- Categoria: Insicurezza, timidezza, paure
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Errori di madre?
A distanza di quasi un anno torno a chiedere un consiglio, cogliendo l’occasione per ringraziare del precedente prezioso aiuto.
Prima di esporre il nuovo problema, premetto che il precedente è stato quasi del tutto superato, lentamente, con costante impegno da parte mia nella direzione da lei indicata. E così siamo arrivati (con tanta fatica!) a recuperare il distacco sereno nei parchi, nelle feste ed ovunque. Qualche difficoltà l’ha avuta all’inizio dell’anno scolastico: il primo giorno ci sono state grosse lacrime; poi lentamente si è rassegnata. Sottolineo “rassegnata”, perché tutt’ora al mattino mi saluta non con gioia, ma con spirito di inevitabile rassegnazione.
Le rispondo ora alle domande che mi avrebbe voluto porre se fossimo stati vis a vis l’anno scorso.
I rapporti di mia figlia con gli altri adulti di riferimento sono buoni, sereni, spigliati, senza introversioni. Devo però aggiungere che a me riserva un rapporto diverso, di fiducia superiore; in altre parola nella difficoltà tende a cercare me più che gli altri. Con i nonni ha il consueto rapporto di dolcezza affettiva tipica delle relazioni tra nonni e nipoti, senza slanci particolari perché non è mai stata affidata alle loro cure dirette, se non nei primissimi mesi di vita in cui ho convissuto con mia madre che insieme a me la accudita.
Con il padre ha un buon rapporto, sereno, di sincero amore, ma devo aggiungere recuperato un po’ alla volta nel tempo. Infatti nei primi periodi di vita sono stata molto più presente io che lui. Purtroppo nella primissima infanzia il padre è stato piuttosto carente, impacciato, assente per lavoro (assolutamente in buona fede). Questo ha comportato una mia iniziale quasi esclusività, man mano scemata nel tempo. Resto però io il suo “gancio” principale nella difficoltà.
Un ottimo rapporto l’ha con la sua baby sitter: di fronte a lei io quasi non esisto più. La adora, e ne sono molto felice perché questo mi ha consentito tante volte di staccarmi dalla bimba senza preoccupazioni. Si separa da me serenamente in situazioni consolidate, dove l’abitudine ha giocato il suo ruolo. In genere è restia al distacco in situazioni nuove, anche se ultimamente c’è stata una situazione nuova in cui lei tranquillamente mi ha lasciato andare (valla a capire!).
Si addormenta, insieme con il fratellino, con me nel lettone dove io leggo ogni sera la favola della buona notte. Li lascio addormentare e poi di peso li porto nei loro letti (entrambi sono consapevoli di questa manovra, anche perché al mattino si svegliano in cameretta).
Adesso espongo il problema attuale.
Come già le ho fatto presente, è una certezza che mia figlia ha un carattere sui generis, sensibile, un pò sulle sue; preferisce i suoi giochi personali a quelli di società, oppure vuole giocare con il suo amichetto preferito (o con suo fratello) e tutti gli altri bimbi per lei non esistono. Adora gli animali: le Barbie ed i bambolotti sono sostituiti da cagnolini finti di ogni taglia e misura. Diciamo che, mentre il suo fratellino è un perfetto modello di normalità di bimbo di 4 anni, lei è tutta particolare e fatta a modo suo. E fin qui credo che sul carattere non si possa discutere o intervenire più di tanto. Ma quello che preoccupa è quando questa diversità (che brutta parola!) non le consente di allinearsi al mondo e quindi le comporta sofferenza.
Ultimamente c’è stato un incontro a scuola collettivo con una psicologa per preparare i genitori dei bambini che a settembre andranno alla scuola primaria. Condivido pienamente tutte le indicazioni che ha fornito: ha invitato i genitori ad avere comportamenti a casa in linea con quelli degli insegnanti a scuola perché il bimbo viva la propria identità alla stessa maniera nei due ambienti; in particolare ha invitato i genitori a far abbandonare ai figli le abitudini legate alla primissima infanzia (uso del biberon, passeggino, dormire nel lettone ecc.) perché con l’ingresso alla primaria si richiede un impegno ed uno stile di vita che tendono più a quello che il bimbo sarà in futuro e non a quello che è stato. Benissimo. Ma “tra le righe” io ho intuito che il messaggio era anche questo: “cari genitori, se voi a casa viziate i vostri bimbi o li trattate ancora come i neonati di mamma, non date la colpa alle maestre se poi a scuola hanno problemi di rendimento e/o di comportamento; ricordatevi che la colpa dei problemi comportamentali è sempre di mamma e papà, e non della scuola”.
Dopo questo incontro la maestra della scuola materna di mia figlia ha rincarato rimproverando mamme come me che lasciavano usare ancora il biberon (ora eliminato) o che non danno ai bimbi “una spinta in avanti” ecc. Mia figlia comunque il biberon l’ha lasciato protestando “poco”, si veste da sola, non usa il passeggino se non in vacanza quando ci sono lunghi percorsi, dorme nel suo letto anche se si addormenta con me ed il fratello ascoltando la favola... Non mi sembra che sia poi tanto indietro. Sicuramente rispetto ad altri forse lo è, ma non mi sembra in maniera tanto grave. Diciamo che le piace fare la piccola e spesso mi dice che non vorrebbe crescere, ma a questo non fa poi seguire comportamenti di stallo o regresso.
In particolare la maestra a me recentemente ha iniziato a dire che mia figlia ha qualche problema. Quando le ho chiesto maggiori dettagli, mi ha risposto che è strano che mia figlia ancora mi saluti triste al mattino o che mi voglia dare qualche bacino in più rispetto agli altri ... “considerato che ormai ha sei anni!” (me lo dice e glielo dice ogni volta che ci vede!). Oppure è strano che giorni fa abbia pianto tanto solo perché aveva il naso chiuso (“ha delle reazioni esagerate!” ha affermato).
Di questo ho chiesto spiegazioni a mia figlia la quale mi ha risposto che non riusciva a respirare. Io le chiesto come mai semplicemente non ha informato di questo la maestra e lei mi ha risposto che non l’ha lasciata parlare (o finire quello che tentava di dirle in lacrime) perché subito lei ha cominciato ad interromperla dicendole “ma perché piangi?, ma perché piangi?” e allora lei… ha pianto ancora di più!! E le ha chiesto quando sarei arrivata io!
Inoltre, la maestra mi ha detto che così come l’anno scorso ho individuato il problema di mia figlia nel fatto che avevo tardato ad andarla a prendere in palestra (senso di abbandono, tradimento della fiducia ecc.) altrettanto ora devo analizzare la vita FUORI la scuola per trovare la causa dei problemi di mia figlia (quali? Reazioni esagerate rispetto ai problemi che si presentano…).
Io posso solo dire che ultimamente io e mio marito siamo molto concentrati sulla ricerca di una nuova casa e spesso quando siamo tra noi parliamo di questo mentre i bimbi giocano tra loro (mi sto arrampicando su uno specchio?)
A me tutto questo suona come volontà di scolpare sempre e comunque di tutto quello che accade la scuola e le maestre.
Devo aggiungere che la maestra è una bravissima donna, dotata di ottimi sentimenti e sani principi. L’unico problema è che ha un po’… una pseudodurezza, una scorza dietro la quale nasconde il tenero (oltre ad un livello culturale non altissimo). Non vorrei che mia figlia, nella sua ingenuità, a volte veda solo la scorza! Mi sembra che mia figlia abbia un infondato timore della maestra. Le si blocca un po’ la parola quando la maestra le rivolge delle domande, se ci sono tende a nascondersi dietro me…
Racconto un ultimo episodio: il giorno del suo compleanno, come di consuetudine, ha festeggiato anche a scuola con un ciambellone al cioccolato corredato di candeline, pizzette, patatine e coca cola.
Il ciambellone l’ho preparato io e la sera prima avrebbe voluto provarne un pezzo, cosa da me vietata perché serviva per la sua festicciola l’indomani: “tanto domani lo mangi a scuola con gli altri!” le ho detto.
Il giorno dopo è tornata a casa contenta sì ma... con un velo sul volto che ho subito percepito: la maestra non le aveva dato un pezzo del suo ciambellone! Stavo per infuriarmi ma trattenendomi al massimo (mai parlare male dell’insegnate davanti ai figli!) e con fintissima calma le ho chiesto il perché. Lei mi ha risposto che aveva mangiato una pizzetta lasciando la crosta dura e poi ha chiesto una fetta di ciambellone. La maestra l’ha costretta a finire la crosta dura. Quando a terminato ha chiesto di nuovo il ciambellone, ma la maestra le ha risposto che era ora di sparecchiare.
Ora mi domando: mia figlia ha dei problemi o la maestra ha un comportamento che con mia figlia non funziona?
Io sono consapevole dei difetti di mia figlia e dei miei errori di madre: 1) forse l’ho tenuta troppo sotto la mia ala protettrice, forse ho lasciato che si comportasse come bimba più piccola di quello che è, l’ho affidata solo alla baby sitter in maniera incondizionata e non anche ad altri, spesso ne sono stata gelosa.
2) La bimba ha un carattere ed un modo di fare tutto suo che a volte non è linea con il contesto.
3) La maestra dal canto suo ha i suoi difetti…
Ma dov’è il confine tra queste tre variabili? Mia figlia ha dei problemi, o il problema sono io o il problema è la maestra?
Forse tutte e tre le cose, ma quale delle tre cose è la più vera in senso negativo? Dove è necessario intervenire prioritariamente?
E qual è la strada che devo percorrere per far vivere mia figlia serenamente la sua età e tutte le età che verranno?
Spero di essere stata chiara e attendo un ulteriore suo consiglio per il quale già di cuore la ringrazio.
Gentile sig.ra Susanna
La ringrazio per la sua nuova lettera e per la ricchezza di particolari con cui accompagna la sua descrizione. E’ per me un privilegio essere così ammesso a partecipare dei suoi pensieri e della vita della sua famiglia.
Anche in questa nuova richiesta trovo la sua analisi lucida e puntuale e me ne complimento.
Vorrei iniziare precisando dal mio punto di vista alcune affermazioni “di principio” che lei riporta da quello che ha sentito dire in diverse situazioni a scuola.
Innanzitutto trovo molto importante usare con assoluta prudenza i concetti della “colpa” e dei “problemi comportamentali”. I nostri bambini hanno talvolta difficoltà a corrispondere in maniera funzionale alle richieste di un certo ambiente di vita, come la scuola. In quelle occasioni il loro comportamento può mostrarsi differente rispetto a quello atteso dagli adulti ed assunto dalla maggior parte dei loro coetanei; affermare che si tratti di “problemi comportamentali” mi sembra però scorretto ed ingiusto, perché introduce una categoria rigida che (s)carica tutte le responsabilità sui bambini o sui loro genitori. Se assumiamo invece una prospettiva fluida e dinamica, le diverse situazioni possono essere lette in maniera più precisa, seppur ad un maggior livello di complessità. Prendiamo come esempi quelli che lei stessa ci racconta: il pianto per il naso chiuso e la festa di compleanno. Nel primo caso vi è un difetto di comunicazione tra sua figlia e la maestra, entrambe sono responsabili di questo seppur non in modo simmetrico: agli educatori compete sempre un più alto grado di responsabilità in virtù del ruolo e della maturità di vita che dovrebbero avere.
Anche nell’episodio del compleanno si può trovare queste parti di corresponsabilità, in sua figlia e nella maestra, sempre ad un diverso grado.
Comprenderà a questo punto come lo stesso concetto della “colpa” sia impreciso ed insufficiente; nelle relazioni educative è difficile attribuire la colpa di un fatto, di una situazione, persino di un comportamento ad uno soltanto tra i soggetti in gioco, proprio perché le dinamiche educative si sviluppano, come in una complessa partita a scacchi, tra mosse e contromosse, azioni e reazioni, in contesti differenti e multipli come l’ambiente familiare, quello scolastico e tutti gli altri con cui interagiamo.
Per questi motivi non è possibile “incolpare” la famiglia e “discolpare” la scuola, o viceversa.
In secondo luogo, vorrei soffermarmi sulla diversità che, secondo le sue parole, non consente a sua figlia “di allinearsi al mondo e quindi le comporta sofferenza”.
Poco sopra ho già espresso il mio pensiero sull’origine della diversità rispetto ad un ambiente di vita. E’ indubbio che ciò possa essere causa di sofferenza, un malessere a mio avviso della stessa natura di quello che proviamo quando si guasta un’armonia sul luogo di lavoro, quando non riusciamo a raggiungere i nostri obiettivi o a soddisfare alcuni nostri bisogni. Le offro questi esempi per “normalizzare” questo tipo di sofferenza, che trovo non solo inevitabile ma persino “educativa” nella misura in cui ci accompagna nella necessaria evoluzione da un pensiero egocentrico, nel quale il mondo dovrebbe essere a nostra misura, ad un pensiero più realistico e maturo, nel quale sono contemplate sia le soddisfazioni sia le frustrazioni, sia la morbidezza che la durezza.
Le consiglio di verificare se il suo amorevole stile educativo non sia stato teso, anche involontariamente, a questo tipo di protezione. Le suggerisco, in questa ottica, di modificare anche il rito serale dell’addormentamento, nonostante a tutti voi vada bene in questo modo. Addormentarsi sul proprio letto è un passaggio evolutivo necessario a 6 anni, affatto sbagliato molto prima. Accompagni i suoi bambini nella cameretta, legga loro la storia come sempre e poi si congedi prima che siano addormentati; anche da questa piccola separazione avranno una spinta per crescere verso l’autonomia.
Infine tento una risposta alla sua ultima domanda: data la situazione che descrive e le diverse responsabilità che identifica, dove è necessario intervenire prioritariamente?
Vede, cara sig.ra Susanna, può esistere forse una priorità definita in base alla responsabilità, ma trovo questa ricerca piuttosto sterile sul piano operativo. Sono convinto invece che il suo intervento possa concentrarsi su ciò che “in suo potere”, cioè su quegli aspetti in cui lei, con suo marito, può apportare dei cambiamenti, con la sana consapevolezza che la serenità dei nostri bambini si alimenterà, grazie al cielo, anche da fonti diverse da quelle offerte da mamma e papà, dai nonni o dagli insegnanti che negli anni si avvicenderanno.
copyright © Educare.it - Anno XII, N. 6, maggio 2012

