Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Il "fuggitivo"

Dopo due anni il vulcano di 26 mesi è diventato un ciclone di 4 anni, e nuovamente ho necessità di una vostra consulenza.
Mio figlio da qualche mese usa la fuga come risposta ad una negazione e non solo.
All'inizio questo atteggiamento era usato solo nei miei confronti e comunque si comportava come se fosse un gioco, aspettava che io lo rincorressi e ciò lo divertiva molto; poi ha iniziato ad usarlo come una protesta ai rimproveri, apriva la porta di casa e si fermava sul pianerottolo in attesa che io o mio marito lo andassimo a riprendere (ho anche usato la tattica dell'indifferenza... inutilmente), a quel punto grandi risate (da parte sua) appena ci vedeva.
Ho iniziato a preoccuparmi seriamente e a rimproverarlo con fermezza cercando di fargli percepire quanto ciò fosse pericoloso, inutilmente.
Da circa due mesi a questa parte il comportamento è peggiorato, ed uscire a fare una passeggiata è diventato un inferno; ho paura a lasciarlo anche per un istante e cammino tenendogli la mano stretta stretta alla mia, ciò nonostante in un centro commerciale affollatissimo è riuscito a mollare la presa e si è allontanato, solo di circa due metri, ma si nascondeva tra la gente ed io non riuscivo a vederlo, chiaramente ho vissuto degli attimi di panico; un mese fa' siamo andati in vacanza in un villaggio ed ho passato una settimana a corrergli dietro.

Ad oggi, in casa devo chiudere la porta dell'appartamento con il lucchetto in modo che non riesca ad aprirla e sono sono stata contattata, proprio per questo suo atteggiamento, dagli animatori del Centro Estivo che sta frequentando, da pochi giorni.
Chiaramente mi preoccupano due cose principalmente i pericoli a cui si espone fuggendo via e gli l'aspetti psicologici che spingono il bambino a questo comportamento, vorrei sottolineare che l'ambiente familiare è tranquillo e sereno. Mio figlio è un bimbo socievole e si inserisce facilmente, io sono una mamma molto affettuosa, anche se, in seguito a questo comportamento, inizio a perdere le staffe e mi scappa qualche sculacciata.
So che non possedete bacchette magiche, ma io brancolo nel buio e forse voi potete accendere una lucina che mi indichi un eventuale percorso da intraprendere per capire mio figlio.
Grazie!!!

 

Carissima signora,
la situazione è un po' controversa, anche se assolutamente non preoccupante, credo.
Distinguerei innanzitutto due aspetti, a cui poi se ne aggiungerà qualcun altro: un aspetto psicologico (a cui, legittimamente, sta pensando anche lei), ed un altro educativo. Che poi, così separati, come vedremo, non sono.
Partiamo dunque da quello psicologico, cioè dalla mente di questo bimbo, cercando di capire perché, per protestare, ha scelto la fuga; poteva, infatti, preferire urlare, strapparsi i capelli, piangere, mordersi o tirare calci negli stinchi (la voce destinata a "Obbedire" è ormai in via di estinzione !...). Ecco, per quanto riguarda la motivazione di questa tendenza, direi che è piuttosto prestino per trovarla: probabilmente, andando avanti nella sua vita, il bambino darà maggiori segni per rivelare il suo carattere e voi, come in un mosaico o un puzzle, sarete in grado di mettere insieme i vari pezzi. Per fare un paragone forse eccessivo, l'altra sera stavo rivedendo il film di Francesca Archibugi, "Il grande cocomero", in cui il Neuropsichiatria Infantile arriva finalmente a capire che la modalità di protesta scelta da Pippi durante i 12 anni della sua vita per opporsi al fatto che i genitori erano veramente male assortiti, era quella di autoindursi delle crisi convulsive. "Sulle convulsioni ha costruito il suo modo di stare al mondo", affermava ad un certo punto il medico.
Sicuramente è un esempio che può spaventare, ma il mio scopo è quello di far capire che può succedere anche questo.

Può anche darsi, invece, che il piccolo prima o poi smetta e che il "segnale" fuga scompaia, rimanendo per voi solo un ricordo.
Ma perché lo fa?
Un mio collega psicologo mi racconta sempre che da piccolo scappava spesso e si nascondeva, per riapparire solo quando sentiva le voci dei suoi cercarlo. Si ricorda di averlo fatto semplicemente per attirare l'attenzione.
Io non penso che nel vostro caso il motivo possa essere questo: dai dati che posseggo, l'unico motivo che mi sovviene è che il vostro bimbo lo fa perché si è reso conto che questo modo di fare ha un effetto su di voi. Perché? Perché quando vi aspettava sul pianerottolo era un modo per giocare e per prendervi anche un po' in giro e adesso, mentre la costringe a corrergli dietro o a tenerlo stretto per mano a passeggio, tenere la mamma letteralmente stretta a sè. In un certo senso, è come se non fosse lei a tenere lui, ma il contrario. E, ancora, è un modo per prendersi un po' gioco dei suoi batticuori.

L'unica cosa che c'è di certo è che a soli 4 anni non può capire né sapere che dietro l'angolo può esserci un dirupo oppure l'Uomo nero; l'unica realtà è che a 4 anni si può (quasi si deve!) essere e si è dei Cicloni (questo è ancora un altro aspetto), come scrive lei del suo bambino.
Ma allora cosa fare? Entriamo dunque nel secondo aspetto, quello educativo.
Le risponderò innanzitutto da madre: in casa, si chiuda dentro e lo faccia pure prendere a calci la porta. Meglio questo che ruzzolare o incontrare uno sconosciuto poco benevolo per le scale.
Seconda cosa: sciogliere le tensioni e giocare ancora sulla prevenzione. Studiate molto attentamente gli ambienti conosciuti e non, con un occhiata cercate di carpire solo i potenziali reali pericoli. Fatto questo sorvegliatelo, ma con serenità, anche a costo di farvi i buchi nel giornale per vederlo: il bambino dovrà capire che vi siete stufati di questo vecchio trucco e che volete vivere tranquilli.
E quando voi non ci siete? Avvertite, per carità, maestre, educatori e animatori, istruttori e quant'altro che il vostro piccolo ha questo "vizietto". La sua tendenza, infatti, sarà senz'altro quella di ripeterlo fino alla noia e ovunque: è la prova che fuggire è il suo stratagemma per capire come reagiscono gli altri.
C'è poi una possibilità, un po' remota ma forse nemmeno poi tanto: cioè che il bambino sia tanto interessato da scordarsi di scapperellare per vedere gli altri che fanno oppure farsi lui qualche risata.
Sempre nello stesso film citato prima, la ragazzina diceva alla madre delle bugie e delle cattiverie incredibili solo perché si annoiava e voleva "dare una spintarella alle cose". Se no non succede mai niente.
Più banalmente, questi vengono chiamati "circoli viziosi", cioè più lei ha paura e più lui scappa; più lui si annoia, più scappa per vedere cosa succede.
D'altra parte è o non è un ciclone?

Perché queste ultime affermazioni rientrano nell'aspetto educativo? Perché probabilmente questo bimbo scappa per il fatto che ha avuto modo di farlo. E di riproporlo.
Tempo fa, ad una conferenza con dei genitori, parlavo del NO, delle resistenze ad usarlo in educazione e ci siamo fermati a riflettere sulla differenza che c'è fra due parole come LIMITE e CONFINE.
Ci pensi anche lei: per noi LIMITE viene spesso messo insieme ad un altro termine che è Invalicabile. Pensi al filo spinato intorno alle basi militari, ai fili dell'elettricità col teschio. Oltre non si può andare, un po' come se fosse una legge.
Oltre il CONFINE invece c'è un'altra terra, e ci si può andare, anche se a volte serve un permesso (dogana, passaporto ecc.). Normalmente si va oltre consapevolmente. Se ipotizziamo di avere un confine materiale alle nostre azioni, lo immaginiamo visibile o reperibile. E' come se fosse una regola "Fin lì ci puoi andare, fin lì questo lo puoi fare": questa è l'educazione, fatta anche di tante belle spiegazioni. "Non mettere il dito nell'occhio di tuo fratello perché gli fai male, dì Buongiorno così sei gentile, non urlare se no svegli tutti". Una conseguenza per ogni azione.
Il confine ci dà il raggio delle nostre azioni, man mano che evolviamo e siamo sempre più capaci e responsabili, si può anche allargare. E' lo spazio della nostra autonomia, entro la quale possiamo scegliere, decidere e creare, trovare anche le nostre soluzioni; ci viene dato dai nostri genitori, ce lo portiamo dietro e dentro anche quando non ci sono. Come un abbraccio, come un filo virtuale che unisce e che ci permette di andare e ritornare.

Forse questo bimbo ha bisogno di capire bene e sviluppare questo filo virtuale, che lo lega agli altri all'interno della sua libertà.
Anche se nel suo caso, e della mamma, sarebbe più corretto parlare di un... guinzaglio virtuale!

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 3, febbraio 2003