Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Coerenza emotiva

Sono una mamma di 30 anni, felicemente sposata, conduco una vita soddisfacente, ho un buon lavoro e uno splendido bambino di 6 mesi. Ho un carattere tranquillo, socievole e sereno.
Questa premessa per cercare di capire certi miei comportamenti nei confronti del mio piccolo che mi spaventano e che non pensavo mi appartenessero.
Il mio bambino è tranquillo, già a 4 mesi dormiva tutta la notte, mangia regolarmente sia la pappa che il latte, sorride a tutti, è molto attento e curioso.
L'unico neo è quando dai suoi occhi, dal suo lamentoso pianto, capisco che è stanco, che ha sonno, lo metto nel lettino, ma niente da fare, appena tocca il letto piange come un disperato e allora lo tengo in braccio, lo cullo, poi ci riprovo e avviene la stessa scena. Questi tentativi possono andare avanti anche per 5, 6 volte, fino a quando o rinuncio a farlo dormire e magari esco a fare una passeggiata o lui si addormenta esausto.

E' proprio durante questi tentativi che perdo la pazienza e questo è il motivo della mia lettera; gli urlo parole cattive, lo sculaccio, lo tratto male magari prendendolo in braccio in modo deciso.
Ho paura di questi miei comportamenti, dopo queste scenate mi trovo sul letto a piangere e a chiedere scusa a quel piccolo angelo senza colpa che mi guarda e mi sorride ma io dentro mi sento troppo male. Cosa posso fare, non mi sento una brava mamma, la cosa che mi spaventa è che se adesso reagisco così, cosa farò quando il piccolo crescerà e dovrò affrontare nuovi problemi?

 

Gentile Signora,
lasciare piangere il bambino o non lasciarlo piangere?
Se sarebbe sicuramente interessante approfondire questo punto, tuttavia, non è il punto cruciale.

La parola chiave è una sola: "COERENZA", indipendentemente se si opta per la prima ipotesi (lasciarlo piangere) che per la seconda (non lasciarlo piangere).

Seconda parola chiave: "TEMPO", ovvero "COERENZA NEL TEMPO": non ha alcun senso applicare la coerenza nell'adottare una regola comportamentale per un giorno o una settimana, se il secondo giorno o la seconda settimana se ne applica un'altra.

Si è visto che i bambini che piangono di più in assoluto sono solitamente bambini la cui madre tenta di essere coerente nei suoi comportamenti per il 99% ma non per il 100% dei casi.

Mi spiego: un bambino che IMPARA nel tempo che piangendo convince la madre ad alzarlo dal lettino oppure (per fare un ulteriore esempio, validissimo, anche se non individualizzato per il caso del Suo bambino che ha appena 6 mesi) il bambino che IMPARA che piangendo convince la madre a concedergli il gelato, lo IMPARA MOLTO VELOCEMENTE, spesso anche già la prima volta.

L'esperienza della ricerca educativa ha chiaramente dimostrato che i bambini riescono ad applicare strategie, qualsiasi essa siano (dal pianto al fare "il muso", dal lamentarsi all'urlare ecc.) con l'ESITO FINALE che la madre CAMBIA, prima o poi che sia, un suo comportamento inizialmente convinto (ad es. "NON concedere il gelato") proprio a causa della reazione del bambino. Essi continuano e continueranno ad applicare la loro strategia funzionante anche in futuro, anzi, con sempre più insistenza.

Per stare nell'esempio del gelato: la madre che dice "no, oggi non prendiamo il gelato" e rimane coerente con se stessa anche quando il bambino tenta a ribellarsi, è una madre che con il tempo riuscirà ad insegnare al bambino che le regole non si cambiano con le strategie del pianto, urlo, lamento. Una madre che invece inizialmente dice "no, oggi non prendiamo il gelato" ma dopo una rilevante dose di lamento da parte del bambino "CEDE", dicendogli "e va bene..., per questa volta facciamo un'eccezione e ci prendiamo il gelato", non è coerente e insegna al bambino che con certe strategie ottiene un determinato risultato. Il bambino che impara così ad avere un certo "POTERE" sulla madre, continuerà ad applicare la sua strategia.

Dunque: COERENZA O NON COERENZA? QUESTA È LA DOMANDA! Per stare nell'esempio: l'importanza della coerenza in educazione non sta tanto nel fatto se "prendere o non prendere il gelato" quanto nel comportamento coerente della madre, indipendentemente dalla strategia applicata dal bambino nel tentativo di farlo cambiare, convincendo la madre a prendere il gelato nonostante quest'ultima abbia asserito inizialmente di non prenderlo.

E' chiaro che l'esempio del gelato è stato un esempio generico all'interno del discorso sulla coerenza. Nel caso del Suo bambino sarebbero da escludere ovviamente prima altre ipotesi del suo malessere, fisico o psichico, nel momento in cui lo mette in posizione orizzontale.

Per quanto riguarda eventuali variabili "fisiche" consiglierei di rivolgervi al pediatra di fiducia. Le cause del pianto potrebbero essere tante, non per ultimo anche un cambiamento normale dal punto di vista evolutivo, dei ritmi di sonno/veglia.

Per quanto riguarda eventuali variabili "psichiche": fermo restando che al bambino, durante le sue ore di veglia, siano dedicate sufficientemente ore di profondo affetto (ascolto, parole, carezze, ..in breve "DIALOGO AMOREVOLE") e che il pianto disperato nel momento di metterlo a letto non sia dunque dovuto a una carenza di affetto ed attenzione dialogativi, c'è da prendere in considerazione appunto il fatto che il bambino possa imparare ad applicare strategie (pianto) per convincere la madre a modificare le azioni (metterlo nel lettino).

E torno al discorso sulla coerenza e su una Sua relativa frase che ho trovato particolarmente significativa: i "miei comportamenti mi spaventano e non pensavo mi appartenessero". Se i Suoi comportamenti meravigliano/spaventano Lei stessa, provi immaginare a quanto debbano meravigliare/spaventare il piccolo! Il bambino è DISORIENTATO a percepire una madre che dapprima lo "mette nel lettino", riprova con questi "tentativi anche per 5, 6 volte", lo rimette nel lettino, gli "urla", lo "sculaccia", lo "tratta male", lo prende "in braccio in modo deciso", infine "piange" e chiede "scusa al piccolo angelo".

In effetti, gli stessi comportamenti che La spaventano che non pensava Le appartenessero, spaventano anche il bambino il quale NON SA PIÙ, quali dei molteplici comportamenti appartengono a sua madre e quali no, quali sono più rappresentativi di sua madre e quali no: la rabbia (l'urlo, lo sculaccione) oppure la dolcezza. Oppure la disperazione (il pianto, il chiedere scusa).

Gentile Signora, la Sua perplessità finale è proiettata anche verso il futuro: "se adesso reagisco così, cosa farò quando il piccolo crescerà e dovrò affrontare nuovi problemi" che potrebbero essere quelli della concessione o no del gelato, come sopra descritto.

Concludo, riallacciandomi alla prima parola chiave COERENZA e alla seconda COERENZA NEL TEMPO. Il bambino, per imparare a conoscere e a fidarsi della coerenza applicata da parte di sua madre, ha bisogno di tempo. Se i bambini solitamente imparano molto velocemente la funzionalità di determinate loro strategie (pianto lamentoso), ci vuole invece molto più tempo per farli "DIS-IMPARARE" queste strategie. E' necessaria una buona dose di pazienza da parte dei genitori durante questo processo di "DIS-APPRENDIMENTO" delle proprie strategie fin'ora funzionanti.

"DIS-IMPARARE" costa pazienza da una parte, ma dona ricchezze dall'altra: è creativo per nuove aperture tra madre e figlio e per nuove crescite all'interno sia della madre che del figlio.

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 4, marzo 2003