- Categoria: Editoriali
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Valori fondanti cercasi
Sono tempi caratterizzati da una grande "fragilità".
E’ quello che Raffaele Simone definirebbe un "fenomeno vago", cioè una condizione di cui tutti avvertono la presenza ma che non si lascia ridurre a cifre e tabelle, non affiora sotto forma di dati palpabili e obiettivi. A meno che non si individuino alcuni indicatori: a livello macro, la tensione internazionale e le sue barbarie, la conflittualità aperta a livello politico e sociale, le massicce epidemie che stanno interessando sia le persone sia gli animali, un pianeta sempre più sofferente alle aggressioni ed allo sfruttamento sconsiderato.
A livello privato, individuale, dobbiamo confessarci i sentimenti di insoddisfazione, di ricerca di alternative, a volte radicali, a volte impraticabili; la voglia di cambiare, di uscire dal quotidiano, per una serata, per un week-end, per una vacanza o una seconda adolescenza…
Fragilità ed insicurezze da cui ci ripariamo come siamo capaci: con la ricerca di beni materiali, di mode rassicuranti, con l’appagamento dei bisogni di base: sicurezza, appartenenza, riconoscimento…
Lo sanno bene i creatori di pubblicità, per mestiere fini interpreti delle pieghe nascoste dei nostri tempi.
Lo comprendono con altrettanta verità i nostri figli ed i nostri alunni, mentre assistono impotenti alle confusioni ed alle incoerenze di chi dovrebbe essere per loro modello di umanità e cultura.
E così, a loro volta, crescono fragili. Una fragilità diffusa e pervasiva, che tra i ragazzi e le ragazze di oggi assume molteplici forme: disorientamento e poca capacità autorganizzativa, disinteresse o bassa motivazione verso lo studio e la lettura, scarsa tolleranza alle frustrazioni, rapporti interpersonali ed affettivi improntati al consumo o all’aggressività, ricerca smodata di "oggetti di culto" (dall’abbigliamento griffato all’ultimo telefonino …).
Un quadro pessimistico ed esagerato? Ce lo auguriamo, ma qualcosa di verosimile ci deve essere se persino un mensile di divulgazione scientifica dedica la copertina di questo mese ad una delle questioni più cruciali: "quale scopo ha la nostra vita?".
In altre parole, il sentimento diffuso di provvisorietà e di precarietà (la "fragilità") va probabilmente affrontato secondo modalità meno palliative di quelle che, più o meno consciamente, stiamo mettendo in atto.
Se è vero che esistono cose di cui abbiamo bisogno per vivere (comprese le necessità fondamentali di sicurezza, appartenenza, riconoscimento …), dobbiamo ammettere che esiste qualcos’altro, forse di meno necessario ai fini della sussistenza fisica, ma senza il quale non vogliamo più vivere, perché verrebbe meno il senso della nostra esistenza quotidiana e ogni agognata prospettiva di felicità.
Avere qualcosa che vale, di immodificabile - cioè fuori dalle mode passeggere -, forse non tanto qualcosa di assoluto (la caduta delle ideologie ha infranto questa speranza), ma certamente qualcosa cui si attribuisce valore, prima a livello individuale poi di comunità.
Facciamo un esempio pratico. L’onestà e la rettitudine di un uomo, la fedeltà alla parola data possono essere concetti cui attribuire valore, oppure no. Se in Giappone la perdita dell’onore rimane una delle principali cause di suicidio, nel nostro Paese quando si parla di "uomo d’onore" si pensa tutt’al più alla mafia; gli stessi "onorevoli" parlamentari nostrani sembra non siano soliti usare l’onore e la rispettabilità come valore fondante le relazioni tra gli uomini.
Un altro esempio: negli Stati Uniti esiste una concezione della responsabilità individuale che porta in carcere per lunghi anni l’amministratore che falsifica i conti della propria società. In Italia il reato è stato recentemente depenalizzato: chi ha truffato paga una multa e può continuare a operare indisturbato, persino con il plauso della comunità finanziaria.
La questione, di nuovo, è ciò a cui si attribuisce valore. Ed il problema è che senza valori fondanti e condivisi si vive nella provvisorietà, i rapporti sono aleatori, l’educazione impossibile.
Abbiamo già avuto modo di scriverlo: ogni proposizione che si qualifica come "educativa" deve avere in sé una componente deontica, cioè un riferimento valoriale che permetta di affermare che qualcosa (un’intenzione, un atteggiamento, un comportamento …) è giusto o sbagliato, positivo o negativo, preferibile ed opportuno o inopportuno.
Valori fondanti. Diciamoceli, scriviamoceli, insegnamoli ai nostri giovani, pretendiamoli dai nostri rappresentanti istituzionali, sorvegliamoli in modo che non vengano oltraggiati.
Da quali cominciare? Da quelli affermati dal diritto naturale e da quello positivo, per esempio. O più semplicemente dal rispetto per la vita, in tutte le sue forme; dal dialogo come massima possibilità di crescita personale e sociale; dalla benevolenza e dalla solidarietà verso il prossimo e, se vogliamo, anche dal senso dell’onore.
Senza questi valori, io non voglio vivere.

