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  • Categoria: Editoriali

Venti d'Europa sulla scuola

Riprende la scuola. La Riforma voluta dal ministro Moratti è delineata ed in via di applicazione, i dissenzienti sembrano aver abbassato la voce di fronte all’ineluttabilità di un processo di trasformazione che, piaccia o no, va avanti comunque.
La nuova scuola andrà valutata secondo i frutti che saprà portare.
Ma quali?
La tradizione pedagogica la ha assegnato da sempre obiettivi di acculturazione e di educazione sociale e civica. Oggi però sull’istruzione pesano in modo forte le necessità connesse con scenari economici e dinamiche occupazionali che vanno oltre i confini nazionali.

Forse non tutti sanno che i Capi di Stato e di Governo degli Stati dell’Unione hanno definito - prima a Lisbona nel 2000, poi a Stoccolma nel 2001 ed a Barcellona nel 2002 - un obiettivo strategico di sviluppo macroeconomico: avere nell’Europa del 2010 l’economia più competitiva e dinamica al mondo, con più e migliori posti di lavoro e maggiore coesione sociale.
La strada obbligata verso questo traguardo passa per l’istruzione e la formazione professionale dei vari Paesi membri, che si sono impegnati a raggiungere a questo riguardo alcuni risultati, definiti benchmark chiave.
Tra tutti, qui sottolineiamo l’obiettivo di innalzare all’80% la popolazione attiva con un livello d’istruzione secondaria superiore.
Nell’Europa dei 15, l’Italia occupava posizioni medio basse: che sia stata proprio la necessità di ridurre la dispersione scolastica e di innalzare – almeno nella forma – la scolarità degli italiani ciò che ha motivato, al di là delle ragioni pedagogiche, alcune innovazioni della scuola come il portfolio delle competenze e la biennalità delle verifiche sommative?
Mentre procediamo con piedi malfermi verso le novità della Riforma, sforzandoci di intravederne le conseguenze sul piano educativo-didattico ed organizzativo, dal Portogallo giunge una novità in grado di mettere in discussione le ultime storiche certezze.
I "cugini" portoghesi, che hanno il più basso livello di istruzione tra i vecchi Stati dell’Unione con circa il 70% dei cittadini fermi al primo grado di scuola, si sono fatti promotori infatti di una proposta alquanto creativa.
A Verona, nel corso del Forum Europeo della Formazione Professionale (novembre 2003) – presente il sottosegretario all’Istruzione Valentina Aprea -, la rappresentante del Portogallo Elisabetta Brigadeiro ha contestato la riduzione del livello di conoscenza al grado di istruzione conseguito.


La vita, nella sua molteplicità di stimoli e di occasioni culturali, sociali, lavorative, è in grado di formare al pari o più di un percorso scolastico. Da ciò la necessità di procedere alla certificazione dei saperi impliciti che una persona possiede. Quindi non solo esami di licenza, di diploma o di laurea ma anche riconoscimento formale delle abilità e delle competenza acquisite per passione, per hobby o grazie all’esperienza.
A quanto si sa, per il momento si tratta di una sperimentazione ma che potrebbe avere una portata sconvolgente: la società della conoscenza tanto auspicata si costruirebbe anche al di fuori delle aule e delle accademie.
Ne esulterebbero i descolarizzatori e tutti colori che sostengono i limiti dell’istruzione tradizionale. Avrebbero ulteriore credito i movimenti che, soprattutto nei Paese anglosassoni, sostengono l’opportunità della home education o homeschooling (circa un milione e mezzo di alunni negli Stati Uniti), ovvero l’istruzione domestica impartita dai genitori, da gruppi di genitori o da precettori privati.
Di fronte a tali prospettive la nostra scuola finisce per essere fortemente disorientata, come ben sanno le donne e gli uomini che vi lavorano.
Dopo aver gradualmente rinunciato alle certezze della cultura classica, sotto le spinte della società globalizzata, la scuola si trova investita oggi di richieste molto contraddittorie: deve essere luogo dell’istruzione, della promozione educativa ed addirittura della prevenzione primaria (vedasi gli Obiettivi generali della Scuola Media); oppure istituzione a servizio dello sviluppo economico del Paese? O, peggio, scuola dispensatrice di un sapere "diffuso" e perciò superata dal rapido correre dei tempi e dai più penetranti mezzi di comunicazione di massa?
Comunque sia, alla scuola del terzo millennio - a nostro avviso - rimane assegnata una grande fondamentale (e - purtroppo - sempre più esclusiva) missione: alfabetizzare le giovani generazioni sui temi della convivenza civile e della convivialità delle differenze.
Ci rendiamo conto che in questo modo finiscono per prevalere gli aspetti di socializzazione su quelli di apprendimento, ma se oggi vi è, parafrasando Platone, "un dappertutto che istruisce", rimane insoluto un grande bisogno di aiutare bambini e ragazzi a crescere capaci di dialogo e comprensione reciproca.


copyright © Educare.it - Anno IV, Numero 10, Settembre 2004