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L'enuresi di ritorno

Enuresi infantileIn ambito pedagogico o clinico, l’enuresi di ritorno (o secondaria) viene comunemente utilizzata per indicare la ricomparsa di perdite involontarie di urina dopo un lungo periodo di controllo già acquisito (in genere, almeno 6 mesi). A differenza dell’enuresi primaria (nella quale il bambino non ha mai raggiunto il pieno controllo della funzione vescicale), quella di ritorno è spesso un campanello d’allarme per cause di natura emotiva, fisiologica o psicologica. Si tratta di un comportamento regressivo – il bambino che aveva già raggiunto una propria autonomia compie un “passo indietro” a livello comportamentale – e che va quindi affrontato come tale, non come una forma di inerzia o di noncuranza, in quanto dietro ad ogni tipo di regressione (sia essa enuresi, encopresi, irritabilità, gattonamento o linguaggio infantile) si celano piccole avvisaglie, come vissuti di stress, ansia, o esperienze traumatiche. Anche un grande cambiamento, come l’inizio della scuola o la nascita di un fratellino o di una sorellina, possono avere un impatto importante a livello emotivo e provocare delle reazioni inconsce che spingono il bambino a chiudersi in delle “zone di comfort”, ossia schemi comportamentali che infondono sicurezza. Non si tratta di semplici capricci, né di fallimenti educativi ma, semplicemente, di piccole richieste di aiuto.

Mettersi nei panni di un bambino, tuttavia, non significa perdere di vista la fatica di un genitore che, a sua volta, sta affrontando una sfida esistenziale con altrettanto carico emotivo. E’ comune che l’adulto, crescendo, perda consapevolezza di alcune dinamiche infantili o che addirittura provi frustrazione nel doverle affrontare, arrivando a sfiorare il cosiddetto burn out genitoriale, in cui la stanchezza cronica e mentale riducono la tolleranza del genitore. Questo avviene perché un individuo adulto ha già interiorizzato una serie di modifiche comportamentali e agisce secondo criteri più razionali e articolati che si scontrano con le risposte spontanee del bambino, dettate da eventi che, sebbene possano sembrare irrilevanti, causano stress cronico e stanchezza emotiva.

L’adulto, dunque, proietta sul bambino capacità di autocontrollo che, il cervello infantile – ancora in via di sviluppo – non possiede. Il gap comunicativo che ne consegue può provocare una frattura relazionale che rischia di manifestarsi anche in altri ambiti della vita. In questi casi, quindi, l’intervento educativo non deve solo mirare alla correzione comportamentale del bambino, ma anche alla formazione di uno sguardo consapevole e attento alle sue esigenze, in cui il “guadagno” metodologico è duplice: da una parte aiutare il bambino a superare un momento di regressione, dall’altra passare dalla reazione (rabbia o punizione) alla comprensione. In questi casi, un educatore esterno si pone come una sorta di facilitatore, un ponte tra il bambino e la famiglia che traduce il sintomo in bisogno, individuandone le cause e le opportune soluzioni educative. È proprio questa, dunque, la sfida della pedagogia moderna: recuperare il proprio dizionario “infantile” e ri-alfabetizzare gli adulti alle e emozioni dei piccoli, gettando le basi per una relazione sana, fondata su un ascolto che sappia andare oltre le parole.


 copyright © Educare.it - Anno XXVI, N. 3, Marzo 2026