Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Questione di temperamento

Mi chiamo Marco, sono un papà di 40 anni con un bimbo di 2.
Mio figlio è un bambino riservato passa la maggior parte della giornata con la mamma (39) e con i nonni.
Con noi è molto socievole, gli piace sfogliare i libri, giocare con i lego, ascoltare il pianoforte (la mamma suona spesso) addirittura alle volte quando piange per calmarlo basta suonare un po'. Si concentra spesso sulle scarpe per togliere i lacci, su fibbie per aprirle o sulle chiavi delle varie porte che cerca di aprire o chiudere inserendo la chiave nella toppa. Si concentra molto sui particolari, alle volte rimane in silenzio con qualche oggetto di suo gradimento senza aver bisogno di interagire con noi.
Ancora non parla, vocalizza i suoi stati d'animo, capisce bene quello che gli si dice o chiede, e lui si fa capire portandoti per mano sull'oggetto che desidera.

Ha iniziato a camminare a 18 mesi, ma non ha mai gattonato, se non trova qualcosa su cui aggrapparsi non riesce ad alzarsi forse è dovuto al fatto che ad 1 anno si è rotto un braccio dentro il box e questo ha rallentato la sua sicurezza nei movimenti.
Una volta alla settimana lo portiamo in un centro comunale dove lui gioca con altri bambini in presenza sempre dei genitori.
Quando entra in questa stanza, o giardino, non è che corre subito in mezzo agli altri, trova qualche oggetto di interesse e si mette a giocare in disparte per conto suo, con un po' di insistenza lo coinvolgiamo su giochi di gruppo e allora partecipa, ma è sempre un po' timoroso.
Subisce sicuramente la vivacità dei bambini più esuberanti, perché se spinto o strattonato spesso piange e cerca conforto in noi.
Io lo vedo solo di sera dopo il lavoro, gioco un po' con lui e poi lo porto fuori con il passeggino.
Quando lo faccio scendere inizia subito a correre e non a camminare. Corre nella zona pedonale del centro ed io a fatica riesco a controllarlo chiamandolo in continuazione. Se lo seguo da una distanza relativa lasciandogli un po' di spazio lui non si preoccupa che io gli stia vicino o meno. Non si avvicina ad estranei però non li teme nemmeno (in centro d'estate è pieno di gente). Ama molto correre sentendo il rumore del passeggino dietro di lui.
Difficilmente vuole essere preso per mano ed ogni volta fa storie.
Per concludere, il fatto che ancora mio figlio non parli, non indichi gli oggetti, non si integri completamente con gli altri, non riesca ad alzarsi in qualunque situazione, rientra in un processo in via di normalizzazione o è qualcosa su cui intervenire?
Ha qualche consiglio per noi genitori?

 

Gentile papà,
innanzitutto è doveroso fare dei sinceri complimenti a tutti questi genitori che scrivono parlando dei loro figli in maniera dettagliata dimostrando una dote che io ritengo fondamentale nella genitorialità: quella di osservare attentamente e con una discreta dose di distacco, per non influenzarli troppo nei loro comportamenti naturali, i propri bambini.

Detto questo e passando nello specifico alla risposta per questo attento papà, direi che il quadro riguardante il suo piccolo duenne coinvolge almeno tre aspetti: innanzitutto occorre tranquillizzarlo perché sì, i segnali che il bambino manda attraverso il suo comportamento parlano di un processo che è senz’altro in via di normalizzazione, anche perché non è… anormale. A 2 anni, poi, tutto o quasi è risolvibile e recuperabile, basta avere, ancora, qualche attenzione.

Gli aspetti indicati sono di tre differenti tipi: linguistico, sociale e motorio.
Comincerei dall’ultimo: questo è l’unico aspetto che mi insospettisce leggermente di più. Non vorrei infatti che il piccolo abbia ricevuto un leggero trauma dalla caduta nel box: da 1 a 2 anni, a suo modo, può ben ricordarsela ancora! Per questo sentirei innanzitutto il pediatra di riferimento sollecitandolo a seguire il piccolo da questo punto di vista e a valutare un eventuale intervento riabilitativo, perché, come giustissimamente rileva il papà, la caduta potrebbe effettivamente aver “rallentato la sua sicurezza nei movimenti”.

C’è poi il secondo aspetto, il sociale, squisitamente legato alla sfera del carattere e del temperamento, l’unico fattore fra quelli rilevati che può rimanere un “leit-motiv” nella vita di questo bimbo: suo figlio, caro papà, non è un “castigamatti”, lo abbiamo capito, almeno per il momento. Piuttosto è un “piccolo poeta”, uno che a soli 2 anni apprezza il pianoforte (brava alla mamma!), si concentra e “vocalizza” i suoi stati d’animo!!! Ma scherziamo? Questo è meraviglioso! Voi genitori dovete senz’altro valorizzarlo e sostenerlo in questo!
Quello che farei, però, è responsabilizzarlo un po’: poeta sì ma pigro no, cioè, e qui passiamo anche nel primo aspetto, quello linguistico, perché per un bambino così piccolo il linguaggio e la capacità di esprimersi diventano gradualmente e sempre di più un veicolo di comportamento. Avete mai riflettuto sul fatto che nella sua vita ciascun uomo, da quando nasce, piange sempre meno??
Avete mai pensato al perché?
Perché comincia a PARLARE: con questo meraviglioso dono cominciamo a dare voce e parole a dolori, dispiaceri ed emozioni, abbandonando la natura del neonato per il quale il pianto è un sistema di segnalazioni chiare ed istintive per lui ma, molto spesso, inspiegabili e sconvolgenti, destabilizzanti per noi genitori.
Il “Dimmi che cos’hai” diventa così una chiave di volta di tante comunicazioni.
Questo bimbetto però è un po’ pigro: vi porta con la mano a prendere le cose che interessano a lui, però quando si tratta di dare la mano per essere condotto, non se ne parla nemmeno: questo sì che è regolare!
Penso perciò che sia il caso di fargli capire con dolcezza e fermezza che deve… muoversi un po’!
“Tesoro? Mi andresti a prendere la palla gialla? Non quella rossa, quella gialla!
Caro, mi raccogli la penna sotto al tavolo?” 
Sembra una sciocchezza ma questo semplice stratagemma vi aiuterà a capire se lui vi capisce, e possiede il cosiddetto “linguaggio o vocabolario interno”, ma non solo: anche a sentirsi un po’ più grande e in grado di collaborare con voi. Anzi, probabilmente, questo lo sbloccherà anche dal punto di vista motorio. E anche sociale, perché, piano piano, se non vorrà subire la vivacità dei più esuberanti, imparerà a dire: “Non ho voglia di fare dei giochi un po’ violenti; lasciatemi in pace ad ascoltare il mio..Chopin!”.

La saluto, caro papà, ricordandole ancora due cose: che al mondo siamo tanti e tutti diversi, e questo è bellissimo e la salvezza di ciascuno di noi, la possibilità di essere valorizzati per quello che siamo. E poi c’è il fatto che in età evolutiva, specialmente in quella precoce, tutto è un flusso in cui diversi fattori si intrecciano e si aiutano l’un l’altro per promuovere la crescita dell’individuo: sentire ed ascoltare significa parlare, relazionarsi significa preferire e respingere, camminare e muoversi significa diventare capaci nel corpo e nella mente e, soprattutto, autonomi.
La invito, infine, a leggere le altre mie consulenze sull’individualità e sul temperamento, specialmente la 972 e la 1003.
Buone cose.

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 2, gennaio 2003