- Categoria: Editoriali
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Indignazione vs violenza
Bisogna tornare molto indietro negli anni per trovare qualcosa di simile, una mobilitazione sincrona di migliaia di persone in 1000 città di oltre 80 diversi Paesi del Mondo.
Un movimento variegato, neppure omogeneo sul versante generazionale, che si sente di rappresentare il 99% della popolazione, a fronte dell’1% di “super ricchi”.
Il popolo degli indignati, secondo la felice definizione coniata in Spagna, raccoglie in Italia gruppi spontanei nati sul web e sui social network, movimenti studenteschi come Unicommon e Link, vari gruppi di coordinamento dei precari, sindacati come FIOM e Cobas, giovani dei centri sociali e le varie anime del cosiddetto Popolo Viola.
Fiumi di parole hanno cercato di analizzare quello che è successo a Roma lo scorso 15 ottobre, quando tra i manifestanti sono comparsi giovani a volto coperto che hanno dato il via ad una tanto teatrale quanto gratuita rappresentazione di violenza.
Se anche noi siamo qui scriverne è per la necessità morale e culturale di distinguere nettamente l’indignazione dalla violenza.
L’indignazione va considerata in modo positivo, come espressione matura di quel senso critico e civico che nella tradizione pedagogica del nostro Paese dobbiamo far risalire almeno a Don Milani e che ritroviamo persino tra le finalità della scuola primaria. L’indignazione è il contrario della rassegnazione, sentimento greve che lascia spazio solo alla sterile lamentazione o alla fuga. Fuggono gli universitari brillanti, laureatisi a spese della collettività, perché non hanno in Italia altre prospettive che un interminabile e, spesso mal pagato, precariato. Fuggono i giovani stanchi di essere sfruttati nel nome della flessibilità, costretti nella fase matura della vita a dipendere economicamente dai genitori. Oppure ci si lamenta, quando si è persa la speranza di poter cambiare mettendosi in gioco, quando si è fatta incolmabile la distanza con le istituzioni e, ancor più, con chi detiene il potere.
L’indignazione è una reazione a queste modalità private di vivere la crisi, prende le mosse da una speranza di cambiamento che si alimenta, contagiandosi, dei pensieri e delle esperienze degli altri, di molti altri, nello stupore e nell’euforia di non sentirsi più soli ed impotenti.
Chi scrive ha avuto la possibilità di assistere in Spagna agli esordi del movimento degli indignados, alla vigilia delle elezioni amministrative di metà maggio. I presidi permanenti nel cuore delle città, i dibattiti pubblici, la produzione e diffusione di documenti, di riflessioni, il coinvolgimento di famiglie, di anziani nel nome di un comune bisogno di riappropriarsi del proprio destino attraverso quello del Paese sembravano un patrimonio lontano dall’essere disponibile in Italia.
Invece l’indignazione è montata anche nelle nostre piazze ed è fondamentale coglierla come espressione di quella cittadinanza attiva tanto agognata, via indispensabile per garantire credibilità all’ordine democratico, diversamente ridotto a farisaica architettura normativa. Certamente l’indignazione è dissenso e conflitto, ma nel significato migliore e costruttivo, quello che parte dal riconoscimento di sé, dei propri valori e bisogni e cerca legittimazione, accoglienza, ascolto. Come da anni affermano al CPPP di Piacenza, il conflitto può essere altamente educativo se gestito in modo maieutico.
In una prospettiva pedagogica, estremizzando, possiamo augurarci rapporti dialettici e conflittuali con figli e alunni piuttosto che apatia, indifferenza o rassegnazione.
Ebbene, anche per questi motivi, l’indignazione non può essere in alcun modo essere messa sullo stesso piano della violenza, tantomeno in un rapporto di continuità; non c’è solo una differenza di quantità nelle forme della protesta, ma proprio di qualità del conflitto. L’indignazione che percorre le piazze è espressione di un conflitto sociale, non ancora politico, e come tale va accolto e valutato.
Mentre si tenta di chiarire come sia possibile che solo a Roma, tra le 1000 piazze del mondo, siano comparse quelle sparute appendici violente che hanno fatto inorridire i cittadini della capitale e l’opinione pubblica tutta, occorre richiamarci alla necessità di evitare una reazione autoritaria da parte dello Stato che finisca per soffocare il desiderio di protagonismo e di partecipazione che hanno portato alla variegata aggregazione degli indignados.
copyright © Educare.it - Anno XI, N. 11, ottobre 2011

