Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXIV, n. 6 - Giugno 2024

Ha ragione la mamma o il papà?

Mio marito vi ha mandato la seguente e-mail:

"Sono il padre (età 40a.) di due bambini di quattro e un anno che vi scrive per avere consigli su una situazione d'incompatibilità che si è venuta a creare con mia moglie (danese di 32a.) e che a mio modo di vedere si ripercuoterà negativamente sull'educazione dei bimbi.

In linee molto generiche posso dire che mia moglie è perfettamente convinta che, essendo lei per più tempo a contatto con i bambini, tutti i miei rapporti con i nostri figli devono passare attraverso lei. Mi spiego meglio con un esempio: questa sera mio figlio grande mi ha chiesto di mettere su una videocassetta, cosa che ho fatto volentieri non pensando che da lì a dieci minuti la cena sarebbe stata pronta. Pronta la cena mio figlio non è ha voluto sapere di venire a mangiare e io ho dovuto subire le accuse di mia moglie sul fatto che avrei dovuto chiedere a lei il permesso prima di decidere se mettere la cassetta o meno. Non solo, questo, sempre secondo mia moglie, avrebbe determinato una serie di effetti a cascata che avrebbero rovinato le altre cose che lei intendeva fare (doccia, leggere le favolette e a nanna).

Questa situazione si presenta quotidianamente spesse volte, se devo decidere qualche cosa che riguarda i bambini sono costretto a chiedere a mia moglie.
Moltissime volte ho cercato di affrontare il problema ma qualsiasi discussione finisce per diventare non solo inutile ma anche controproducente (visto che spesso anche i bambini sono presenti e si trovano a subire le liti di mamma e papà).

Io sostengo che, essendo il padre, devo partecipare all'educazione dei miei figli e che essendo improponibile il fatto di dovere chiedere sistematicamente a mia moglie cosa fare è normale che possa e abbia il diritto anche di sbagliare (ammesso che io sbagli!).

Concludo segnalando che mia moglie non accetta nemmeno le mie ingerenze su sue convinzioni che io ritengo dannose per i bambini per esempio è lei che stabilisce il ritmo sonno-veglia del più grande. Tante volte mi sono trovato a vedere il grandicello volere dormire ed essere svegliato "energicamente" da mia moglie (naturalmente il bambino poi piange). Non è forse più naturale lasciare al bambino la libertà di dormire quando vuole?"

Prima non volevo reagire perché la richiesta per un consiglio è una decisione e un bisogno di mio marito sulla quale io non dovrei intervenire. Però anche io vorrei vedere la nostra situazione cambiata e con questa lettera spero che voi potrete aiutarlo meglio (e cosi anche me).
Purtroppo non padroneggio bene la grammatica italiano e ho pure poco tempo per scrivervi, cosi lascerò i miei errori per quali chiedo scusa.
Prima vorrei dire di non pensare di aver la totale conoscenza sull'educazione dei miei figli, ho spesso dei dubbi e sono spesso anche consapevole degli errori che faccio. Mio marito mi ha disegnato qua invece come una sorta di mostro severo, convinta di dover seguire delle regole strette e ben precise.

In ogni caso vi ho scritto principalmente per dirvi che penso che mio marito confonde "l'educazione" con "la gestione dei ritmi quotidiani". Io penso che un genitore partecipa sempre all'educazione dei propri figli ogni momento che passa con loro. Però se come lui spende relativamente poco tempo con i bambini non è molto pratico con le loro faccende di tipo mangiare, dormire, ecc., e purtroppo questo porta tanti malintesi e confusioni.

Poi lui stesso ha scelto per una netta divisione dei compiti: lui il suo lavoro, di medico professionista, e io il mio di mamma casalinga. Lui non gli farebbe mai spontaneamente un bagnetto, un cambio, ecc. e ognuna delle poche faccende di casa che fa, vede come un favore per me. Un fatto che per me, essendo danese, è strano però accettabile visto il peso del suo lavoro (lui lavora spesso di notte e ha i turni irregolari) e la cultura da dove proviene, anche se certe volte un po' di aiuto è purtroppo strettamente necessario per mancanza di tempo o capacità. In ogni caso, sicuramente non saremo le uniche famiglie che devono affrontare questi tipi di problemi.

Questo porta però che lui spesso si ricorda faccende di un po' di tempo fa non capendo che i ritmi di bambini piccoli cambiano di mese in mese (spesso gli pare che io cambia da volte in volte per come mi conviene personalmente). Poi conoscendo le abitudini dei bambini so spesso che la loro reazione sul suo intervenire non saranno quelle che desidera lui. So che anche in questo devo dare spazio a lui però certe volte il desiderio di prevenire conseguenze negative è più grande. Purtroppo, i miei consigli per il suo gestire vengono sempre presi per attacchi sulla sua persona, quando in realtà voglio solo il bene dei bambini. Poi lui parla anche sempre di "tutte queste tue esigenze" quando in fondo si tratta di esigenze dei bambini.

Mi dispiace che lui pensa che io non lo considero uguale come partner per l'educazione dei bambini, perché io lo ammirò molto per tanti dei sui principi al riguardo e credo che noi in grande linea siamo molto d'accordo. Se non fosse così, come potrebbe nascere un rapporto tra due persone con due culture così distinte. Mi dispiace che lui si è dimenticato di tutte le discussioni costruttive che abbiamo avuto mettendo "the best of both ways" in accordo.

Per non allungare troppo su faccende che forse nemmeno sono all'ordine, vorrei concludere chiarendo l'ultimo esempio della sua lettera sul mio essere rigida e non disponibile per confronti. Si tratta delle, davvero non cosi tante, volte in cui io l'ho tenuto opportuno di non far addormentare "il grande" di pomeriggio sul divano (spesso di semplice noia), o nella macchina poco prima di arrivare a casa. Certe volte lo facevo in un modo "energico", perché non essendo veloce si sarebbe addormentato, o altre volte di nuovo "energico" nel cercare di distrarlo in un modo divertente. A volte questo risultò in un po' di pianto di lamento che spariva veloce con una proposta di andare a far qualcosa di bello e altre volte questo risultò in un vero pianto che lo stesso spariva. Se questa, più i commenti di mio marito, mi lasciava confusa, lo lasciavo dormire comunque. Momenti in cui ovviamente tenevo conto delle opinioni di mio marito.

Una nota importante con questo è che il mio figlio quando si addormenta di pomeriggio non dorme mai una semplice mezz'oretta ma sempre almeno due o tre ore. Questo lo so perché, non come mio marito fa capire, una volta partita nel sonno non lo sveglio mai, neanche ci riuscirò. E comunque certe volte ne ha proprio di bisogno (per ricuperare o per riuscire di star sveglio fino tardi se dobbiamo uscire, o nei lunghi viaggi in macchina), anche se sto notando che questa bisogno diventa sempre meno.

Tutte queste argomentazioni ho già spesso riferito a mio marito ma lui non sembra a capire. Né meno l'argomentazione più importante cioè che poi è il bambino che ne "soffrirà". Spesso mio figlio ha un po' di sonnolenza quando già siamo verso le sei di pomeriggio. Essendo che di solito va a letto verso le nove, nove e mezzo, si scombussola tutto, perché di mangiare se ne parla poi verso le nove, dieci e di logica conseguenza sta poi sveglio fino alle undici, dodici. Poi il suo sonno può essere meno profondo, per cui dorme male e l'indomani è più turbato. Non lo trovo nemmeno salutare. Un bambino della sua età dovrebbe giocare di pomeriggio e dormire di notte. Sicuramente qua le diversità di cultura ci gioca pure qualche scherzo. In Danimarca i bambini dormono di solito dalle sette in poi e tutti i miei parenti sono sbalorditi quando vedono che i miei figli alle dieci (eccitati dalla presenza dei ospiti) spesso sono ancora svegli (e figli di altri addirittura anche a mezzanotte).

So che la vostra rubrica non è per risolvere conflitti tra una coppia. Spero che non vedrete la mia lettera come una "legittima" difesa. E' solo un tentativo per chiarire un po' la nostra situazione nella speranza che potrete dare il mio marito un consiglio più ponderato. Qualche cosa mi dice che anche non avendo scritto questa lettera avreste capito comunque quale era il nostro conflitto perché mi rendo conto che siamo una dei tanti. In ogni caso il mio "intervenire" finirà qui, tranne da voi richiesta ovviamente. Spero che voi potete aiutare mio marito perché ogni mia parola diviene malintesa.

 

Gentili genitori,
la vostra esperienza, come già avete rilevato, è un'esperienza comune a molti coniugi ma tutt'altro che semplice da affrontare.
A partire da alcune vostre considerazioni mi sento di condividere l'idea che stiate attraversando un periodo di conflitto di coppia, siete in "pista " o meglio in "autopista", per usare un'analogia, votati al sicuro scontro e chissà per quanto tempo se non riuscirete a trovare il meccanismo per far fermare e per gestire la giostra e per aiutarvi a gestire e contestualizzare gli sfioramenti, gli scontri, le strategie d'evitamento dello scontro, restituendovi anche il piacere del toccarvi nella divergenza.

Desidero restituirvi, per incominciare, che la richiesta di consulenza sembra più nell'ordine del " vorremmo sapere chi ha ragione" che non nell'ordine del "come possiamo tradurre quest'esperienza di conflitto in un opportunità per la nostra, e dei figli, crescita". Sembra, inoltre, emergere dai vostri interventi una visione del fare educazione diversa e tutto sommato uguale: diversa nei contenuti ma uguale nella forma. Un'idea d'educazione unilaterale e prescrittiva.
Unilaterale perché il pensiero ricorrente riguarda la convinzione che nella relazione educativa ciò che deve avere priorità assoluta siano le esigenze del bambino, che in subordine siano quelle del genitore, e che comprendere anche le esigenze del genitore possa essere una grave mancanza nei confronti dei figli.
Prescrittiva perché si rappresenta l'educazione come un insieme d'atti che possono essere o giusti o sbagliati: è giusto o non è giusto svegliare durante il sonno, è giusto o non è giusto permettere la visione della televisione prima di cena, è giusto non è giusto offrire dei ritmi di vita stabili, è giusto non è giusto mandare a letto i bambini alle 22.00 e via esemplificando.

Il fatto è che l'educazione si ritrova in un corpus di modelli culturali, regole, bisogni, valori, affetti, relazioni, ma educare significa, prioritariamente e trasversalmente a qualsiasi paradigma educativo, dare senso all'esperienza che si vive insieme, all'esperienza che non è stata progettata, che diverge dalle nostre aspettative, che ci sembra spiacevole, che ci sembra inadeguata.

L'idea che per "fare una buona educazione" si debba sempre essere d'accordo su tutto, o prevedere tutto, o avere sempre le stesse idee, o non sbagliare mai (perché l'errore comporta danni e non possibilità d'apprendimento), o rispettare sempre le regole di vita che ci s'impone, o che si debbano rispettare sempre e solo le esigenze dei bambini, è piuttosto diffusa peccato che questa visione non tenga conto dell'impossibilità dell'essere umano di controllare completamente la realtà, le esperienze che la costituiscono e la propria relazione con queste.

Lo è prova il fatto che per quanto riteniate importante basare i vostri interventi educativi sulle esigenze dei bambini, e non sulle vostre, alla fine vi ritrovate a dover assecondare, davanti ai piccoli (ma non per molto), il vostro bisogno "immediato" di confronto/scontro. Dunque non intestardiamoci a pensare a come sarebbe bello se le cose andassero in modo diverso, se i genitori andassero sempre d'accordo, se la mamma non s'irritasse mai con il bambino, se il papà s'interrogasse sempre sul senso contingente delle proprie proposte d'utilizzo del tempo libero.

Educare alla relazione significa riconoscere e aiutare a riconoscere le possibilità che la relazione offre. La stanchezza di una mamma che si traduce nel non raccontare una fiaba offre la possibilità di tematizzare con il figlio le motivazioni di tale atto, offre un'esperienza d'incontro tra esigenze diverse, un'esperienza del limite, del contenersi, dell'aspettare, del rimandare. Non vi è un momento più opportuno di un altro per iniziare i bambini all'esperienza della relazione con persone, eventi, bisogni, problemi. Dunque non si tratta di costruire, ad esempio, delle situazioni frustranti a hoc per insegnare ai bambini a tollerare, contenere, aspettare, interrogare, cercare soluzioni, sono sufficienti quelle che la vita offre.
Vivere in una famiglia perfetta non aiuta ad elaborare l'imperfezione del mondo.

Ecco allora che quello che si può offrire ai propri figli è un'esperienza di rielaborazione e di ricerca del senso di quello che si sta vivendo insieme Giorno dopo Giorno, per tutta la vita. I genitori che manifestano disaccordo (naturalmente non parlo di disaccordi patologici) possono offrire ai propri figli il ruolo di spettatore/attore non solo del conflitto ma anche dell'elaborazione dei significati che emergono compatibilmente con le capacità di comprensione dei fanciulli.

Del resto è un po' come l'insegnamento/apprendimento del linguaggio verbale e analogico. Incominciamo a comunicare con i piccoli dell'uomo non appena nascono, li accarezziamo, gli parliamo e questo continuo intreccio di vicinanza e comunicazione li porta un giorno a stupirci con la loro prima parola, con comportamenti che mostrano la loro evoluzione nel comprenderci e nel risponderci. A nessuno viene in mente di non parlare loro, di non raccontare fiabe perché tanto non sono ancora in grado di capire. La loro capacità di comprendere va di pari passo con le stimolazioni che incontrano.

Ad entrambi vorrei suggerire quanto segue:

* Provate ad esplorare le possibilità aperte dal pensare che educare significa aiutare ad elaborare l'esperienza di relazione condivisa: i significati che emergono, le cose che si apprendono, le difficoltà che si incontrano, le conseguenze, le ambivalenze che si aprono. I vostri figli stanno vivendo, e vivranno con voi, esperienze diverse, tutte con un denominatore comune: la possibilità di imparare/insegnare qualcosa. Cosa imparare e come sarà ciò che potrete insegnare ai vostri figli tramite l'esperienza di come affronterete questa specifica esperienza, anche insieme a loro.
* Esplorate la reciproca capacità di dare senso agli interventi educativi dell'altro
* Interrogatevi sulla capacità di risignificare l'esperienza di relazione condivisa e quindi anche di fare un'esperienza di condivisione del senso trovato.

Per il Papà

Caro Papà,
l'aver saputo da sua moglie che esercita la professione di medico mi ha richiamato un'analogia tra la sua professione e la " professione " di sua moglie, che voglio condividere con lei per restituirle un nuovo sguardo sul problema che ha presentato e magari un diverso modo di trattarlo.

"...se devo decidere qualche cosa che riguarda i bambini sono costretto a chiedere a mia moglie."
Ricorda questa frase? Ebbene io le propongo di provare a darle un diverso significato.
Provi a pensare a sua moglie come ad una professionista. Così come un medico ha l'aspettativa che gli sia riconosciuto il sapere che detiene in quanto medico, che il paziente chieda a lui consiglio prima di assumere farmaci, fare diagnosi, prendere decisioni su azioni da intraprendere per la sua salute, così sua moglie si aspetta che le sia riconosciuta la sua "Professionalità", il sapere specifico che detiene. Pensare a sua moglie come ad un professionista significa agire un diverso modo di interloquire, di rappresentarsi e interpretare la relazione che si aggira attorno alle questioni educative.

Con ciò sappiamo tutti che non si ricorre al medico per qualsiasi cosa, quanti assumono aspirine per mal di testa o pomate per distorsioni senza ogni volta fare una seduta dal medico; tantissimi! E' pur vero che tale "libertà" l'hanno acquisita in virtù di precedenti verifiche col medico sul tipo di problema, sul tipo di risoluzione al problema e sul verificare la costante ricorrenza dello stesso.

Se poi si hanno dubbi a riguardo della professionalità del medico, questa è un'altra cosa! Ma anche qui si tratta di capire la natura dei dubbi, valutare l'irrecuperabilità della situazione, decidere di conseguenza. Si pensa e si verifica che il medico sbaglia le diagnosi e le terapie? Si pensa che il medico usi troppa discrezionalità? SI pensa che il medico ha modalità relazionali un po' troppo decise? A confronto con altri medici ci risulta meno piacevole? Non corrisponde alle nostre aspettative?

Per la Mamma

Cara mamma,
se a suo marito ho chiesto di agire un nuovo modo di pensare a lei chiedo di provare a pensare un nuovo modo di agire. Riprendo uno stralcio della sua lettera:
"Io penso che un genitore partecipa sempre all'educazione dei propri figli ogni momento che passa con loro. Però se come lui spende relativamente poco tempo con i bambini non è molto pratico con le loro faccende di tipo mangiare, dormire, ecc., e purtroppo questo porta tanti malintesi e confusioni".

In molte circostanze si ritiene che sia possibile far conoscere a qualcuno una realtà spiegandola e rispiegandola aspettandosi poi che quello che si è detto assuma la stessa efficacia e lo stesso valore dell'esperienza diretta di quella realtà. E' un po' come quando si cerca di convincere il proprio figlio a studiare ripetendo in continuazione che se non si impegna nello studio un domani potrà pentirsene; il domani è lontano e l'esperienza presente, che lo allontana dal gestire in un certo modo la realtà scolastica, è la sola che sappia parlare un linguaggio convincente.

Le consiglio di lasciare che i suoi pensieri e le sue apprensioni si facciano coinvolgere in nuove visioni del mondo, in nuove esperienze; incominci con il permettere a suo marito di fare un'esperienza di relazione educativa con i propri figli accogliendo il bisogno d'autonomia dello stesso. Lasci cioè che sia lui che si occupi interamente dei bambini quando torna dal lavoro; che proponga e gestisca poi gli effetti delle proposte.

Lasci che il papà scombussoli, con il suo desiderio di fare il padre e la sua poca esperienza, i tempi dei bimbi e i vostri programmi:

* il papà può fare esperienza diretta di quello che è il mondo neonatale e della prima infanzia, misurarsi, scoprirsi e scoprire esigenze, bisogni, pensieri, azioni.
* i bambini possono fare una esperienza di relazione con il papà che si presenta, per definizione, diversa da quella proposta dalla/alla mamma, un'esperienza capace di offrire opportunità d'elaborazione della diversità delle/nelle relazioni
* la mamma può scoprire i vantaggi relazionali insiti nella diversità della relazione portata dal marito.

Credo che se due individui come voi, di diversa provenienza culturale, si sono incontrati e uniti è perché avete lasciato che le diversità vi perturbassero, vi incuriosissero, vi affaticassero, vi sfinissero. Vi aiuterà sicuramente recuperare i momenti passati per riconsiderare i presenti.

Bene, a questo punto non mi resta che sperare di esservi stata utile.
Buon lavoro, dunque!

 


copyright © Educare.it - Anno I, Numero 11, ottobre 2001