Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXVI, n. 3 - Marzo 2026

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  • Categoria: Editoriali

A Natale, cercare la luce e scegliere la pace

natale 2025C’è un rumore di fondo che accompagna i nostri giorni. Non è il silenzio della pace, ma il clangore sommesso degli armamenti che crescono, si accumulano, si giustificano. È un rumore reso accettabile, normalizzato, persino raccontato come necessario. Come se la follia delle armi fosse una forma di razionalità superiore, una prudenza adulta. E invece è il segno più evidente di una resa: la resa del pensiero, della parola, della politica come costruzione di futuro.

Viviamo immersi in narrazioni che semplificano il mondo fino a renderlo una caricatura. Buoni da una parte, cattivi dall’altra. Storie lineari, rassicuranti, facilmente condivisibili. In queste storie non c’è spazio per la complessità, per la storia lunga, per le responsabilità intrecciate. È una pedagogia rovesciata: invece di educare al dubbio, all’ascolto, alla fatica di capire, addestra alla tifoseria morale. E quando il mondo diventa una partita, la guerra non è più una tragedia: è solo un risultato.

In questo paesaggio narrativo, la tragedia del popolo palestinese scorre come un fiume carsico: ogni tanto riaffiora, ma subito viene ricoperta da altre urgenze, da altri titoli, da altre indignazioni selettive. Decenni di occupazione, di vite sospese, di infanzie ferite, raccontati a frammenti, senza contesto, spesso senza empatia. L’indifferenza dei Paesi occidentali non è solo geopolitica: è culturale, simbolica, educativa. È l’abitudine al dolore altrui quando non ci riguarda direttamente, quando disturba troppo le nostre certezze.

Qui si insinua una parola scomoda, ma necessaria: stupidità. Non come insulto, ma come condizione diffusa. Stupidità come superficialità, come rinuncia ad approfondire. Stupidità come incapacità di tenere insieme più livelli di lettura, di sopportare l’ambiguità, di riconoscere che la realtà non sta mai tutta in uno slogan. È una stupidità che non nasce dalla mancanza di informazioni, ma dall’eccesso di informazioni non pensate. Un rumore che copre il pensiero critico, che rende pigro lo sguardo e veloce il giudizio.

Eppure, proprio qui, prende forma un’altra parola: resistenza. Non la resistenza delle armi, ma quella più faticosa e meno spettacolare del pensiero. Resistere alla semplificazione. Resistere alla logica dell’inevitabile. Resistere alla tentazione di scegliere una parte senza comprendere il tutto. Resistere significa continuare a credere che educare sia un atto politico nel senso più alto: costruire coscienze capaci di leggere il mondo senza ridurlo.

Resistere, oggi, è un gesto caparbio. È piantare semi di giustizia in un terreno che sembra arido. È parlare di pace quando la pace non fa notizia. È ricordare che ogni vita ha lo stesso peso, anche quando le mappe del potere dicono il contrario. È rifiutare la pedagogia della paura e dell’odio, per praticare quella della responsabilità e della cura.

Educare, allora, non è solo trasmettere saperi, ma custodire l’umano. È tenere accesa una luce mentre, intorno, si moltiplicano le ombre. È scegliere la profondità contro la stupidità, la complessità contro la propaganda, la pace contro la rassegnazione.

Che questo periodo difficile non ci rubi la capacità di sperare. Che la pace non resti una parola fragile, ma diventi un orizzonte praticabile. A chi legge, a chi educa, a chi resiste nel silenzio quotidiano, l’augurio di non smettere di pensare, di sentire, di costruire. Perché solo così, ostinatamente, un mondo più giusto e più pacifico può ancora nascere.

Buon Natale dalla Redazione di Educare.it


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