Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Ubbidienza ed educazione

Gentile redazione, gradirei una vostra opinione sulla necessità o meno dell'"ubbidienza" nell'agire educativo.
Vi ringrazio.

 

Gentile signore
il quesito che ci pone rimanda ad un altro, superiore sul piano logico: c'è bisogno di autorità in educazione?
La risposta è senz'altro affermativa se si tratta di "buona" autorità, che chiama ubbidienza.

Raffaello Lambruschini (un grande pedagogista del secolo scorso) ha definito l'autorità come "la legge che rispetta la coscienza". Quando l'autorità si costituisce come legge che va contro la coscienza, essa non è più autorità e la disobbedienza potrebbe addirittura, parafrasando Don Milani, diventare una virtù.

La "buona autorità" (dal greco "auxano" = far crescere), talvolta definita come autorevolezza, si riconosce per la proposizione di:

* poche regole
* chiare (ovvero comprensibili per chi deve rispettarle)
* coerenti con i principi educativi che sono stati assunti (condivisi e contrattati quando l'educando è in grado di esercitare la propria autonomia)
* alla portata di chi dovrà rispettarle.

Ciò, tuttavia, non basta: all'autorità occorre unire l'amore. La pretesa di obbedienza anche ad una regola "ragionevole" può essere rifiutata se non è comunicata in un rapporto personale "caldo", di accettazione e di desiderio di bene per l'altro.
Un educatore può avere logicamente ragione, ma essere nel torto sul piano psicologico ed umano.
Scrisse Don Bosco, grande uomo e pedagogista, a questo proposito: "Chi sa di essere amato (il giovane) ama e chi è amato (l'adulto) ottiene tutto. Occorre che i giovani, essendo amati in quelle cose che loro piacciono, imparino a vedere l'amore in quelle cose che naturalmente piacciono poco, quali sono la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi".

 


copyright © Educare.it - Anno V, Numero 11, Ottobre 2005