- Categoria: Editoriali
- Scritto da Luciano Pasqualotto
Con gli occhi dei bambini
La realtà cambia a seconda della prospettiva da cui la si osserva. E’ palese che economisti, strateghi e politici di ogni sorta, dal loro punto di vista, vedano un mondo che alla maggior parte delle persone è sconosciuto. Ma è da quella prospettiva che vengono prese le decisioni che influenzano, anche drasticamente, la vita di milioni di individui. E’ quella realtà, per molti incomprensibile, che viene raccontata nelle pagine dei giornali.
Riteniamo che sarebbe non solo interessante ma persino necessario cercare, almeno qualche volta, di guardare il mondo con gli occhi dei bambini, cosicché grazie a quello sguardo privo di calcoli e dietrologie ci sia permesso di recuperare un senso delle proporzioni su ciò che succede intorno a noi. Gli adulti che ci hanno provato non sono stati capaci di trattenere lo stupore e di rivedersi criticamente in profondità. Tra tutti ricordiamo Janusz Korczak, che ha dedicato la sua vita ai bambini orfani ed abbandonati nella Polonia occupata dai nazisti, per morire nel campo di concentramento di Trzeblinka con i suoi piccoli protetti. In pagine piene di poesia e di amore per l’infanzia, ha scritto anche che gli adulti non sono all’altezza dei sentimenti dei bambini e devono fare ogni sforzo, “alzarsi in punta dei piedi”, per non ferirli.
Proviamo allora “in punta dei piedi”, tristemente stimolati dalla drammatica cronaca di questi giorni, ad immaginare che cosa potrebbe vedere e pensare un bambino siriano o iracheno che lascia la sua casa, sempre più spesso senza i genitori, per affrontare un lungo esodo che lo porterà in Europa. Che cosa si chiederà di fronte alla brutalità dei mercenari, alle sevizie dei poliziotti, alla fame ed alla sete, alla paura? Ed una volta imbarcato sulle tristemente famose “carrette del mare”, che effetto avranno su di lui i lunghi giorni sotto il sole in mezzo al mare, con l’acqua ed il cibo che finiscono troppo presto, mentre alcuni suoi compagni di sventura ne soffrono fino a morirne? E poi, quando finalmente sente qualcuno lanciare segnali di speranza, nell’aria ammorbata dai prodotti biologici di quell’umanità costretta per giorni nello spazio angusto dell’imbarcazione, che colore prende il mondo? Ci sarà ancora traccia di quell’entusiasmo proprio dell’età fresca della vita, quando le novità hanno facilmente le tinte calde della felicità? La prima mano amica è rivestita di lattice, il primo volto nascosto da una mascherina: appartengono ai marinai italiani dell’Operazione Mare Nostrum, che instancabili corrono in soccorso dei disperati del mare. Sono gentili, ma dicono cose incomprensibili. E’ questa l’Europa che gli è stata raccontata per convincerlo a lasciare tutto ciò che fino a quel momento aveva potuto conoscere? Poi di nuovo mare ed una nave, più grande e confortevole, finalmente acqua da bere e qualcosa da mangiare e per coprirsi. Fino allo sbarco, dove non c’è ancora niente di “normale”, che consenta di smaltire l’adrenalina accumulata in quel lungo viaggio della speranza: niente che abbia gli odori ed i sapori della protezione e della quiete, quella che si prova nell’abbraccio caldo della mamma o del sentirsi, finalmente, a casa. I migranti sono moltissimi, mettono in difficoltà le strutture di accoglienza, talvolta sembra di essere come in prigione: che cosa resta dei sogni fantasticati guardando il cielo stellato? Certo si può sopravvivere ai propri sogni, ma a qualche prezzo?
Altro scenario, la striscia di Gaza. Da giorni non è più possibile uscire in strada a giocare, perché arrivano all’improvviso gli aerei israeliani e lanciano bombe che fanno tutto quel rumore e polvere. Non è la prima volte che succede, ma su queste cose è difficile farci un’abitudine. In questi momenti sembra quasi di vivere trattenendo il fiato: niente giochi, né scuola, né quei crocicchi tra gli adulti in cui si parla, si ride e si scherza. Anche la corrente elettrica va e viene così niente Tv e computer. Invece ricorre il suono delle sirene che annunciano i bombardieri, a qualunque ora del giorno e della notte. Quello che spaventa di più è l’apprensione di mamma e papà, che cominciano a gridare e che cercano riparo. Che cosa pensano in quei momenti i bambini palestinesi? Che cosa provano quando l’allarme è cessato e si contano le morti e le distruzioni? Quando le bombe si portano via qualcuno che conoscono o, peggio, un compagno di scuola o di giochi, che colore assume il mondo? Quello nero della paura? O rosso della rabbia? Quando si perde la casa e si rovista tra le macerie alla ricerca di un giocattolo o di un libro, che cosa passa nel cuore?
Potremmo porre interrogativi analoghi per i bambini del centro Africa che vivono con la minaccia di essere strappati ai genitori per diventare guerriglieri; o alle giovani studentesse nigeriane rapite dagli estremisti islamici di Boko haram in Nigeria. E così per tutti gli altri ragazzi ed adolescenti di cui spesso non abbiamo notizia nel Sud del Mondo, sfruttati, maltrattati, venduti.
Gli occhi dei bambini ci mostrano incessantemente che non c’è futuro senza giustizia e senza pace. Dobbiamo continuamente ricordarci che il futuro appartiene ai bambini, anche a quelli che oggi sono ai margini di un sistema economico e diplomatico che li rende vittime. E’ a loro che deve andare ogni nostro sforzo educativo, politico ed etico, mentre facciamo attivamente la nostra parte per costruire un mondo più giusto e pacifico.
copyright © Educare.it - Anno XIV, N. 7, luglio 2014
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