Educare.it - Rivista open access sui temi dell'educazione - Anno XXV, n. 12 - Dicembre 2025

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  • Categoria: Racconti

Due topini in biblioteca

topini bibliotecaUn giorno la mamma, mentre mi stava accompagnando a scuola, mi accennò: “Lo sai Mattia, la scuola era…” “Dai dimmi mamma, allora dimmi!” la interruppi frenetico. Ma lei rimase in silenzio, non volle continuare a parlare e io non capivo il perché… Qualche giorno dopo, mentre stavamo uscendo dal portone di casa, la mamma si fermò perché non riusciva a trovare le chiavi della macchina. Rovistava nella borsa, toglieva ogni cosa ma sembrava non esserci niente da fare: le chiavi erano sparite. Allora mi chiese:” Mattia, hai visto dove ho messo le chiavi della macchina?”, e aggiunse:” Vuoi vedere che oggi facciamo tardi a scuola?”. “Ah sì?” risposi io, felice, “allora oggi posso stare con te mammina, così ti aiuto a trovare le chiavi! Oh come sono contento! Perché non mi parli di quello che l’altro giorno non mi hai detto?” “Dai Mattia, ora non è il momento di fare certi commenti”. “Ma se trovo le chiavi, mamma, tu me lo dici quel segreto?” “E va bene” brontolò la mamma.

A quel punto, disse Mattia con un sorriso furbetto: “Oh, guarda mamma, ho visto delle chiavi”. “Dove? Dimmi!” rispose la mamma. “Le ho viste vicino al tombino” aggiunse Mattia. “Ma quale tombino? Quello che si trova vicino alla fontana del giardino?” incalzò la mamma. “Sai, di solito lì ci sono dei topini molto piccoli e di tanto in tanto ci gioco un po’. Oh come sono carini! Tra l’altro c’è anche un topone grande che non appena mi vede fa “squit squit” e quando mi allontano mi viene dietro. Alcune volte, quando corro a casa, lui si ferma e fa “squit” così forte che mi fa tanta paura; allora io di botto chiudo la porta e solo così mi sento al sicuro.” “Cosa fai, tu????” gridò la mamma, poi aggiunse: “Va bene per ora troviamo le chiavi, poi parleremo dei topini e degli altri topi. 

Dove le hai viste?” “Te l’ho detto mamma, sono vicino al tombino. Ti sono cadute per terra mentre le stavi cercando nella borsa, così le ho prese e le ho messe nel mio zaino; volevo farti uno scherzo per stare un giorno a casa con te”. “Dai Mattia, ora per favore tira fuori le chiavi e sbrighiamoci, altrimenti se mi vede la preside mi chiede come mai ti ho accompagnato tardi e se è successo qualcosa.” “Mamma, allora tu conosci la preside?” “Certo che la conosco, non solo la preside ma anche la bibliotecaria e Matilde, la sua assistente, e anche alcune maestre e maestri. Questa era la mia scuola ed è qui che ho fatto tutti e cinque gli anni delle elementari.” “Quindi è questa la scuola che frequentavi da piccola, mamma?” “Sì”.

La mamma non solo conosceva alcune persone della scuola, ma era contenta che anche il figlio andasse nella stessa scuola che lei aveva frequentato da piccola! Ora che Mattia si trovava lì, tutti sapevano che era il figlio di Elena! “Oh povero me!” pensò. Ora capiva perché quasi sempre, ogni mattina non appena arrivavano davanti la scuola, la mamma gli faceva tante raccomandazioni: “Ti raccomando Mattia, stai attento quando il maestro spiega, non disturbare i compagni, tieni sempre chiuso l’astuccio sul banco, soprattutto quando non ti serve, e stai attento a non farlo cadere. Se ti cade farà tanto rumore e poi devi raccogliere tutto il materiale sparso, quindi si perde tanto tempo per la lezione. Ti raccomando di non far cadere la borraccia dell’acqua, e non bere velocemente, non stare attaccato come se fosse un biberon.” “Ma che dici mamma!”, “Dai mamma, ora sono grande non preoccuparti!”, rispondeva sempre Mattia. 

Lui rassicurava sempre la mamma quando lo accompagnava a scuola, ma dopo essere entrato in classe di tanto in tanto si distraeva o si alzava dal banco perché gli cadeva la penna. A volte gli cadeva l’astuccio e doveva raccogliere quello che era andato a terra oppure gli capitava di bere spesso alla borraccia come un cammello e di perdere tempo. Tutto ciò accadeva soprattutto quando Mattia sentiva parlare alcune insegnanti. Le voci che gli facevano assumere un comportamento più birichino erano due: una talmente stridula che, non appena la sentiva, automaticamente le orecchie si chiudevano, ed una rauca che gli conciliava il sonno. Ma poiché non poteva dormire sul banco, per tenersi sveglio Mattia faceva dei disegni un po’ buffi. Disegnava mostri e animali che si trasformavano ora in topi ora in scimmie, e man mano che li completava esclamava: “Oh che meraviglia!”.

Fu proprio in questa circostanza, in una delle tante pigre mattinate scolastiche, che improvvisamente Mattia sentì l’urlo del maestro: “Cosa stai facendo, Mattia?” Tutti i compagni di classe si girarono e lo guardarono, sbellicandosi dalle risate per le sue monellerie. E così, dopo l’ennesimo richiamo, il maestro lo spedì fuori dalla classe e Mattia rimase all'esterno dell’aula almeno un’ora. Nel tempo in cui rimase fuori, dovette stare attento non solo a non farsi vedere dalla preside o dalla bibliotecaria, ma anche dalla signora Matilde, l’assistente della bibliotecaria, che era molto amica della mamma. Per evitare di essere visto Mattia si nascose in un ripostiglio che si trovava in biblioteca; lì c’era una porta che gli permetteva di poter uscire nel giardino, dove c’era un orto botanico, con alti alberi e una fitta vegetazione. Era un posto tranquillo dove si potevano fare tante cose senza essere visti. “Che bello!” pensò Mattia. 

Ad un certo punto vide un gatto che dava la caccia ad un topo abbastanza grande, e mentre Mattia era distratto a guardare quella scenetta, alcuni topini si intrufolarono nella biblioteca. Da tempo circolavano voci nei corridoi della scuola che alcuni topini di tanto in tanto si avvicinavano alla porta della biblioteca. Allora, spinto dalla curiosità, piano piano Mattia si avvicinò alla biblioteca, si fermò davanti la porta e sentì bisbigliare, mormorare, sussurrare, e altri rumori lievi. Quando aprì la porta Mattia trovò un mondo di libri tutti colorati; ne prese uno e sentì una vocina. Si girò e vide due topini che bisbigliavano. «Bla, bla, bla». Non distingueva bene quello che stavano dicendo ma sembrava che stessero leggendo proprio il libro che Mattia voleva trovare. Quindi lo prese e lo lesse a voce alta. 

I due topini un po’ speciali, che amavano sentirsi leggere i libri, ascoltavano rapiti e alla fine della lettura lo guardarono come se volessero chiedere: “Ci puoi leggere un’altra storia, Mattia?” “Ora non posso” rispose, “ci vediamo domani qui in biblioteca e sceglieremo insieme un altro racconto”. In quel momento Mattia sentì un rumore e fece giusto in tempo a nascondere i topini dietro la schiena prima che apparisse alle sue spalle Matilde, l’amica della mamma, che si avvicinò e gli chiese: “Mattia, cosa fai qui? Ti ho sentito leggere ad alta voce. Bravo!” Mattia ebbe un sussulto, non poteva certo raccontare che stava leggendo il libro ai topini né tanto meno che il maestro lo aveva mandato fuori dell’aula per la sua monelleria. “Volevo prendere questo libro in prestito”, le rispose. Matilde lo studiò a lungo ed aggiunse, sorridendo: “Come sei diventato grande Mattia! Ma sei proprio tu? Lo sai che sono un’amica di tua mamma?” Poi, con tanto entusiasmo e passione, gli spiegò ogni cosa, tutto quello che si poteva fare all’interno della biblioteca. 

Quell’ambiente piaceva molto a Mattia, non immaginava che fosse così bello e interessante. Soprattutto gli erano rimaste impresse queste spiegazioni: “Mattia, in biblioteca si possono trovare libri di mostri, di fate, di gnomi, di paesi meravigliosi che solo con la fantasia puoi esplorare.” “Oltre ai libri puoi trovare sogni, fantasia e creatività.” “Possono accedere alla biblioteca bambini curiosi, speciali, con esigenze diverse e particolari, piccoli e grandi che possono scoprire come sognare, ridere, viaggiare, soddisfare i desideri e passare qualche momento di felicità.” Infine Matilde disse: “Facciamo che quello che è successo stamattina rimarrà solo un nostro segreto”. “Che bello” rispose Mattia, “ma ora signora Matilde devo tornare in classe”. “Ti prego non chiamarmi signora, chiamami solo Matilde” aggiunse lei con un sorriso. “E va bene, ma ora devo proprio andarmene”, rispose Mattia mentre si allontanava prendendo i topini e mettendoli in tasca, facendo attenzione a non farsi vedere dalla signora. 

Mentre quatto quatto si avvicinava alla porta della classe, il maestro la aprì e disse: “Ora puoi entrare Mattia, spero che tu abbia capito la punizione”, e così lo fece rientrare in classe. Durante la ricreazione Mattia raccontò ai compagni l’accaduto e insieme decisero che ogni giorno ognuno di loro sarebbe andato a turno in biblioteca per leggere un racconto ai due topini curiosi. Ma, ahimè, improvvisamente, uno dei topini saltò fuori dalla tasca e nella frazione di un secondo si sentirono grida, urla, il rumore dello spostamento di banchi da una parte all’altra, e sedie che cadevano. Mentre Mattia cercava di correre da una parte all’altra dell’aula per riprendere il topino, ecco che uscì fuori dalla tasca anche l’altro topino. Che disastro! 

Alcuni dei compagni più coraggiosi cercarono di aiutarlo, ma non ci fu niente da fare: i topini erano riusciti a scappare fuori dall’aula e camminavano sul muro della parete del corridoio, pieno di altri bambini, dirigendosi verso la biblioteca. Ad un certo punto uno dei compagni gridò: “Li ho visti, li ho visti, i topini sono sul muro”. A quel punto si scatenò il panico tra i presenti ed alcuni bambini monellini cercarono di colpirli con delle fionde. Mattia provò a fermarli ma non ci fu niente da fare. I topini, vedendosi in pericolo, si nascosero in un buco della parete e rimasero lì per tanto tempo. Il chiasso aumentò fino a quando il maestro fece uscire tutti gli alunni nel corridoio, e tutte le altre classi della scuola furono portate fuori in giardino. 

La preside, la bibliotecaria e Matilde cercavano di capire cosa era successo e perché si era creata tutta quella confusione e quegli schiamazzi. Il maestro radunò tutti gli alunni della sua classe per sapere chi aveva portato in classe quei topini, ma nessuno parlava. Vedendo che il maestro si stava irritando, il compagno di banco di Mattia, spaventato, vuotò il sacco, raccontando che da tempo nei corridoi della scuola si sapeva che in biblioteca c’erano dei topini. Disse anche che, nel tempo in cui Mattia era stato fuori dalla classe, era andato in biblioteca ed aveva letto un racconto ai topini, e poi aggiunse che aveva convinto anche gli altri compagni ad andare a turno in biblioteca a leggere loro un libro. 

A quel punto, il maestro portò Mattia in presidenza e, dopo aver deciso con la preside di sospenderlo dalla scuola per una settimana, informò i suoi genitori dell’accaduto. Quando Mattia tornò a casa ricevette una brutta punizione: non poteva usare il tablet ed il telefonino per una settimana. Triste ed amareggiato, quella sera non riuscì a dormire. Gli sembrava di sentire tanti rumori vicino a libri, penne e quaderni. Alla fine si alzò dal letto tutto impaurito, gridando “Mamma, mamma, ho paura”. Allora la mamma gli chiese “Mattia, perché hai paura?” “Sento tanti rumori nella stanza” rispose. A quel punto uno dei topini che si era nascosto nello zaino della scuola si avvicinò a Mattia e, guardandolo con occhi pieni di riconoscenza, gli disse “Vedi, tu prima sei stato gentile con me e io sono venuto qui per ringraziarti”, e poi, quatto quatto, se ne andò. 

Dopo qualche giorno Mattia andò dalla mamma e le chiese scusa per quello che avevo fatto, infatti si era reso conto che a causa sua non solo si era creata una gran confusione a scuola ma soprattutto, con il suo comportamento, aveva messo a rischio l’incolumità dei topolini. La mamma gli spiegò che aveva fatto una cosa molto grave poiché non sempre si può giocare con gli animali: bisogna fare attenzione ai loro bisogni e rispettare i loro spazi. Ogni animale infatti deve vivere nel proprio ambiente e noi dobbiamo rispettarli, tutelarli e curarli con attenzione. Una volta compreso il messaggio, Mattia promise a sé stesso e alla mamma di comportarsi sempre bene, e la mamma lo strinse a sé, dicendo: “Mattia, questa volta l’hai combinata molto grossa!” Mattia la guardò e si mise a ridere, coinvolgendo anche la mamma in quella risata liberatoria! Finalmente si abbracciarono forte forte e Mattia disse: “Oh mammina mia, ti voglio tanto bene. Tu sai sempre come farmi sorridere. Grazie mamma!”.


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