002. La bambina è molto intelligente, precoce, a titolo di esempio cito che sa già dall'età di 2 anni contare in Italiano, Inglese, riconosce tutte le lettere dell'alfabeto ed i numeri, in pratica ci possiamo dialogare come se fosse una bambina di 4/5 anni.

E' una bambina molto furba e sa rigirare molto bene i discorsi a suo favore, sa quello che vuole ma non è una bambina che si punta e fa capricci, è obbediente, sa stare abbastanza bene alle regole (es. non si guarda la TV mentre si mangia, ci si lavano le mani prima di entrare a tavola, i denti prima di coricarsi ecc) è una bambina vivace, sempre in movimento ed attiva, ma non sguaiata, a cui manca però un po' di malizia, di cattiveria, un po' credo per carattere, un po' forse perché io ho detto spesso NO, COSI' NON SI FA, sono stata abbastanza rigida, a volte ho paura di essere stata troppo autoritaria, le ho sempre portato rispetto, non ho mai pensato "sei piccola tanto non capisci, evito di dirti ....." ho sempre preteso molto da lei e lei mi ha sempre dato molto.

E' una bambina a cui basta vedere una volta come fare e riesce subito a rifarlo al meglio, abbiamo sempre cercato di stimolarla molto sia parlandoci, sia con giochi istruttivi, sia portandola spesso a giro anche perché è una bambina molto timida. La sua timidezza però è diminuita molto già qualche tempo prima di entrare alla scuola materna, ed è migliorata frequentando la scuola. Si è inserita subito bene, non ha avuto, almeno apparentemente, problemi di distacco ed ha socializzato subito anche con gli altri bambini. Mi dicono le Insegnanti che è molto brava. L'unica cosa che la bambina si rifiuta di fare, dopo averla fatta senza rifiuto il primo giorno che è entrata alla scuola, è al lunedì un ora di palestra. Infatti per tutto un mese non fu più portata in palestra. Adesso, dopo una lunga assenza per malattia e le vacanze, al rientro, di lunedì, è stata riportata in palestra, non ha fatto ginnastica ed è stata buona per tutta l'ora, al rientro nel Bus che la riportava a scuola si è messa a piangere. Nei giorni successivi non andava volentieri a scuola. Sembra però che il problema non sia solo la palestra, mi dice che non vuole andare a scuola.

Ho parlato con le Insegnanti per capire se secondo loro sia il caso di forzare questa palestra o meno e per capire da dove venga questo disagio. Anche loro non si capacitano perché la bambina, essendosi inserita così bene, adesso sia regredita, ma mi hanno assicurato però che succede e che è abbastanza normale. Io ho associato il problema palestra al fatto che ci vado anch'io e così una sera l'ho portata con me. E' stata molto contenta e ha fatto ginnastica insieme a me come una persona adulta, al rientro a tavola si è sfogata ..... ci ha raccontato che una bambina le ha detto che lei non sa fare ginnastica. Le dice che dopo pranzo la sua mamma non viene a prenderla ed è per questo che lei si mette a piangere. Lei essendo una bambina con poca malizia e cattiveria credo che sia impaurita dall'altra. Noi gli abbiamo detto di non crederci, non sempre i bambini dicono la verità, che lo fanno per farla piangere, per prenderla in giro e che lei deve essere forte, piuttosto rispondere alla bambina quando le dice che non sa fare ginnastica "Tu pensa a farla a modo tuo che io la faccio così" e di andare via di non darle ascolto di credere in se stessa...... ma non so se è giusto. Una cosa è certa non le abbiamo mai detto male dell'altra bambina. Non so quale comportamento dobbiamo adottare perché superi questo disagio. Come fare a farle capire, o come insegnarle che deve avere fiducia in se stessa e che non deve essere permalosa. (Adesso, visto questo problema, credo che forse era meglio se le avessi insegnato ad essere un po' più "cattiva", forse non si sarebbe ritrovata a tutto questo).
Spero in vostro consiglio.

 

Gentile mamma,
ho letto con interesse e partecipazione la sua e-mail.
Anch'io sono mamma e nella difficoltà che sperimenta, davanti alla sofferenza della sua bambina, ritrovo ciò che accomuna le madri d'ogni tempo: la lacerante paura di non essere capaci di proteggere i propri piccoli e di insegnare loro come proteggersi, oltre alla magica gioia d'avere figli.

Il suo quesito, di grande profondità, insieme alla sofferenza che lo ha stimolato, corre alla radice del rapporto genitoriale e educativo. Come mai pensa che avrebbe dovuto insegnare alla sua bimba ad essere più cattiva? Essere "Cattivi" impedisce, forse, alla sofferenza di toccarci? Forse quello che permette è solo un diverso tipo di sofferenza: come aggressore anziché come aggredito. Si può pensare che esista una sofferenza migliore di un'altra? Meglio essere soli perché difesi piuttosto che soli perché rifiutati? La solitudine è sempre solitudine e l'amarezza non cambia il suo sapore. I nostri figli soffriranno in ogni caso, lo impone la vita, e insieme con loro anche noi, ciò che farà la differenza sarà la nostra capacità di tradurre in vantaggio qualcosa che sembra dannoso o addirittura irreversibile.

Ma tra educare alla sottomissione e educare all'aggressione c'è un'altra strada. Insegnare ad "imparare ad imparare", ad esempio a capire cosa ci chiedono gli altri, cosa ci offrono, cosa offrire loro mantenendo fermi valori e significati. Imparare come imparare anche da situazioni difficili.

La sua piccola ha iniziato a sperimentare una relazione con i compagni, come la relazione con il mondo, che non è perfetta. Non basta essere bravi bambini, intelligenti, geniali, disponibili per essere amati, considerati, accolti, rispettati. La storia ci insegna che le relazioni umane hanno sempre seguito regole assolutamente "illogiche" per la nostra logica ma logiche se prese nella specificità della relazione tra i soggetti. Lo stesso Cristo, incarnazione della bontà, dell'ingegno, della saggezza, della conoscenza non è forse stato crocifisso? La piccola dovrà fare i conti con contesti "non protetti" dalla relazione rassicurante della mamma, con esperienze con compagni che la vedono in un certo modo, che provano sentimenti diversi davanti a quello che lei è, a quello che lei fa, a quello che lei sa, a come si relaziona con loro.

Si tratta allora di accompagnarla in questa difficile quanto importante esperienza di vita mostrandole che è un'occasione per continuare il cammino della crescita, nella sua capacità di affrontare le difficoltà che si incontrano nell'esistenza, affinando, con l'aiuto di genitori e insegnanti, le sue modalità per "raccogliere" come occasione anche le perturbazioni relazionali che incontra.

Saper leggere, scrivere, fare di conto sono importanti qualità e competenze ma non dimentichiamo mai che la vita è relazione ed educare alla relazione, a coglierne i significati, permetterà di farle fruttare a pieno, diversamente saremmo come il vaso e l'acqua; l'acqua senza il vaso si disperde.

Alcuni suggerimenti dunque?

* Potrebbe incominciare ad aprire spazi di "riflessione" sul significato della sofferenza: un'esperienza come la vostra, e la tristezza che vi ha offerto, vi permettono di capire che ci sono ambiti che dovete ancora esplorare, anche insieme, nei quali dovete ancora imparare a muovervi, di cui dovete ancora comprendere le possibilità che offrono. Una cosa che come mamma può dedurne riguarda il fatto che per portare all'autonomia la sua piccola deve proporle una dipendenza capace di evolvere secondo l'età e delle sollecitazioni esperienziali. Spesso prendiamo la sofferenza come elemento della vita disturbante e gratuito. Proviamo a pensare che se il nostro corpo non fosse pronto a recepire, tramite segnali di dolore, le variazioni che avvengono al suo interno o sulla sua superficie, come tagli, malesseri ecc., chissà quanti di noi morirebbero o si troverebbero in situazioni gravi senza accorgersene. Così è per il nostro corpo relazionale. Se la sua bambina non iniziasse a questa età a fare i conti con le problematiche della relazione si troverebbe da grande sguarnita e persa.

* Provi a non suggerire alla bambina le risposte da dare, le chieda invece di interrogare, si faccia dire come le piacerebbe rispondere, cosa le piacerebbe fare quando sente la sua compagna ingaggiarla nel modo descritto, provate a giocare insieme al facciamo finta che io sono la tua amica e tu sei tu (e viceversa)

* Esplori con la bambina come mai si preoccupa quando la compagna afferma che la sua mamma non verrà a prenderla: è una occasione per esplorare il senso che attribuite alla vostra relazione anche tramite il verbale, per dare voce alle fantasie.

* Esplori con la piccola cosa può significare per lei non sentirsi considerata brava in ginnastica e in altri ambiti. Verifichi quanto la piccola ha fatto esperienza dello sbaglio come opportunità o come fallimento. Leggendo la descrizione che ha dato di sua figlia come precoce e molto capace la mente mi ha presentato l'immagine di una bambina prevalentemente confermata dal contesto in cui è inserita. Forte dei successi e forse, proprio per questo, più debole ad accogliere e comprendere gli insuccessi.

* Tenga sotto osservazioni le reazioni alle frustrazioni che sua figlia mette in atto. Con l'esempio, con la metafora, con il racconto di storie pertinenti, provando a giocare al "facciamo finta che ...." potrà iniziare ad avvicinarla ad una visione della difficoltà come parte dell'esistenza, e come possibilità di apprendimento.

Cara Signora, questi momenti di crisi sono sempre momenti importanti per crescere e per far crescere. Valorizzi anche la sua sofferenza come madre e quello che tale sofferenza le ha permesso e le permetterà.
Spero di esserle stata utile.

 


copyright © Educare.it - Anno II, Numero 11, ottobre 2002.