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  • Categoria: Editoriali

Compiti sì, compiti no

Fa discutere anche in Italia la decisione del presidente della Repubblica francese, François Hollande, di avviare una riforma della scuola che prevede, tra l'altro, l'abolizione dei compiti per casa e la drastica riduzione delle bocciature. Da quello che si legge, il motivo di tali provvedimenti rincorre il principio di uguaglianza: a tutti gli studenti devono essere garantiti i progressi nell'apprendimento, a prescindere dal sostegno che possono ricevere a casa da genitori o precettori a pagamento. Un principio molto vicino a quanto affermato dall'art. 3 della nostra Costituzione.

studiareMolto probabilmente Holland ed il suo staff, fin dalla stesura del programma elettorale, avevano in mente il modello scolastico finlandese, che ha portato il piccolo stato scandinavo tra le prime posizioni nel mondo nel test PISA (Programma per la valutazione internazionale dell'allievo), in prima posizione assoluta tra gli stati europei.

In Finlandia, vi è una forte attenzione degli insegnanti agli studenti più fragili, tanto che circa il 30% degli studenti riceve qualche forma di assistenza speciale durante i primi 9 anni di scuola. Si consideri che vi è un assistente o un insegnante di sostegno specializzato ogni 7-10 alunni. Sempre in nome dell'equità. E' per questo che sono state abolite tutte le forme di competizione tra studenti; è previsto solo un esame finale al termine della scuola superiore. Le bocciature durante il percorso sono rarissime ed avvengono dopo una valutazione collegiale e specialistica, centrata non tanto sull'impegno ma sulle difficoltà in ordine all'acquisizione delle competenze.

Ed ecco: in Finlandia i compiti a casa sono ridotti al minimo.

E' dunque possibile abolire i compiti per casa?

Non vi può essere una risposta semplice ad una questione complessa.
Si consideri innanzitutto che i compiti per casa sono conseguenti ad un certo tipo di insegnamento: quello trasmissivo, centrato più sull'insegnante che sullo studente. In altre parole, nella scuola Italiana, già dalla primaria (purtroppo) è più importante il programma, quello che si spiega, di quello che gli alunni conoscono già o che stanno imparando. La cartina di tornasole di questa impostazione didattica è data dai casi in cui ai genitori tocca spiegare quello che bambini e ragazzi non hanno compreso a scuola (!). L'introduzione della valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (INVALSI), a nostro avviso, non ha fatto altro che rafforzare questo modello: in casi estremi si è verificato che tutto l'insegnamento è stato finalizzato al miglior risultato nelle prove INVALSI.

In secondo luogo, si registra in Italia una lenta deriva, più o meno consapevole, verso un modello di scuola clinica, capace di intercettare gli alunni deboli o con difficoltà (vedasi, ad esempio, gli screening sulla dislessia) ma non per fornire un aiuto direttamente in classe ma, piuttosto, per indirizzarli verso percorsi diagnostico-riabilitativi extrascolastici, che finiscono spesso per diventare uno stigma o una giustificazione al disimpegno, tanto degli alunni coinvolti quanto degli insegnanti che dovrebbero lavorare per il loro recupero.

In definitiva, per rinunciare definitivamente ai compiti a casa si dovrebbe rivedere profondamente la didattica e la preparazione degli insegnanti: occorrerebbe fare della scuola il luogo dell'esperienza, del confronto, dell'individualizzazione. Non si tratta di mera utopia, come esempi illuminanti anche nella storia del nostro Paese ci hanno mostrato, dalla Scuola di Barbiana alle attuali Scuole Waldorf.

Se i compiti si devono fare ...

Nella situazione attuale della scuola pubblica italiana, una soluzione percorribile può essere quella di distinguere, tra i compiti per casa, le consegne esecutive, come esercizi, problemi, disegni, componimenti, traduzioni, dalle attività di studio. Le prime possono essere fatte a scuola, sotto la diretta supervisione degli insegnanti; ciò dovrebbe essere già prassi normale nelle scuole organizzate a tempo pieno. Lo studio, invece, che è finalizzato all'interiorizzazione dei contenuti disciplinari, richiede applicazione reiterata e distribuita nel tempo, per cui è necessario dedicarvisi anche a casa, ma questo non prima della terza classe.

In nessun caso il compito per casa deve essere sentito come una punizione dagli alunni e come un peso da mamme e papà, che si riassume nell'espressone: «che fortuna, oggi non ho compiti!». Questi vissuti allontanano dal desiderio di apprendere. Lo sanno bene quei genitori i cui figli sono stati avviati alla "lettura come compito per casa", fin dalle prime classi: molto raramente essi hanno il piacere di leggere o la curiosità di esplorare i "tesori" di una biblioteca.

Non è importante il dove, ma il come

Un ultimo aspetto di questa complessa questione riguarda non tanto dove si fanno i compiti, ma come si fanno, in relazione all'età ed alle caratteristiche dello studente.
Per studiare occorre un ambiente di apprendimento: la casa può essere dispersiva (tv, cellulari, computer, altri fratelli), ma anche la classe può essere distraente se non è ben gestita. Vanno considerate poi le differenze individuali; vi sono bambini che apprendono meglio in gruppo, altri in solitudine.

A queste prime condizioni occorre aggiungere la necessità di un tutor nei primi anni di scuola, fino all'autonomia (IV°-V° elementare): è questa la funzione che dovrebbero avere i genitori e che, nel caso in cui i compiti vengano svolti a scuola, dovrebbe essere garantita dagli insegnanti o da altri assistenti. Senza queste minime condizioni pedagogiche, il dibattito su dove sia meglio fare i compiti diventa sterile esercizio dialettico.

In tutti i casi, ai genitori spetta la responsabilità e, ci auguriamo, il gusto di supervisionare l'andamento scolastico, di incoraggiare i figli e di stimolare – in collaborazione con gli insegnanti – la voglia di imparare e di scoprire il mondo.

 


copyright © Educare.it - Anno XII, N. 11, Ottobre 2012

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