Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Gioco simbolico

Abi ha 4 anni appena compiuti ed è un bambino positivo e vitale.
Vorrei capire che significato ha il suo modo di giocare ad essere qualcun'altro: il nonno, la mamma, la sorellina, gli amici ma anche animali e personaggi dei cartoon. In questa sorta di "role playing" fa anche il regista: recita la sua parte ma ti dice anche la tua (tu sei..., fai così...., dici così...ecc.). In questo gioco, peraltro molto frequente, lo assecondiamo in quanto espressione di creatività.
Vorrei tuttavia capire meglio.
Grazie.

 

Gentile Signora,
con il suo desiderio di comprendere il significato del gioco del suo bambino ci offre l'opportunità di proporre "il lato serio del gioco infantile" (cit. A. Oliverio).
Qualsiasi genitore che abbia osservato lo sviluppo del proprio figlio può affermare come il gioco cambia in maniera visibile nel periodo che va da 1 a 7 anni. Ogni cambiamento è originato nella fase precedente e non c'è mai una divisione netta tra i diversi momenti, c'è però la dominanza di alcuni aspetti che li caratterizzano.
A questo punto ritengo funzionale introdurre una semplice cornice di riferimento rispetto alle diverse tipologie di gioco, ciò ci permette di orientarci meglio nella comprensione dello sviluppo del bambino.
Considerando gli aspetti dominanti del gioco infantile si è giunti a riconoscere almeno sette tipologie di gioco (Rubin, Fein e Vandenberg), le quali compaiono nell'ordine in cui sono presentate.

  • Il gioco senso motorio. Da un primo periodo di indifferenziazione tra l' io e non - io, in cui ogni attività del bambino è incentrata sul proprio corpo e sulle proprie azioni, si arriva all'emissione ripetuta di segnali e quindi l'elaborazione di scambi comunicativi. Il bambino di circa 12 mesi cerca di comprendere ciò che gli oggetti sono e inizia ad usarli come qualcosa di diverso da se: c'è l'emergere di uno spazio tra sé e l'oggetto.

  • Il gioco di finzione. Il bambino è consapevole del suo "far finta" per cui userà degli oggetti "finti", come ad esempio un bicchiere - giocattolo per bere, oppure un pettine - giocattolo per pettinarsi.
    I giocattoli vengono utilizzati per il loro scopo reale, le azioni sono ancora orientate verso il sé, ma ora è presente la simulazione, il "far finta di".

  • L'elaborazione con gli oggetti. Tra i 15 e i 21 mesi il destinatario del "far finta" è l'altro, ad esempio le bambine offrono il caffè con la tazza - giocattolo alla mamma o alla bambola ecc.
    Gli oggetti vengono ancora adoperati rispettando la loro funzione reale, ma adesso il bambino è orientato verso la condivisione del "far finta di".

  • Altri giochi di finzione. Tra i 2 e i 3 anni i bambini usano oggetti che rappresentano cose completamente diverse da ciò che sono: una sedia può diventare un cavallo, una bottiglia può essere usata come una spada ecc., nasce in questo periodo la funzione simbolica e il gioco simbolico.
    L'evento della rappresentazione è di estrema importanza sul piano affettivo, in quanto l'oggetto (l'altro) ora diventa sempre evocabile durante le separazioni, quindi sempre presente. Il bambino può ricorre alla rappresentazione mentale della madre quando è lontano da lei, non è assolutamente fissato sulla presenza fisica.

  • Il gioco sociodrammatico. Questo gioco si manifesta verso i 4-5 anni, i bambini interpretano dei ruoli, giocano a mamma e a papà, ai cowboy e agli indiani.

  • La consapevolezza dei ruoli. Verso i 6 anni i bambini riescono a descrivere e definire i ruoli che stanno interpretando, progettano il gioco per tempo e assegnano ai partecipanti dei ruoli.
    È evidente una maggiore consapevolezza e intenzionalità che riflette lo sviluppo affettivo e cognitivo.

  • I giochi con le regole si presentano generalmente tra i 6 e gli 11 anni. Inizialmente i bambini si creano delle regole specifiche per loro, poi utilizzano le regole definite dal gruppo.

Certamente è il tempo del gioco sociodrammatico per il suo bambino, che consiste appunto nello sceneggiare situazioni immaginarie interpretandone i ruoli. Questi giochi permettono al bambino di addentrarsi in ruoli che spesso appartengono al mondo degli adulti e di appropriarsi di comportamenti e sequenze comportamentali che serviranno alla socializzazione.
Il gioco assolve anche alla funzione di "socializzazione anticipatoria", nel senso che i ruoli che il bambino sperimenta nel gioco potranno essere esercitati successivamente nella quotidianità.
Il gioco rappresenta quindi un importante aspetto del comportamento infantile, è per il bambino la tecnica e lo strumento del progresso, è la strada che lo porta alla conquista del mondo.
Donald Winnicott, psicanalista e pediatra che ha studiato in particolare il rapporto madre-figlio, nell'opera "Gioco e realtà", definisce il gioco come "un area intermedia", un area che non appartiene alla realtà psichica interna, essa è fuori dal bambino, ma non è il mondo esterno.
Il gioco è un terreno di congiunzione, funziona come collegamento tra due mondi e apre la via al processo di simbolizzazione. Ogni gioco detiene legami con il passato, è qualcosa di speciale, in cui c'è una compartecipazione di elementi vecchi e famigliari con altri nuovi e sconosciuti. In questo senso il gioco è come un oggetto transizionale, che connette due mondi antitetici, quello del "dentro" e quello del "fuori".

Le funzioni del gioco sociodrammatico, e del gioco simbolico in generale, sono molteplici.
Una di queste è la funzione trasformativa, nel senso che il bambino ha la possibilità di elaborare l'esperienza in modo nuovo rispetto al passato. Quando un bambino gioca produce un atto visibile e concreto che porta con sé dei ricordi, senza la cui memoria il gioco non sarebbe possibile, ma in quest'atto c'è l'emergere di un nuovo orizzonte, c'è la scoperta di parti sé non ancora sperimentate.
È nella scoperta di parti di sé che il gioco si definisce creativo. Perché ciò possa realizzarsi è necessario che il gioco sia privo di particolari propositi da parte del bambino. Lui si deve permettere di comunicare in modo fluido e libero una successione di idee, di pensieri, di impulsi che all'adulto sembrano scollegati.
Questo "atto creativo" è quindi possibile in un ambiente protetto, del quale il bambino si fida.

Il gioco diventa così uno strumento di comunicazione, diviene un ponte tra genitori e figli. Certamente un genitore attento si chiede quale significato ha il gioco del proprio bambino.
Credo che l'attribuzione di significato sia un processo difficile, perché solo chi è nella relazione può coglierne l'intensità affettiva e ad essa collegare un significato. Se un bambino ha avuto paura di un intervento medico, può farlo subire ad altri nel gioco e identificandosi col medico stesso, sdrammatizza così il ruolo di questa figura liberandosi in parte dai timori ad essa associati.
Il bambino nel ruolo del medico potrebbe desiderare di esperimentare la posizione attiva e scoprirne i vissuti, potrebbe anche cercare di rivivere la posizione di ammalato e quindi rielaborare la sua impotenza.

Spesso i genitori osservano i loro bambini mentre interpretano personaggi dei cartoni i quali sembrano non aver nulla da condividere con la personalità del loro figlio. In realtà può accadere che attraverso l'uso del personaggio il bambino mostri quella parte di sé che sarebbe difficilmente esprimibile, quale ad esempio l'aggressività. Mascherandosi con il personaggio il bambino, ad esempio, può essere finalmente aggressivo senza sentirsi in colpa per essere tale, la sua espressione è condivisibile perché è vissuta dagli adulti come non appartenente a lui; in realtà il bambino mostra una sua parte attraverso il personaggio (meccanismo di identificazione). È importante che i genitori riconoscano questo lato serio del gioco infantile, perché nel gioco di ruoli, così come in altre forme, quali il disegno, il bambino parla di sé e si mostra in maniera simbolica.
I giochi nascono da una spinta interna, sono modalità creative di riconoscere e conoscere se stessi.
Probabilmente quando il suo bambino gioca ad essere un attore, ma anche un regista, sta cercando di affrontare tematiche relative a l'essere passivo o attivo, a l'essere controllato e controllante, ad essere potente o impotente. Il bambino comunica nel gioco i propri vissuti, e l'adulto può accoglierli e restituirglieli trasformati favorendo così un'ulteriore elaborazione da parte del piccolo (identificazione proiettiva).
Nel gioco di ruoli il bambino ha quindi la possibilità di sperimentare e comprendere diversi aspetti del sé, e può anche rendersi conto di come gli altri vedono e percepiscono le cose e così il suo approccio nei confronti del mondo diventerà meno egocentrico.

Il gioco è un atto creativo che necessita di tempo e questa è una condizione indispensabile.

 

 


copyright © Educare.it - Anno III, Numero 12, novembre 2003