Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXVI, n. 3 - Marzo 2026

Stop the genocide poster

La protesi del sé: se lo smartphone diventa una trappola neurobiologica

dipendenza smartphone"Sono dipendente dal telefono, sono ludopatico, lo ammetto e non riesco a smettere". "Prof, mi sento male perché non riesco più a fare niente senza telefono, neanche a dormire o mangiare. Aiutami!". Queste non sono ipotesi sociologiche, ma grida d’aiuto che raccogliamo ogni giorno tra i banchi. I nostri studenti lo scrivono nei temi, ce lo sussurrano durante l’intervallo. Ci chiedono, esplicitamente, di essere salvati da se stessi.

Le dipendenze hanno cambiato forma: si sono smaterializzate, passando dallo stato fisico a quello dell’etere, ma non per questo sono meno feroci. Hanno un impatto neurobiologico difficile da sradicare perché la "sostanza" non è illegale, non va cercata in angoli bui: è sempre con loro, in tasca, nello zaino, appesa al collo come la più tragica delle armi. È diventata una protesi di cui non sanno più liberarsi perché mancano loro gli strumenti per farlo.

Viviamo in un mondo contaminato: dopo i gas serra, siamo passati all'inquinamento delle immagini. Pornografia accessibile a chi è ancora un bambino, linguaggio impoverito, algoritmi ingannevoli. In questo scenario quasi apocalittico, dove i confini tra adulto e minore si confondono, la responsabilità educativa rimane l'unico argine. Dobbiamo avere il coraggio di spegnere gli schermi. Dobbiamo farlo noi per primi, fin dall'infanzia dei nostri figli, sforzandoci di "esserci" senza il filtro di un display. Dobbiamo avere la consapevolezza di essere caduti anche noi nella trappola e cercare di non tramandare questo cappio che poi si stringerà intorno ai loro corpi molto precocemente.