Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Educazione

Sono mamma di due bimbe (3 anni, fra un mesetto, ed 1 anno).

Negli ultimi tempi (da circa qualche mese a questa parte) ho seri problemi nel cercare di gestire l'educazione della mia primogenita, Sara.

Sara è sempre stata una bimba un pò difficile. Comunque fino ad ora non avevo incontrato grossi problemi a relazionarmi con lei. Negli ultimi tempi, invece mi riesce tutto così difficile: praticamente si alza piangendo e strillando (per quale motivo ancora non sono riuscita a capirlo dato che, mentre lei è in preda a questa crisi di nervi, io cerco di chiederle spiegazioni in modo pacifico ma lei non fa altro che guardarmi e continuare a piangere e strillare).

So che chiedere spiegazioni durante queste crisi è praticamente inutile ma cosa dovrei fare?

Ho provato credo tutti i metodi possibili:

* l'ho ignorata ma va avanti per minuti lunghissimi, rotolandosi per terra e invocando tra le lacrime il mio nome e tendendomi le braccia. Quelle poche volte che ce l'ho fatta ad ignorarla totalmente, dopo aver finito di piangere, ho cercato di parlarle in modo molto sereno per dirle che se ha qualcosa che non va deve cercare di parlare perchè se piange io non la capisco e non la posso aiutare. Lei sembra capire e ritorna ad essere tranquilla come se non fosse mai successo niente ma, la volta successiva, per la minima stupidagine, siamo punto e a capo (senza considerare il fatto che quando siamo fuori casa, ignorarla non è molto facile perchè grida talmente tanto che sembra la stiano torturando e quasi sempre si getta per terra anche se siamo in mezzo ad una strada);

* l'ho sgridata furiosamente alzando la voce per superare le sue grida ma ho solo l'impressione di farla piombare nella disperazione e nel panico più totale;

* l'ho minacciata dicendole che se non la smetteva subito di strillare in quel modo non le avrei fatto fare o dato una cosa a cui tiene, che me ne sarei andata lasciandola lì da sola e l'unica cosa che ottengo è farla rialzare immediatamente da terra (perchè quella di gettarsi per terra è ormai diventata un'abitudine) ma rimane immobilizzata sempre nella stessa situazione di isterismo;

* una volta, arrivando all'esasperazione, l'ho sculacciata (cosa che non faccio mai) proprio nella speranza di spiazzarla e scuoterla da quella ennesima crisi di pianto ma non ho ottenuto nient'altro che aggiungere dolore fisico al suo malessere (ed al mio).

Nessuno di questi metodi è stato da me applicato in modo continuativo perchè sono talmente confusa che non so neppure se adotto quello migliore (sempre che ne esista uno). Mio marito pensa che io sto ingigantendo il problema e che rientra tutto nella normalità. Io temo invece che queste crisi siano troppo frequenti e che sotto ci possa essere dell'altro (forse io mi colpevolizzo del fatto che io e mio marito abbiamo spesso dei diverbi davanti a lei, comunque cerchiamo di non alzare la voce ma si capisce subito che siamo in disappunto l'uno con l'altra).

Vista la dimensione esagerata di questa lettera, mi rendo conto che la mia, oltre che una richiesta di consulenza, è anche uno sfogo di carattere personale e di questo mi scuso, ma vorrei tanto che qualcuno "attendibile" mi dicesse: "E' così che devi fare".

So che non esiste una regola generale, ma tra tutti i tentativi che ho fatto, ne esiste qualcuno che valga la pena di portare avanti? E' davvero possibile che tutto questo faccia parte naturale del processo di crescita di un bambino?

Vi ringrazio anticipatamente del tempo che mi avete dedicato.

 

Signora carissima,

lei non sa quanta simpatia ed umanità suscita in me, e credo anche nei miei colleghi, la sua richiesta che si conclude con una spassionata confessione del bisogno che lei sente anche di sfogare un po' la sua esasperazione oltre che di avere un parere esperto. Che poi gli ESPERTI, cioè noi di questa redazione – team, siamo veramente tali perché, prima di tutto, in situazioni simili alla sua, mi creda, ci siamo passati per primi, e poi le abbiamo anche studiate!!
Lei chiede con molta franchezza che qualcuno di "attendibile" le dica :- E' COSI' CHE DEVI FARE -.
Ebbene, devo innanzitutto prepararla al fatto che ricette non ce ne sono e che l'unico rimedio possibile a un tale momento di "sconforto e disorientamento educativo" è cercare di stimolare e rinforzare quello che viene chiamato "il comune buon senso".
Partiamo quindi da ciò che sarebbe meglio NON fare, per poi passare all'individuazione di una soluzione possibile per voi, passando attraverso una ipotetica analisi del comportamento della piccola Sara.

Lei racconta di aver tentato con tutti i metodi possibili che le possono essere arrivati alla mente, metodi che ammontano, come io conto nella sua richiesta, ben a quattro; aggiunge, inoltre, che nessuno di questi quattro tentativi è stato mantenuto da lei continuativamente perché troppo confusa.
...ed ecco, il primo appello del su citato buon senso: se è confusa lei, cara mamma, si figuri sua figlia!!?? La quale, fra l'altro, è nelle sue mani di adulta figura di riferimento.
Proviamo allora, cosa utilissima, a metterci nei panni di Sara che a 3 anni comincia, da quanto capisco, a svegliarsi alquanto irrequieta, arrabbiata, isterica, stizzosa. Vediamo i possibili motivi generali di questo scombussolamento: innanzitutto l'età, 3 anni, che è età non da poco per il bambino, di avviamento nella maturazione di nuove autonomie, di nuove forme di coscienza e consapevolezza, e anche di aspettative da parte dei genitori. Veniamo poi ai possibili motivi particolari, specifici della vostra situazione: probabilmente un inserimento alla scuola materna, la metabolizzazione dell'arrivo di una sorellina ancora piccolissima, qualche screzio fra mamma e papà. Inoltre, ci sono da aggiungere, dati per niente irrilevanti, che la bimba viene descritta da lei stessa come una che ha sempre "promesso bene", e cioè che da sempre è stata piuttosto impegnativa, e che lei, cara mamma, ha reagito e reagisce agli accessi improvvisi e inspiegabili della sua piccola con grande sconcerto.

Lo sconcerto in situazioni simili, che sia ben chiaro, è assolutamente umano e consentito, motivato e legittimo, ma quando i nostri figli ci pongono degli interrogativi che non sappiamo decifrare, ANCHE PERCHE' ENTRIAMO NOI PRIMA DI TUTTI NELLO SCONFORTO, l'unica e prima cosa da fare è cercare di capire,prima di archiviare la questione con un "... le passerà", come dice suo marito, il quale non ha nemmeno tutti i torti poiché incorpora in pieno ma esclusivamente ancora quel Buon Senso di cui poc'anzi parlavamo.
Analizziamo il comportamento di Sara: la bambina si sveglia praticamente in questo stato urlante (magari fa dei brutti sogni??? Magari non si sente ben riposata? Magari si sveglia in uno stato di nervosismo "metabolico" dovuto ad una non buona digestione od al prolungato digiuno? Ecc. ecc.), si contorce nelle lacrime, la guarda e le tende le braccia. A me dà tanto l'impressione di una bimba piccola che chiede aiuto alla sua mamma per uscire da uno stato emotivo pessimo che l'ha presa, nonostante la sua volontà o le sue possibili elaborazioni.
Fin qui niente di sbagliato, ma abbiamo a che fare con una bambina di 3 anni, che piange, e il pianto ha degli effetti devastanti sui genitori (l'ultima definizione che ho trovato sul pianto è che produce lo stesso che una "sega circolare nel cervello") e non sa ancora spiegare cosa c'è che non va. E lei, tenerissima mamma, che vuole fare qualsiasi cosa pur di sollevare la sua bimba dallo sconforto, le chiede di spiegarle e non piangere, altrimenti non può capirla...
Beh, se io fossi la sua bambina mi potrei paragonare ad uno straniero che ha assoluto bisogno di un qualcosa, parla con qualcuno e questo qualcuno non capisce un'acca.. allora sì che mi parte uno sconforto ancora più grande!

Una cosa che mi trovo spessissimo a ripetere ai genitori, e che sembra la scoperta dell'acqua calda ma non lo è affatto, è che l'essere umano nasce ed evolve tramite la primaria ed esclusiva possibilità di chiedere aiuto e fare richieste solo attraverso il pianto; però, immediatamente dopo i primi contatti coi genitori e col mondo circostante, comincia a sviluppare il sistema del linguaggio il quale, gradualmente, va a sostituire e chiarire l'incomprensibilità del solo pianto.
In poche parole, più siamo piccoli e più piangiamo per dire che stiamo male; quando siamo grandi, piangiamo sicuramente in modo meno allucinante e ci spieghiamo a parole molto di più.

Ebbene, Sara appartiene sicuramente più al primo gruppo che al secondo!
E credo anche che cominci a piangere perché si sente aggredita inspiegabilmente dallo sconforto descritto e continua perché a ciò si aggiunge l'insicurezza.
Cosa può fare lei allora, gentile mamma, e anche il papà dato che, immagino, ci si sarà trovato anche lui?
Innanzitutto, provi a rassicurare Sara, dicendole che non è successo niente, che non c'è niente che non va, la tiri un po' su, insomma. E poi ci metta un bel confine, un bel "basta", passandole il messaggio che non è il caso di farla troppo lunga se lei è lì ad ascoltarla, è disponibile ad aiutarla e le vuole tanto bene, e pericoli non ce ne sono, né mostri, né spaventi o calamità naturali. E sia assolutamente serena perché sì, i bambini crescono anche attraverso tanto disappunto, apparentemente immotivato, magari solo perché hanno voglia di piangere, e si sentono un po' esasperati dalla loro visione del mondo.
Altrimenti, le succederà, come già le accenna suo marito, di ingigantire il problema.

Infine, al di là della mia banalissima "ricetta", lei , cara signora, deve cercare ed individuare la strategia di azione che più le si confà, che più sente idonea per lei: no agli sculaccioni, no al terrorismo, no alla minaccia dell'abbandono? Va benissimo. Perché non sono i rimedi o i metodi che pongono fine alle angosce dei nostri figli, ma lo stato d'animo che attraverso di essi passiamo loro.

Molti auguri.

 


copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 2, Gennaio 2006